Quant’è cambiata l’Italia dal 28 ottobre 1922? 100 anni fa i fascisti marciavano su Roma

“Conoscere ciò che è vivo in noi del passato aiuta a comprendere il presente e a preparare l’avvenire.” – Luigi Einaudi.

Sfilata fascista al Vittoriano
Sfilata fascista al Vittoriano, ottobre 1922.

Il 27 ottobre le milizie fasciste attaccano varie province, con la presa di una serie di prefetture. L’obiettivo è molto semplice: consegnare il potere nelle mani del “Duce”. Tra il 27 notte e il 28 gli squadristi iniziano ad affluire a Roma, sebbene la resistenza degli Arditi del popolo li blocchi a Civitavecchia e l’esercito a Orte. Alle cinque del mattino del 28 il governo Facta decide di proclamare lo stato d’assedio, ma il re rifiuta di firmare il decreto.

Dimessosi Facta, il quadriumvirato che regge il Partito nazionale fascista, dichiara che la «sola soluzione politica accettabile» è un governo Mussolini.

Nelle stesse ore i fascisti occupano Roma, attuando la loro marcia armata all’interno della città. Il giorno dopo, mentre la manovra eversiva si allarga ad altre città del Paese, Mussolini, il quale non aveva partecipato alla marcia, preferendo osservare la situazione da Milano, viene convocato a Roma dal re. Passa per l’Altare della Patria, sino a raggiunge a piedi il Quirinale. Lì, Vittorio Emanuele III lo accoglie come salvatore della patria, concedendogli il potere. Pensa che la situazione durerà solo qualche mese, ma è l’inizio della dittatura.

I patti luteranensi e l’ascesa del cattolicesimo

Una volta preso il potere, Mussolini mira a consolidarlo attraverso il compromesso con il mondo economico e con la Chiesa cattolica. Così, dopo una serie di avvicinamenti ufficiosi, nell’agosto del 1926 vengono designati due incaricati che dovranno rappresentare le due parti, Regno d’Italia e Santa Sede: Mussolini e papa Pio XII.

Lo scopo è molto semplice: far prendere più potere alla Chiesa, in cambio del suo silenzio in ambito politico. Ed ecco che, da questo accordo non detto, nascono una serie di concessioni.

In primo luogo si riconosce l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede. Inoltre, si esenta dal pagamento delle tasse e dei dazi sulle merci importate. Si versa una somma pari a settecento cinquanta milioni di lire allo scambio delle ratifiche del trattato. Ma non solo: le leggi vengono modificate in modo tale da essere conformi a quelle della Chiesa cattolica di Roma, quali il matrimonio e il divorzio. Per ultimo ma non meno importante, viene riconosciuto il cattolicesimo come religione di Stato in Italia, con risvolti e conseguenze anche sul mondo scolastico, dal momento che comincia ad essere insegnata la religione anche nelle scuole. Il 7 giugno 1929 si conclude nell’effettivo il patto.

Che risvolti attuali hanno ancora queste decisioni? Per prima cosa, è importante fare un’ulteriore premessa, e cioè che nel 1948 i patti furono riconosciuti ufficialmente e costituzionatalmente, e ratificati anche nel 1984, nonostante una serie di modifiche che in questa sede non verranno trattati. Ciò che conta è comprendere quanto le decisioni prese neanche un secolo fa abbiano ancora un forte impatto sul mondo che ci troviamo a vivere.

La religione cattolica è effettivamente ancora insegnata nelle scuole. In molte aule, liceali e universitarie, sono affissi crocifissi. La generazione dei nostri nonni e, sebbene in minor maniera, dei nostri genitori, sono state plasmate da questi insegnamenti.

Tradizione e religione: questo ha trasmesso il fascismo e molti ancora ritengono tali elementi estremamente significativi. Tralasciando le idee, specie omofobe e antiabortiste, che questo tipo di insegnamento porta con sé – e non c’è bisogno che aggiunga anche che tali elementi siano proprio discriminati anche del regime – ciò comporta che la Chiesa ha ancora un grande potere e grande indipendenza. E può permettersi, per esempio, di intromettersi in dibattiti politici quali ad esempio la discussione del ddl Zan.

I Patti Lateranensi del 1929: storia degli accordi tra Stato e Chiesa
Firma dei patti Luteranensi, 11 febbraio 1929.

 La difesa della razza italiana

Se cominciassi a parlare del fatto che ci sono sempre più stranieri in Italia, penso che non sorprenderei nessuno e starei solo esplicando un dato di fatto. Ma se cominciassi a lamentarmi del fatto che sempre più immigrati arrivano nel nostro Paese, ci rubano il “nostro” lavoro, invadendoci culturalmente ed economicamente, fino a esporre la mia paura di un possibile ribaltamento in futuro della situazione, per cui l’identità italiana non sarebbe più rappresentata, totalmente inghottita dagli stranieri?

Beh, a questo punto penso proprio che tutti avrebbero in mente una certa linea politica del tutto attuale nell’Italia dei nostri giorni, dal momento che da poco ha vinto le elezioni un partito che, su questo tema, gioca molto. Che oltre a questo giochi molto anche con i simboli fascisti, a partite dal logo, è tutt’altra storia che non intendo approfondire in questo momento, e che d’altronde ritengo abbia già trattato in maniera elegante ed esplicativa Liliana Segre.

Questo terrore che è proprio di molti italiani di oggi, è stato diffuso e originato proprio dal regime fascista. Non essendoci grande antisemitismo in Italia come invece in Germania, quando nel 1938 Mussolini deve, causa l’alleanza con Hitler, promulgare le leggi razziali, la situazione non è ovviamente paragonabile. In primo luogo, gli ebrei presenti sul suo italiano sono davvero pochi. E poi, il livello di intergrazione avviatosi nell’Ottocento è già avanzato. Come alimentare quindi un odio che, seppur esistente, non ha in sé quella furia che invece impervera fra i tedeschi? Puntare sulla razza e sulla differenza religiosa non basta.

E allora, ecco la trovata. I soldi: gli ebrei rubano “l’oro” agli italiani. Così come oggi ci viene ripetuto che i migranti ci portano via il lavoro, e dunque una paga che pensiamo ci spetti, all’epoca la convinzione e il topos degli ebrei strozzini era  viva nella convinzione popolare ormai dal tempo della Riconquista.

Ma non sono solo gli ebrei ad essere associati alla lotta per l’identità della nazione: anche il razzismo contro gli africani, con un cambio di corrente rispetto alla conquista d’Etiopia e l’inno “Faccetta nera” (che a questa altezza cronologica viene infatti fatta scomparire e mai più cantata, in quanto divenuta scomoda) diviene forte. In questo contesto viene messa a punto una legislazione che di fatto rinchiude le popolazioni etiopiche in un regime di apartheid.

Dunque, fra le leggi promulgate, vengono vietati i matrimoni misti proprio per evitare l’invasione da parte di una “razza” straniera, in un angosciante tentativo di mettere una barriera nei confronti del “diverso” (che peraltro era confluito in Italia anche a seguito della guerra in Etiopia voluta da Mussolini).

Secondo lo storico Enzo Collotti, a questo proposito, la confluenza tra legislazione razzista coloniale e legislazione antiebraica esprime non a caso un nesso concettualmente indissociabile: due emissari che confluiscono nello stesso fiume. Come afferma anche l’accademico Roberto Maiocchi:

«L’immagine del negro universalmente diffusa tra gli italiani sarà il cavallo di Troia con cui il razzismo antisemita verrà fatto penetrare in Italia»

Il mito di Mussolini

La propaganda che il “Duce” attua è estremamente simile, a mio parere, a quella di un altro personaggio, il quale riuscì anch’egli ad attuare un regime autoritario che, a differenza di quello di Mussolini, durò molto di più.

Sto parlando di Augusto. Non è un caso a mio avviso che Mussolini abbia ripreso molto dell’età augustea, a partire dalla restaurazione dell’Altare della Pace. Certo, il senso di fondo è quello di creare una continuità e una rinascita con l’Impero Romano, quando appunto la nostra identità era egemonica e all’apice della propria forza, stando a quanto diffonde il regime. Eppure, ritengo che certe immagini, certi discorsi, abbiano al loro interno proprio lo stesso germe di orientamento applicate prima da lui dal princeps.

Entrambi, per prima cosa, creano un culto della propria figura. Entrambi monopolizzano la letteratura (e nel caso del secondo, anche il cinema) proprio per creare un mito di sé. Che, per molti aspetti, vive ancora oggi. Proprio questa propaganda, in effetti, garantisce una grande popolarità a Mussolini.

Come anche la Morante in “La storia” tratteggia egregiamente, attraverso le sue pose statuarie e la diffusione delle storie da demagogo, comincia a diffondersi tra i ceti più bassi una vera e propria leggenda del dittatore. Molti giovani divengono fervidi camerati anche grazie a queste credenze, specie negli anni tra il 1929 e il 1936.

Il regime riesce anche a veicolare queste immagini grazie a un’acuta valorizzazione delle imprese compiute, come la famigerata bonifica dell’Agro Pontino, o la “battaglia del grano”.

Queste vicende vengono spesso riprese ancora oggi da tutti coloro che asseriscono che Mussolini “ha fatto anche cose buone”. E, per citare Alessandro Barbero, di per sé la frase avrebbe anche senso. Come può un uomo che ha governato il paese per più di 20 anni aver fatto solo cose cattive? Sicuramente, nella sua ottica, avrà cercato di fare il meglio per il Paese. Ciò che a parer mio è problematico di questi discorsi, è che tale frase, quando pronunciata, ha un doppio significato. Intende giustificare l’operato di Mussolini, in qualche modo aderendovi, seppur in parte, rispolverando quel mito della sua persona che già cento anni fa aveva stregato milioni di italiani… E forse, seppur in minor numero, continua a fare anche ora.

 

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