Gandhi è stimato a livello internazionale per la sua dottrina della protesta nonviolenta (satyagraha) per raggiungere il progresso politico e sociale.
gandhi e la non violenza – Bing images
Nella storia indiana moderna, il Mahatma Gandhi rimane uno dei più grandi combattenti per la libertà. I suoi pensieri e la sua visione della lotta contro il Governo britannico hanno influenzato tutti gli indiani a unirsi e ad alzare la voce. Scelse il satyagraha (nonviolenza) rispetto alle armi e alle guerre per ottenere l’Indipendenza dell’India. Le sue filosofie, i suoi pensieri e le sue idee rimarranno sempre radicati nell’ethos e nella cultura indiana.
LE BATTAGLIE DELLA NONVIOLENZA GANDHIANA
La nonviolenza non è stata un’invenzione di Gandhi. Tuttavia, è chiamato il padre della nonviolenza perché, secondo Mark Shepard, “ha portato l’azione nonviolenta a un livello mai raggiunto prima”. Krishna Kripalani afferma ancora: “Gandhi è stato il primo nella storia dell’umanità a estendere il principio della nonviolenza dal piano individuale a quello sociale e politico”. Mentre gli studiosi parlavano di un’idea senza nome o di un movimento, Gandhi è la persona che ha inventato il nome e ha riunito diverse idee correlate sotto un unico concetto: Satyagraha.
Gandhi vedeva la violenza in senso peggiorativo e identificava anche due forme di violenza: passiva e fisica, come abbiamo visto in precedenza. La pratica della violenza passiva è un fatto quotidiano, consciamente e inconsciamente. È ancora una volta il combustibile che accende il fuoco della violenza fisica. Gandhi intende la violenza a partire dalla sua radice sanscrita, “himsa”, che significa ferita. In mezzo all’iperviolenza, Gandhi insegna che chi possiede la nonviolenza è benedetto. È benedetto l’uomo che riesce a percepire la legge dell’ahimsa (nonviolenza) in mezzo al fuoco impetuoso dell’himsa che lo circonda (“quanto più avverse sono le circostanze che lo circondano, tanto più intenso diventa il suo desiderio di liberazione dalla schiavitù della carne, che è un veicolo di himsa…“).
Gandhi si oppone alla violenza perché perpetua l’odio. Quando sembra fare “del bene”, il bene è solo temporaneo e non può fare del bene a lungo termine. Un vero attivista della nonviolenza accetta la violenza su se stesso senza infliggerla ad altri. Quando Gandhi dice che nel corso della lotta per i diritti umani si dovrebbe accettare la violenza e l’autosofferenza, non applaude la codardia. Per Gandhi, la codardia è “la più grande violenza, certamente, molto più grande dello spargimento di sangue e di quelle cose che generalmente vanno sotto il nome di violenza” e gli autori della violenza (che chiama criminali) sono prodotti della disintegrazione sociale. Egli ritiene che la violenza non sia una tendenza naturale degli esseri umani, ma un’esperienza appresa. C’è bisogno di un’arma perfetta per combattere la violenza e questa è la nonviolenza. Gandhi ha compreso la nonviolenza dalla sua radice sanscrita “Ahimsa”. Ahimsa viene tradotto in inglese come nonviolenza, ma implica qualcosa di più che evitare la violenza fisica. Ahimsa implica una nonviolenza totale, nessuna violenza fisica e nessuna violenza passiva. Gandhi traduce Ahimsa come amore. Arun Gandhi lo spiega così in un’intervista: “Lui (Gandhi) diceva che ahimsa significa amore. Perché se hai amore verso qualcuno e rispetti quella persona, allora non le farai alcun male”. Per Gandhi, la nonviolenza è la forza più grande a disposizione dell’umanità: è più potente di qualsiasi arma di distruzione di massa, è superiore alla forza bruta. È una forza viva di potere e nessuno è stato o sarà mai in grado di misurarne i limiti o l’estensione. La nonviolenza è la ricerca della verità, che è l’aspetto più importante della filosofia della nonviolenza di Gandhi. Tutta la sua vita è stata “esperimenti di verità”. È stato nel corso della sua ricerca della verità che Gandhi ha scoperto la nonviolenza, che ha spiegato ulteriormente nella sua Autobiografia: “Ahimsa è la base della ricerca della verità. Mi sto rendendo conto che questa ricerca è vana, se non è fondata sull’ahimsa come base”. La verità e la nonviolenza sono antiche come le colline. Perché la nonviolenza sia forte ed efficace, deve iniziare dalla mente, senza la quale sarà la nonviolenza dei deboli e dei codardi. Un codardo è una persona che manca di coraggio di fronte a una situazione pericolosa e spiacevole e cerca di evitarla. Un uomo non può praticare l’ahimsa e allo stesso tempo essere un codardo. La vera nonviolenza è dissociata dalla paura. Gandhi ritiene che il possesso di armi non sia solo codardia, ma anche mancanza di intrepidezza o coraggio; sottolinea questo concetto quando dice: “Posso immaginare che un uomo completamente armato sia in fondo un codardo. Il possesso di armi implica un elemento di paura, se non di vigliaccheria, ma la vera nonviolenza è impossibile senza il possesso di un’assoluta mancanza di paura“. Di fronte alla violenza e all’ingiustizia, Gandhi considera la resistenza violenta preferibile alla vile sottomissione. C’è speranza che un uomo violento possa un giorno diventare nonviolento, ma non c’è spazio per un codardo per sviluppare l’impavidità.
In qualità di pioniere mondiale della teoria e della pratica nonviolenta, Gandhi affermò inequivocabilmente che la nonviolenza aveva un’applicabilità universale. Nella lettera inviata a Daniel Oliver ad Hammana, in Libano, l’11 marzo 1937, Gandhi ha usato queste parole: “Non ho nessun messaggio da dare, se non questo: non c’è liberazione per nessun popolo su questa terra o per tutti i popoli di questa terra se non attraverso la verità e la nonviolenza in ogni ambito della vita, senza alcuna eccezione“. In questo passaggio, Gandhi promette “liberazione” attraverso la nonviolenza per i popoli oppressi, senza alcuna eccezione. Parlando principalmente della nonviolenza come filosofia libresca, egli sottolinea il potere della nonviolenza di emancipare spiritualmente e fisicamente: è una scienza e da sola può condurre alla democrazia pura.
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I RADICALI E LA LOTTA NONVIOLENTA ISPIRATA DA GANDHI
La nonviolenza nasce dal rifiuto di relativizzare il principio assoluto del “non uccidere”, proprio per affermarla come alternativa reale alla violenza. Anche se tra le sue manifestazioni c’è stata la storica battaglia per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, la teoria nonviolenta non chiede semplicemente il rispetto giuridico e morale di chi non voglia usare le armi, ma la messa in discussione dell’opportunità di utilizzarle tout court; reclama, insomma, di realizzare un radicale riallineamento di fini e mezzi, dell’obiettivo di uno Stato e di una politica senza violenza (o con meno violenza) e di una strategia d’azione che si astenga dalla violenza (o la minimizzi), proprio per prefigurare questo risultato e propiziarne il conseguimento. Tutto questo, prima che sul piano delle relazioni internazionali e delle politiche di difesa, vale all’interno del processo democratico e del confronto con qualunque potere.
La nonviolenza, da Capitini a Pannella, non è quindi una forma di irenismo morale, ma una teoria della prassi e un’etica della responsabilità politica. Non una forma di renitenza, ma di lotta. In particolare, nella declinazione radicale la nonviolenza non abita in interiore homine (nell’intimo dell’uomo), ma è incarnata nel corpo a corpo fisico e pubblico, cioè immediatamente politico, con la violenza.
Lo storico preambolo allo Statuto del Partito Radicale, che conferisce << all’imperativo del “non uccidere” valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa >>, afferma un obiettivo politico, non un principio di identità morale.
Quando Pannella diceva che << nonviolenza e democrazia sono sinonimi >> denunciava il legame tra la violenza e la negazione della libertà e dello Stato di diritto e, dunque, tra la nonviolenza come mezzo e la difesa della democrazia come fine. Infatti, è la democrazia che trasforma il “non uccidere” nel fondamento costituzionale della libertà degli uomini e dei popoli, cioè in una legge storicamente assoluta.
Al polo opposto della nonviolenza c’è la violenza, non la guerra. La guerra, intesa in senso propriamente bellico, non rappresenta, né esaurisce l’universo della violenza politica. La guerra è una delle forme o delle conseguenze della violenza politica, a volte neppure delle più letali. L’Unione Sovietica ha ammazzato più cittadini sovietici in pace che soldati tedeschi in guerra. Solo in Ucraina, tra il 1932 e il 1933, nell’Holodomor, cioè nel riuscitissimo esperimento di genocidio per carestia, morirono 4 milioni di persone, la metà dei quali bambini.
Dal punto di vista pratico, inoltre, la teoria nonviolenta ha ipotizzato e provato a sperimentare, in certo modo scientificamente, la superiore efficienza di una scelta disarmata, quando questa sia in grado concretamente di disarmare, cioè di destituire di legittimità e di consenso, la violenza cui si contrappone e che intende superare. Questo è avvenuto in contesti storici determinati, ma significativi: in primo quelli dell’India coloniale, giunta all’indipendenza grazie alla mobilitazione nonviolenta gandhiana, e degli Usa segregazionisti, dove l’uguaglianza giuridica della popolazione nera venne conquistata da Martin Luther King e dal movimento dei diritti civili proprio neutralizzando in primo luogo tentazioni separatiste e violente contro la popolazione bianca.
Si può dire approssimativamente che la nonviolenza è tale se si oppone alla violenza, non se vi soggiace passivamente; essa ha dimostrato di funzionare là dove ha incarnato istanze di libertà e di liberazione capaci di suscitare contraddizioni nel campo avverso, in nome di principi almeno potenzialmente comuni.
L’INDIPENDENZA DELL’INDIA
Nella città di Amritsar, i soldati dell’esercito indiano britannico ricevettero l’ordine di aprire il fuoco su una folla di circa 20.000 manifestanti che aveva iniziato a diventare indisciplinata. Circa 400 persone furono uccise e più di 1.000 ferite. Da quel momento in poi, l’obiettivo del Mahatma Gandhi fu chiaro: l’indipendenza dell’India. Divenne presto una figura di spicco del movimento per il governo della patria.
Il movimento invitava a boicottare in massa i beni e le istituzioni britanniche. Gandhi implorava i dipendenti pubblici di smettere di lavorare per gli inglesi, gli studenti di abbandonare le scuole governative, i soldati di abbandonare le loro postazioni e i cittadini di trattenere le tasse e di evitare di acquistare beni britannici.
Nel 1922, fu arrestato dalle autorità britanniche e si dichiarò colpevole di tre capi d’accusa di sedizione, che comportarono una condanna a sei anni di carcere, commutata però dopo soli due anni.
La forte presa della Gran Bretagna sull’India era evidente anche nella legge sul sale, che rendeva illegale per gli indiani raccogliere, produrre o vendere sale. Anche le vendite ufficiali di sale erano soggette a tasse. Si trattava di una legislazione che colpiva i più poveri. Così, nel 1930, il Mahatma Gandhi affrontò la legge sul sale. La parte più nota della sua campagna fu la Marcia del Sale di 390 chilometri fino alle rive del Mar Arabico, dove raccolse il sale in simbolica e aperta sfida al monopolio governativo.
Egli scrisse al viceré britannico, Lord Irwin, dicendo: “La mia ambizione non è altro che quella di convertire il popolo britannico attraverso la non violenza e fargli così capire il torto che ha fatto all’India”.
Le proteste per la legge sul sale si intensificarono e circa 60.000 persone furono imprigionate, tra cui Gandhi.
Il reale cambiamento
L’anno successivo, il Mahatma Gandhi fu invitato a Londra a nome del Congresso Nazionale Indiano. Incontrò Re Giorgio V e visitò gli operai di un mulino nel Lancashire, guadagnando pubblicità e simpatia per la sua causa nel Regno Unito. Ma i progressi furono scarsi e le relazioni con la Gran Bretagna rimasero tese.
All’apice della Seconda guerra mondiale, il Mahatma Gandhi intensificò la sua campagna Quit India, esortando gli inglesi a lasciare completamente il Paese, sostenendo che la guerra non era affare dell’India. Ancora una volta, fu arrestato e imprigionato, questa volta insieme ai leader del Congresso Nazionale Indiano e a sua moglie.
Un cambio di governo in Gran Bretagna dopo la fine della guerra vide una maggiore disponibilità a discutere l’indipendenza dell’India. Ma i negoziati che seguirono portarono alla divisione del Paese in India e Pakistan. Il 15 agosto 1947 l’India ottenne l’indipendenza, nacque il Pakistan e milioni di persone furono sfollate e trasferite, provocando ondate di violenza e uccisioni.
L’anno successivo, il 30 gennaio 1948, il Mahatma Gandhi fu ucciso con tre colpi di pistola da un estremista indù. La dedizione di Gandhi alla protesta non violenta e anticoloniale ne ha fatto una figura di ispirazione per milioni di persone ancora oggi.