Nel “Congedo del viaggiatore cerimonioso” Caproni si immagina di essere in viaggio verso l’aldilà. Grignani in destinazione paradiso mette in musica lo stesso concetto.

La vita di Caproni è stata segnata da numerose perdite, a partire dalla morte della fidanzata Olga Franzoni nel 1936. Il lutto e il senso di colpa non verrà mai meno, e anzi diverrà la colonna portante della poetica caproniana. Nel 1950 si aggiunge il decesso della madre Anna Picchi, meravigliosamente tratteggiato nella poesia Ad portam inferi. La madre viene immaginata come larva-phasma in viaggio verso l’ultima destinazione. Nelle raccolte di poesie successive, a partire da “Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee” del 1965, l’io stesso diviene portatore di questa condizione. Dal lutto personale si passa alla condizione di lutto universale: è l’inizio dell’ultima fase della poetica caproniana.
Il viaggio nell’aldilà
Il richiamo alla mitologia classica è indissolubilmente legata all’elemento antropologico della condizione della morte a metà, o appunto della larva, per citare il termine latino. Chi è all’interno del treno, infatti, non è ancora arrivato all’ultima destinazione: solo al termine della poesia e della canzone vi è l’arrivo definitivo ed irrimediabile. Questo rende l’io lirico in entrambi i componimenti un’entità che ha ancora qualcosa del mondo dei vivi, ma che tuttavia è irrimediabilmente indirizzato verso la dimensione dei morti. Non è un caso che Caproni, nei precedenti libri di poesia, attribuisca al lutto personale in relazione ad Olga l’immagine di Proserpina, figura per eccellenza a metà tra questi due regni, ed Euridice, la quale in maniera non dissimile è per un momento riportata alla luce ma subito dopo già viene relegata nuovamente negli Inferi.
Non solo: nella raccolta del viaggiatore cerimonioso, l’io poetico ammette con dolore che si sente più vicino all’aldilà che all’aldiqua, dal momento che le sue conoscenze sono più numerose (anche a causa della sua storia personale) nell’altro mondo che in quello dei vivi.
In maniera non dissimile, pure in Grignani possimo trovare un riferimento a questa condizione di morto in vita. Per citare l’inizio della canzone:
In questo girotondo d’anime
Chi si volta è perso e resta qua
Lo so per certo amico
Mi son voltato anch’io
E per raggiungerti ho dovuto correre
All’affermazione di essere perso nel girotondo d’anime, proprio come l’io caproniano, si collega anche il concetto di voltarsi, ricollegabile al mito di Orfeo. La causa della scomparsa dell’amata, tema della stessa canzone di Grignani, è l’impazienza dell’eroe il quale non riesce a resistere al girarsi in direzione di Euridice nonostante sappia che questo la rinchiuderà nei baratri dell’Ade.
La compagnia
Sia nella poesia di Caproni, sia nella canzone di Grignani, possiamo individuare un altro punto in comune: il non essere soli in questo percorso. Ad accompagnare l’io del poeta vi sono una serie di personaggi che pian piano vengono raffigurati e con cui questi si trova ad interagire: il dottore, una ragazzina “smilza”, il soldato, il prete. Da un punto di vista allegorico queste figure rappresentano la saggezza, l’infanzia e l’amore, pace e la guerra, la fede che l’io lirico deve abbandonare scendendo dal treno. Se si considera invece la poesia sotto un’ottica maggiormente narrativa si può invece notare come questi personaggi abbiano tenuto compagnia al soggetto del componimento, come ammette lui stesso. Loro non scenderanno, data la loro natura: si sono limitati ad accompagnare fino a quel punto il loro compagno, ormai pronto alla discesa agli inferi e dal treno.
Neppure Grignani è solo; come esplica lo stesso ritornello:
Io mi prenderò il mio posto
E tu seduta lì al mio fianco
Mi dirai destinazione paradiso
Paradiso città
L’io lirico è accompagnato dalla donna che ama il quale, questa volta in accezione maggiormente dantesca, lo guida sul treno verso il paradiso. Proprio per lei l’io sceglie di abbandonare la vita terrena, ormai vuota senza la presenza dell’amata deceduta (altra condizione che irrimediabilmente avvicina la canzone di Grignani alla precedente esperienza poetica caproniana).
Il treno
É infine interessante notare come in entrambi i componimenti compaia, come metafora del viaggio dalla vita alla morte, proprio il treno. Per quanto riguarda Caproni, sin a partire dalla raccolta del 1956 “Il passaggio d’Enea” compare la funicolare o l’ascensore come allegoria dell’ascendere all’aldilà. A partire da Ad portam inferi si allarga tale concetto anche al treno, dove la madre lo aspetta per lasciae definitivamente il mondo dei vivi. Non è un caso che in questa poesia, dove appunto Caproni assume su di sé la condizione di Anna, ritorni lo stesso mezzo. Lo stesso poeta, inoltre, ha ammesso l’importanza di tale oggetto, che aveva anche in miniatura sulla sua scrivania… Forse per ricordarsi, simile a una sorta di memento, la sua condizione?
Anche Grignani in maniera esplicita dichiara che:
C’è, che c’è
C’è che prendo un treno che va
A paradiso città
Una sola differenza, a mio avviso, contrappone i due testi: la differenza di stato d’animo, il quale può pur far riflettere sulla diversa predisposizione con cui ognuno di noi guarda alla morte. Se l’io della canzone, infatti, pare finalmente liberarsi da un peso ed essere finalmente felice, l’io caproniano è molto più pessimista. La sua poesia termina su note quasi lugubri, cupe:
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.Scendo. Buon proseguimento.
Commovente e intenso