Tra Katane, Omosessualità e Onore: sei punti per conoscere i leggendari samurai

Conosciamo meglio i famosi guerrieri del Sol Levante. 

Il solo termine “samurai” evoca in noi tantissime immagini: guerrieri impavidi e solitari che combattono con spade ricurve, vestiti colorati e calzature in legno, onore e senso di giustizia. Ma quanto di questo corrispondeva alla realtà? Vediamo allora in sei punti gli aspetti che caratterizzavano la loro vita.

L’etimologia del termine

Il termine samurai significava originariamente “coloro che servono la nobiltà”, infatti essi sono i corrispondenti dei vassalli occidentali e come loro servivano un signore feudale, il daimyō. Altro nome con cui era conosciuto il samurai è bushi , il quale appare per la prima volta in un antico documento giapponese di 40 volumi che raccoglie le più importanti decisioni di stato prese dalla corte imperiale tra il 697 d.C. e il 791 d.C. In una parte del libro si dice: “I samurai sono coloro che formano i valori della nazione”, esplicando quanto il loro ruolo fosse esplicativo dei valori della società dell’epoca. Secondo il libro “Gli ideali del samurai” di William Scott Wilson, le parole bushi e samurai sono diventate sinonimi alla fine del XII secolo. Wilson esplora a fondo le origini della parola “guerriero” nella cultura giapponese senza tralasciare i caratteri kanji con cui viene scritto. Wilson afferma che bushi in realtà si traduce con “l’uomo che ha la capacità di mantenere la pace, con la forza militare o letteraria”, facendo intendere come i samurai non fossero solo guerrieri temibili ma anche uomini istruiti e colti.

I rōnin

Il termine rōnin (letteralmente “uomo-onda” o “uomo alla deriva”) designava il samurai che era decaduto, perché rimasto senza padrone per la morte di quest’ultimo o per averne perso la fiducia, o perché aveva infranto il bushido, il loro codice di condotta (basato su fedeltà assoluta ed una rigida definizione di onore e del sacrificio del bene del singolo in favore del benessere comune): il samurai così perdeva onore e dignità e diventava errante. Il rōnin poteva essere disposto a lavorare per chiunque lo pagasse, ma poteva anche unirsi ad altri come lui e creare scompiglio nei villaggi, saccheggiandoli e creando confusione. Pur continuando a fare parte dell’elevata casta dei samurai, i rōnin potevano mettersi al servizio del popolo, insegnando arti marziali e di guerra, facendosi assumere come guardie del corpo oppure difendendo il villaggio da aggressioni esterne. Questi erano disprezzati dai samurai, in quanto guerrieri fuori casta, e potevano essere uccisi da chiunque: nessuno avrebbe dovuto rispondere della loro morte.

L’Harakiri e il Seppuku

Il bushido prevedeva che per espiare la propria colpa e riacquistare l’onore perduto, si dovesse ricorrere alla pratica dello harakiri o del seppuku: la pratica del suicidio rituale (si poteva effettuare inoltre per sfuggire ad una morte disonorevole per mano nemica). I due termini significano rispettivamente “taglio del ventre” e “taglio dello stomaco” e andavano eseguite in modo preciso: il taglio doveva essere eseguito da sinistra verso destra e poi verso l’alto. La posizione doveva essere in ginocchio con le punte dei piedi rivolte all’indietro; ciò aveva anche la funzione d’impedire che il corpo cadesse all’indietro, in quanto il guerriero doveva morire sempre cadendo onorevolmente in avanti. Nel seppuku, per preservare ancora di più l’onore del samurai, un fidato compagno chiamato kaishakunin, decapitava il samurai appena egli si era inferto la ferita all’addome per fare in modo che il dolore non gli sfigurasse il volto (questo passaggio rendeva il rituale più solenne rispetto all’harakiri). .

Casi di seppuku si ebbero al termine della Seconda Guerra Mondiale tra gli ufficiali, spesso provenienti dalla casta dei samurai, che non accettarono la resa del Giappone.

Le armi

L’arma prediletta dei samurai non era la katana (la spada), come si potrebbe pensare, ma l’arco, snobbato dalla cavalleria europea perché considerato “poco nobile”. Era proprio lo shigetou, l’arco asimmetrico giapponese, lungo 2 metri e fatto di legno laminato e laccato, l’arma di esclusiva pertinenza dei samurai. Lanciava anche frecce infuocate a un centinaio di metri di distanza e fino al XIII secolo fu tenuta in maggiore considerazione della spada.
Completavano il corredo la lunga katana e la corta wakizashi (lo spadino utilizzato anche per suicidarsi), nonché ventagli da guerra con i bordi affilati come coltelli.  Raggiunti i tredici anni, in una cerimonia chiamata genpuku, ai ragazzi della classe militare veniva dato un wakizashi e un nome da adulto, per diventare così vassalli, cioè samurai a tutti gli effetti; inoltre questo gli dava il diritto di portare una katana. Portare le due spade venne vietato nel 1523 dallo shogun (titiolo che equivale a generale è diventato ereditario  e conferito ai dittatori politici e militari che governarono tra il 1192 ed il 1868) ai cittadini comuni che non erano figli di un samurai, per evitare rivolte armate; in questo modo per diverse epoche i vassalli furono i soli a poter portare armi.

Nel periodo Tokugawa (1600- fine 1800 circa) si diffuse l’idea che l’anima di un samurai risiedesse nella katana che portava con sé; a volte i samurai vengono descritti come se dipendessero esclusivamente dalla spada per combattere.

Una Katana

Addestramento e Sesso

L’addestramento dei rampolli delle famiglie guerriere per diventare un samurai iniziava a tre anni e ai sette, completata l’alfabetizzazione, si imparava a non avere paura della morte, a obbedire al proprio signore e a praticare esercizi per il controllo della mente e del corpo (kata). Quindi si apprendeva l’uso di arco e frecce, della spada di legno e di metallo leggero. Si imparava a cavalcare e a combattere contro nemici immaginari e ci si sottoponeva a docce gelate sotto cascate o nella neve per temprare il fisico agli stimoli estremi.
A dodici anni sapevano ormai usare anche frecce e katana: si iniziava a combattere nelle retrovie, e anche ad uccidere. A tredici anni avveniva la cerimonia del genpuku con cui si diventava effettivamente samurai. Il legame con gli addestratori poteva diventare molto speciale. Secondo la tradizione i giovani trascorrevano diversi anni a contatto con uomini più grandi, che oltre ad iniziarli alle tecniche di combattimento li introducevano al mondo del sesso: gli apprendisti samurai ne divenivano allora gli amanti ufficiali, in un rapporto che era riconosciuto ed esigeva, naturalmente, fedeltà assoluta.

Le donne

In una società così maschilista, non c’era spazio per l’amore. La moglie dei samurai veniva scelta a tavolino e doveva appartenere a una stirpe guerriera, oppure essere “adottata” da una famiglia di samurai prima del matrimonio, che ne nobilitasse le origini. Le spose dei samurai non erano però considerate sfortunate, anzi, a loro spettava un “privilegio” importante: col matrimonio guadagnavano il diritto di praticare anch’esse il suicidio rituale, il jigai, con un taglio alla gola. Nel Giappone medievale si potevano incontrare anche donne samurai: addestrate nei valori e nell’arte marziali della casta fin da giovanissima età, venivano chiamate a difendere le terre del proprio signore quando gli uomini erano in battaglia, o badavano ai propri possedimenti assaltando con spade e coltelli qualunque nemico capitasse a tiro.

 

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