Cosa c’è di attendibile nell’esperimento di Zimbardo su guardie e prigionieri? Non tutto. Vediamo perché.

Nel 1971 Zimbardo mise a punto una delle condizioni sperimentali più controverse nella storia della psicologia. L’ipotesi di base è che i comportamenti umani siano profondamente influenzati dal gruppo di appartenenza. Un film tedesco del 2001, “Das experiment”, propone la sua interpretazione alla vicenda. Vediamo cosa può accadere se un gruppo di persone viene ingaggiato per interpretare il ruolo di guardie e prigionieri.
Das experiment
Philip Zimbardo, docente presso l’Università di Stanford, voleva investigare i comportamenti dell’essere umano posto in una condizione di assenza di libertà. A tal scopo, insieme ai suoi collaboratori, simulò una vera e propria prigione reclutando 24 studenti divisi in due gruppi: prigionieri e guardie. Per aumentare il livello di immedesimazione nel ruolo, la polizia arrestò a sorpresa i prigionieri, a cui fu assegnato un numero identificativo. Le guardie, invece, presero credibilità attraverso torce e divise. All’inizio la maggior parte dei partecipanti si comportò come si trattasse di un gioco ma, col passare del tempo, le guardie iniziarono ad assumere atteggiamenti sempre più punitivi e di controllo nei confronti dei prigionieri. Umiliazioni, privazione di cibo, obblighi a sfondo sessuale: i carcerati iniziarono ad immedesimarsi in modo estremo nel proprio ruolo, alcuni ribellandosi, altri arrivando persino a perdere contatto con la realtà. L’esperimento, la cui durata doveva essere di due settimane, vide il termine dopo sei giorni a causa della violenza emersa e la totale immersione degli studenti nel ruolo.
Ora, la domanda che sorge spontanea è: perché le guardie giunsero a tale livello di sopruso nei confronti dei prigionieri?

Cattivi si diventa?
L’esperimento sembrò confermare l’ipotesi iniziale di Zimbardo: le persone, anche con un profilo psicologico sano, se poste in una condizione di potere, tendono ad esercitarlo sugli altri con ogni mezzo. Il docente concretizzò questa sua teoria in un libro “L’effetto lucifero: Cattivi si diventa?”. Gli argomenti trattati nel testo sono davvero interessanti perché analizzano il comportamento umano tenendo conto non solo della personalità di base, ma anche del contesto specifico. Secondo Zimbardo, la depersonalizzazione dei prigionieri e il ruolo istituzionalizzato delle guardie, spiega comportamenti violenti che, in un contesto differente, le stesse persone non attuerebbero.
Ora, nel film del 2001 la storia è palesemente ispirata all’esperimento di Zimbardo ma con alcune modifiche, a parte il finale più estremo. Tra queste, il divieto espresso chiaramente dai ricercatori di esercitare qualsiasi forma di violenza sugli altri. Nell’esperimento reale avvenne tale divieto?

Le verità emerse sull’esperimento
La risposta è: no. Come emerso da alcune testimonianze degli studenti che presero parte all’esperimento, furono gli stessi ricercatori a suggerire i comportamenti che i secondini attuarono per tormentare i prigionieri. Questo perché, lo stesso Zimbardo, riteneva che i carcerieri avessero bisogno di “una spinta”. Uno dei suoi assistenti esortò le guardie più indulgenti ad attuare comportamenti più severi. A parlare di questa storia è stato il libro “Histoire d’un mensonge: enquete sur l’expérience de Stanford”, scritto dal ricercatore di scienze sociali Le Texier.
Lo studio di Zimbardo già all’epoca suscitò molte polemiche per le metodologie attuate e per lo scarso valore scientifico dei risultati. Tanto che non fu mai pubblicato su una rivista scientifica ma sul New York Times Magazine. Inoltre, nel 2001 Haslam e Reicher provarono a replicare l’esperimento e dimostrarono che i secondini non accettarono completamente il proprio ruolo ma arrivarono addirittura a schierarsi con i prigionieri.
E se Zimbardo fosse caduto egli stesso nell’ “effetto lucifero”?
Tuttavia, c’è anche da dire che molti eventi di cronaca tendono a dar ragione a Zimbardo. Uno dei tanti esempi è il caso del carcere di Abu Ghraib, dove avvenne una serie di brutali torture da parte dei militari statunitensi nei confronti dei prigionieri. Anche la storia tende a dargli ragione: basti pensare ai campi di concentramento o alle purghe staliniane. Ma allora perché influenzare l’esperimento? Forse perché lo stesso Zimbardo era consapevole della questione sollevata da Haslam e Reicher: per verificarsi, i comportamenti violenti devono essere legittimati. Per creare una tirannia, la condizione necessaria è che si sviluppi una leadership forte, con un progetto autoritario creato al fine di raggiungere uno scopo.
Paradossalmente, Zimbardo e i suoi collaboratori durante l’esperimento non hanno fatto altro che interpretare il ruolo di questa leadership. Se suggerisci alle persone di usare le maniere forti, esattamente cosa ti aspetti, Zimbardo: “Tutti insieme appassionatamente”?
