La storia dell’enciclica scomparsa che avrebbe condannato il razzismo.

Il 10 febbraio 1939 moriva Pio XI stroncato da un infarto. Ripercorriamo la sua vita e il suo pontificato di stretti rapporti con Benito Mussolini (ne sono una prova i Patti Lateranensi dell’11/02/1929) e indaghiamo sul mistero della sua enciclica contro il razzismo che non venne mai pubblicata.
Achille Ratti
Achille Ratti nasce il 31 maggio 1857 a Desio, in Brianza. Avviato in giovane età dalla zio alla carriera ecclesiastica, Achille si fa subito strada grazie alla sua competenza negli studi: dopo essere stato educatore e professore di matematica in seminario, arriva all’attenzione di papa Leone XIII. Nel giugno 1891 e nel 1893 viene invitato a partecipare ad alcune missioni diplomatiche in Austria e in Francia. Chiamato poi da Pio X a Roma, viene nominato l’8 novembre 1911 viceprefetto con diritto di successione e, il 27 settembre 1914, prefetto della Biblioteca Vaticana. Nel 1918 papa Benedetto XV lo nominò visitatore apostolico per la Polonia e la Lituania e nel 1919 nunzio apostolico (cioè rappresentante diplomatico presso la Polonia). Il compito specifico di Ratti era quello di richiamare alla concordia il clero tedesco e quello polacco e, tramite costoro, la popolazione tutta. La comunità dei fedeli era infatti in fermento per via delle varie tensioni che si erano sviluppate dopo l’occupazione russa dei territori vicini, come conseguenza della vittoria nella Prima guerra mondiale. In questo periodo nel cardinale Ratti probabilmente si venne a formare la convinzione che il pericolo principale dal quale la Chiesa cattolica si doveva difendere fosse il bolscevismo. Nel 1921 è nominato arcivescovo di Milano e creato cardinale. Nel 1922 viene eletto Papa con il nome di Pio XI.

Il Papa e il Duce
Il rapporto con Mussolini non è travagliato come ci si potrebbe aspettare, almeno all’inizio. Nel 1922 il duce con la “marcia su Roma” ottiene la guida del governo e il Papa non si oppone, in lui infatti vede l’uomo che può aiutarlo a risolvere la spinosa “questione romana”. Dalla “Breccia di Porta Pia” la Roma dei Papi e la Roma dello stato erano due realtà separate in conflitto tra loro: il Papa non riconosceva lo stato italiano come legittimo in quanto aveva occupato il territorio dello stato pontificio e aveva impedito addirittura a tutti i cattolici di votare durante le elezioni con la bolla “Non expedit“; di contro il Regno di Italia non riconosceva nessuna autorità territoriale ai pontefici. L’11 febbraio 1929 però Pio XI e Mussolini firmano i “Patti Lateranensi“, un insieme di accordi che, attraverso garanzie e indennizzi, ricucivano i rapporti tra le due parti. Ratti definisce così il duce come “l’uomo della provvidenza” legittimando ancora di più agli occhi dei cattolici il suo governo. I due sono d’accordo o comunque non si scontrano su gran parte dei temi politici e delle attività del fascismo, eccezion fatta per l’educazione dei giovani: il Vaticano non ammette che i fascisti fossero gli unici responsabili dell’educazione dei ragazzi e per questo si oppone fortemente. Di conseguenza le associazioni come l’Azione cattolica non vennero chiuse dalle leggi fascistissime. Negli ultimi anni di vita però, in particolare con la proclamazione dell’Asse Roma-Berlino del 1936 e con la promulgazione delle leggi razziali in Italia del 1938, Pio XI ha dei forti ripensamenti sul suo legame con Mussolini: il duce è infatti sempre meno incline a dialogare con la Santa Sede e si mostra sempre meno cattolico (come invece si proclamava prima dei Patti del ’29); in più l’alleanza con Hitler non sembrava condurre in un direzione gradita alla Chiesa.
L’enciclica scomparsa
Per questi motivi Achille Ratti commissiona a padre John LaFarge e ad altri due gesuiti la redazione del testo di un’enciclica che condanni fortemente gli ideali del fascismo del nazionalsocialismo e il razzismo. Per la Chiesa la discriminazione degli ebrei sul piano razziale era una cosa insensata; i cristiani erano stati sì i primi a perseguitare gli ebrei e anche all’epoca il popolo giudaico era considerato deicida, ma era una concezione puramente religiosa: se un ebreo si fosse convertito al cattolicesimo, non sarebbe più stato perseguitato. Come ben sappiamo però, le cose per Hitler e Mussolini erano diverse. L’enciclica, intitolata “Humani generis unitas“ (sull’unità del genere umano), aveva il chiaro intento di precisare le posizioni del Papa, e quindi della chiesa, riguardo questi totalitarismi e le loro folli politiche. Un’enciclica forte e all’avanguardia coi tempi, che però non vide mai la luce. Il segretario di stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) e il generale dell’ordine dei gesuiti infatti fecero il possibile per ritardare la pubblicazione del testo, preoccupati che, condannando il nazionalsocialismo e il fascismo, avrebbero esaltato il comunismo, una minaccia ben peggiore agli occhi della Curia. Il testo della bozza dell’enciclica arrivò sul tavolo di Pio XI ma questi non riuscirà mai a leggerlo, il 10 febbraio 1939 infatti viene stroncato da un infarto; proprio il giorno seguente avrebbe dovuto tenere un discorso con i vescovi in cui avrebbe annunciato la condanna dei totalitarismi e la pubblicazione dell’Humani generis unitas. Il discorso e tutte le sue copie che dovevano essere distribuite ai vescovi vennero distrutte immediatamente per ordine del Pacelli. Il testo dell’enciclica verrà pubblicato solo nel 1995.
A causa della sua morte improvvisa, venne avanzata l’ipotesi per la quale Pio XI fosse stato avvelenato per ordine di Benito Mussolini. Il dittatore, preoccupato di poter ricevere una condanna e una scomunica, avrebbe incaricato il medico Francesco Petacci, padre di Claretta Petacci, di avvelenare il Pontefice; il medico infatti ebbe accesso alla camera del Ratti subito dopo la sua morte.