Il film “Il gioiellino” riflette sulle vicende del famoso crac Parmalat

Come l’utilizzo improprio degli strumenti finanziari può trasformarsi in frode.

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Nel 2003 Parmalat è stata  protagonista di uno scandalo contabile che ha portato al fallimento e all’accusa di bancarotta fraudolenta il suo presidente Callisto Tanzi.

LO SCANDALO DELLA SOCIETÀ CHE LASCIÒ L’ITALIA SENZA LATTE

Parmalat S.p.A., di cui il nome originale era “Dietalat”, è una multinazionale italiana produttrice di latticini e alimentari. Divenuta leader mondiale nella produzione di latte a lunga conservazione grazie al processo UHT, l’azienda è crollata nel 2003 con un buco contabile di 14 miliardi di euro, realizzando quello che ad oggi rimane il più grande fallimento mai avvenuto in Europa. Dal 2011 Parma S.p.A. appartiene al gruppo francese Lactalis e mantiene una presenza globale, con attività in Europa, America Latina, Nord America, Australia, Cina e Sudafrica. Ancora specializzato nella produzione di latte UHT e derivati del latte, il gruppo opera anche nel settore dei succhi di frutta. L’operatività del gruppo include quasi 140 centri di produzione e più di 36.000 dipendenti in tutto il mondo, mentre l’attività regolamentata da circa 5.000 aziende lattiero-casearie italiane dipende in larghissima parte da Parmalat e, quindi, da Lactalis. Le azioni Parmalat sono quotate alla Borsa Italiana. I problemi dell’azienda cominciarono a manifestarsi all’inizio del 2003 e portarono rapidamente al crollo entro la fine dell’anno. Nel gennaio 2003, infatti, poco dopo la pubblicazione dei risultati della gestione 2002, cominciarono a circolare dubbi sul bilancio, dal quale risultavano livelli elevati di indebitamento, pur avendo l’azienda riserve liquide consistenti. Questo spinse la Consob (Commissione nazionale per le società e la Borsa; è l’ente rivolto alla tutela degli investitori, all’efficienza, alla trasparenza e allo sviluppo del mercato mobiliare italiano) a richiedere formalmente a Parmalat la ragione di tali livelli di debito, pur in presenza di una elevata liquidità. Nell’aprile 2003 rassegnò le proprie dimissioni il direttore finanziario della Parmalat, colui che era il più stretto collaboratore del patron della società e che aveva svolto un ruolo chiave nella creazione della complicata struttura finanziaria dell’azienda. Insoddisfatta delle informazioni ricevute, la Consob richiese il rapporto sui conti di Parmalat redatto per il 2002 dalla società di revisione “Deloitte & Touche”. Successivamente la società di revisione iniziò ad esprimere dubbi su un investimento di 500 milioni di euro effettuato da Parmalat in un fondo comune di investimento, chiamato Epicurum, con sede nelle isole Cayman. Questo investimento non era stato dichiarato nel bilancio del 2002 e venne rilevato solo dopo che Consob aveva iniziato a effettuare le proprie indagini sui conti dell’azienda. A fine novembre dichiara l’intenzione di ritirare il proprio investimento e in Epicurum. Tuttavia, all’inizio di dicembre l’azienda annunciò che non era in grado di rimborsare un prestito obbligazionario pari a 150 milioni di euro a causa dell’impossibilità di liquidare l’investimento in Epicurum. Tale annuncio allarmò non poco gli analisti, perché contrastava con la presenza di elevate riserve liquide dichiarate nel bilancio. Il 9 dicembre 2003, Callisto Tanzi e il figlio Stefano ammisero che i conti di Parmalat erano imprecisi. Le banche con cui l’azienda era indebitata incaricarono un esperto di indagare sulle dimensioni della frode e di rettificare la situazione dei conti. Lo scandalo si estese non appena divenne chiaro che non solo i conti della Parmalat erano imprecisi, ma anche le pratiche finanziarie di tutto il gruppo e delle sue società partecipate erano fraudolente. Circa il 38% dell’attivo di Parmalat, così come presentato nel bilancio dell’anno precedente, risultava essere detenuto presso un conto di Bank of America intestata a una società partecipata di nome Bonlat, domiciliata nelle isole Cayman (Caraibi). Il successivo 19 dicembre, però, la Bank of America dichiarò ufficialmente che tale conto non esisteva e, successivamente, si scoprì che una lettera su carta intestata della banca stessa era in realtà falsa, create da sistemi interni di Parmalat tramite una scansione del logo della banca. Tutto ciò mise in luce un buco di circa 4 miliardi di euro nell’attivo di Parmalat.

Indagini successive rivelarono che il buco nei conti era molto più elevato di quanto inizialmente stimato, probabilmente vicino ai 10 miliardi di euro. Questo portò inevitabilmente alla dichiarazione di fallimento da parte del tribunale di Parma, cui seguì il passaggio all’amministrazione controllata sotto la supervisione di una commissione speciale diretta da Bondi. Inoltre, il governo italiano pubblicò un decreto di emergenza che proteggeva Parmalat dai suoi creditori per 120 giorni, consentendo all’azienda di mantenere in piedi le proprie attività operative grazie al capitale circolante. Tanzi e venti persone vennero arrestate con l’accusa di bancarotta fraudolenta e imprigionate nel carcere di San Vittore a Milano.

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LE SOCIETÀ OFFSHORE

Come fece Callisto Tanzi a nascondere i debiti, procedere con i finanziamenti e a far quadrare i conti? Prima di parlarne bisogna entrare più nella materia e scoprire che le falsificazioni riguardavano nello specifico la tenuta dei margini operativi (che sono degli indicatori di redditività che evidenziano il reddito di un’azienda basato solo sulla sua gestione operativa, quindi senza considerare gli interessi, le imposte, il deprezzamento di beni e gli ammortamenti), individuabili nell’EBIT e nell’EBITDA, il livello di indebitamento verso banche e obbligazionisti, la consistenza del patrimonio netto, la veridicità e l’esigibilità dei crediti. Sostanzialmente, il Gruppo Parmalat otteneva credito riuscendo a mantenere in equilibrio stabile la sua struttura finanziaria e a raggiungere quel livello minimo di margine operativo che consentisse di realizzare flussi di cassa tali da essere sufficienti al rimborso dei debiti finanziari. Ma ovviamente, affinché questo sistema potesse continuare ad essere alimentato, era necessario occultare il vero livello d’indebitamento. La capacità che il Gruppo Parmalat ha avuto nello “stare in piedi” per tutti questi anni, è da attribuire soprattutto al sostegno finanziario di grandi banche internazionali e non solo. Le banche non si sono limitate a fare credito alla società, bensì, assicuravano anche una liquidità, non indifferente, attraverso l’emissione di bond.

Contrariamente ad altri scandali contabili, in questo caso i soldi non erano scomparsi, sottratti dai proprietari o altri membri dei vertici aziendali, ma piuttosto si erano si era fatto ricorso a strumenti sofisticati per far apparire l’esistenza di risorse finanziarie e attività che in realtà non esistevano. La frode contabile e documentale aveva quindi l’obiettivo di nascondere queste perdite; occorre riconoscere che ciò avvenne con strumenti così sofisticati che persino i revisori contabili non riuscirono per anni a individuarle. Ma oltre alla copertura da parte delle banche e l’utilizzo di altri strumenti, la Parmalat si sposta verso le società offshore. Aprire una società offshore significa sfuggire ad ogni tipo di adempimento e tassazione; il paradiso fiscale che si era creato permetteva di evadere o eludere le leggi e le normative del Paese di provenienza. Così Tanzi, che aveva scelto di trasferire 7 miliardi dalla Parmalat ai Caraibi, riuscì ad ottenere elevata riservatezza sulle attività finanziarie. Siccome le autorità amministrative locali non consentivano il totale scambio di informazioni con le autorità degli altri Paesi, e quindi nemmeno con l’Italia, è stato “facile” nascondere la verità ai revisori contabili.

Lo scandalo ha maggiormente colpito la categoria dei risparmiatori, le cui uniche consolazioni sono venute dalla nuova Parmalat. Infatti,  coloro che avevano investito 5mila euro in bond della vecchia Parmalat e, poi, hanno aderito alla conversione dei bond in azioni della nuova Parmalat, con le quotazioni del titolo a 3 euro avrebbero recuperato, dalla vendita delle medesime azioni, il 60% del capitale iniziale.

IL FILM “IL GIOIELLINO”

La pellicola trae spunto dalle vicende del  crac Parmalat. Tuttavia, alcuni personaggi e molti fatti narrati sono frutto di invenzione e di creazione artistica degli autori. La storia è ispirata a fatti realmente accaduti analizzati attraverso lo studio di materiale pubblico e di articoli di stampa. Un film di denuncia, secondo una tradizione di cinema civile come tanti maestri del passato, non un film d’inchiesta, ma che risponde al fondamentale bisogno di documentazione storica dei nostri tempi, ed in particolare di cosa abbia rappresentato, in certi frangenti, il capitalismo. Ciò che è importante sottolineare è la riuscita o meno di un lavoro che sin dalle sue premesse, e per la delicatezza del tema, si presta anche ad una critica politica, oltre che artistica. Infine,  la scelta di raccontare la crisi di Parmalat dall’interno, permette al regista di coinvolgere maggiormente lo spettatore nelle biografie di questi personaggi da operetta, provinciali e limitati, ma a loro modo geniali nelle truffe contabili che utilizzano.

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