I sette fratelli Cervi: scopriamo la loro storia di antifascisti nel panorama della resistenza italiana

Nati e cresciuti un una famiglia di contadini profondamente antifascisti, i sette fratelli Cervi parteciparono alla Resistenza, perdendo la vita per mano fascista.

Era il 28 dicembre 1943 quando i fratelli Cervi vennero brutalmente uccisi dalla forza fascista. In ricordo del loro attivismo, ripercorriane la storia all’interno del quadro della resistenza italiana.

L’antifascismo e la resistenza

Il movimento dell’antifascismo iniziò a svilupparsi già dalla seconda metà degli anni ’20. L’omicidio di Giacomo Matteotti, avvenuto nel 1924, segnò difatti un punto d’avvio cruciale. Tra il 1925 e il 1926 vennero emanate le leggi eccezionali del fascismo, note anche come leggi fascistissime, che strutturarono un sistema totalmente accentrato e guidato dal partito fascista, il quale agiva con repressione e violenza, annullando ogni scintilla di democrazia. Gli oppositori al regime si adoperarono per diffondere la propria parola in clandestinità, vista la totale impossibilità di poter esprimere ogni forma di dissenso alla luce del sole. La contrarietà all’assetto statale era infatti punita con svariate misure, come il l’ammonizione, la sorveglianza e il confino politico. Molti antifascisti si recarono all’estero, dove fondarono organizzazioni come la Concentrazione Antifascista, che riuniva volti antifascisti in esilio impegnati nella lotta contro la dittatura. Fu dopo l’armistizio di Cassibile, siglato il 3 settembre del 1943 (ufficialmente efficace dall’8 di settembre con il proclama di armistizio di Pietro Badoglio, divenuto capo del governo italiano il 25 giugno 1943) come resa incondizionata dell’Italia agli alleati, che si iniziò effettivamente a parlare di resistenza. Il 9 settembre dello stesso anno, Pietro Nenni (Partito socialista), Giorgio Amendola (Partito comunista), Ugo La Malfa (Partito d’Azione), Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana) Meuccio Ruini (Democrazia del Lavoro) e Alessandro Casati (liberali)  fondarono il Comitato di Liberazione Nazionale (CNL). Contrariamente a quanto molti pensano infatti, la resistenza non ha definito un attivismo solo ed esclusivamente comunista, bensì ha riunito le varie correnti politiche sotto il comune denominatore della volontà di lottare contro l’occupazione tedesca e tutte le forze a favore del potere fascista. Seguì la rapida creazione di comitati di liberazione locali con l’intento di dar via ad un sistema di contrapposizione alle squadre tedesche presenti sul suolo italiano.

La famiglia Cervi

La famiglia Cervi affondava le proprie radici in un fervente attivismo. Già Agostino Cervi, nonno dei 7 fratelli Cervi, dimostrò di avere particolarmente a cuore i bisogni sociali e il diritti nella loro complessità divenendo figura di spicco nella rivolta contro la tassa sul macinato importa nel 1869. Il figlio Alcide sviluppò già da molto giovane un senso di affinità con l’attivismo politico, affascinato dal Partito Popolare (predecessore della Democrazia Cristiana), al quale si iscrisse. Alcide si sposò nel 1899 con Genoeffa Cecconi, un’unione che portò alla nascita di 7 figli e 2 figlie. I coniugi Cervi vollero trasmettere ai propri figli l’importanza di agire di concerto e di prendere decisioni ponderate insieme, senza far prevalere la volontà di un singolo individuo. Si trattava di un nucleo familiare che basava la sua sussistenza sull’attività contadina, ma era ben lontano dalla classica accezione di tale mestiere: amanti della terra e del proprio lavoro e dotati di un forte spirito d’innovazione, i Cervi rivalutarono il proprio terreno rendendolo quanto più moderno possibile alla luce dei recenti studi sull’agricoltura di allora. La cultura giocava a sua volta un ruolo centrale, motivo per il quale allestirono una biblioteca casalinga, la quale ospitava sui propri scaffali molteplici volumi riguardanti la coltura. Al contempo, i membri della famiglia erano accomunati da un appassionato senso politico, come dimostrato dal radicato sentimento antifascista che li caratterizzava.

La lotta contro il fascismo e l’eccidio

Durante la Seconda guerra mondiale, la famiglia Cervi diventa un punto di riferimento dell’ala antifascista, accogliendo prigionieri di guerra stranieri fuggiti dalla gogna nazifascista e partigiani. Alcide e i suoi figli Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore si impegnarono in prima persona nella resistenza, dando vita a quella che prese il nome di Banda Cervi. La loro attività incontrò un notevole sviluppo a seguito del proclama di armistizio di Badoglio dell’8 settembre 1943. Si cimentarono difatti in pratiche di guerriglia e spionaggio nei confronti delle squadre nazifasciste. Con il tempo divennero volti molto noti. Per le forze fasciste erano nemici, persone da eliminare. Così, il 25 novembre 1943, un reparto della Guardia Nazionale Repubblicana (ossia la forza armata istituita dalla Repubblica Sociale Italiana guidata da Benito Mussolini) arrestò i sette fratelli Cervi ed il padre insieme ad altri personaggi molto noti, tra cui il partigiano Dante Castellucci e Quarto Camurri. Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore vennero imprigionati nel carcere politico dei Servi a Reggio Emilia insieme al padre Alcide. Qui vennero torturati, e il 28 dicembre vennero fucilati. Alcide rimase nella cella fino all’8 gennaio 1944, giorno in cui il carcere venne bombardato dagli Alleati. Solo successivamente venne informato di quanto accaduto ai figli.

“I miei figli hanno sempre saputo che c’era da morire per quello che facevano e l’hanno continuato a fare, come anche il sole fa l’arco suo e non si ferma davanti alla notte.”

Quella appena citata è una nota frase pronunciata da Alcide il 25 ottobre 1945, in occasione dei funerali dei figli. Deciso nel mantenere vivo il ricordo dei propri eredi, delle loro gesta e del loro coraggio nel contrapporsi al potere fascista in favore della democrazia, Alcide si adoperò nel raccontare la loro storia, sensibilizzando gli italiani nel prendere coscienza del valore della libertà e di quanto sangue sia stato versato, quante famiglie siano state infrante per poterla raggiungere. Il suo impegno per mantenere viva la memoria dei suoi sette valorosi figli è rimasto acceso fino alla notte tra il 26 e il 27 marzo 1970, quando Alcide venne a mancare. A loro ha dedicato un libro intitolato “I miei sette figli”, pubblicato nel 1955, le cui parole si rivelano indispensabili per poter comprendere la storia, i fattori che l’hanno definita e le conseguenze che essi hanno determinato, potendo apprezzare l’immenso dono di cui godiamo oggi: la libertà.

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