Dialogare con chi ormai non c’è più è un’esigenza impellente che si genera nel confronto con la morte, limite invalicabile che ci separa dai nostri cari e da tutti coloro che hanno camminato sulla terra.

Eppure in certi casi questo limite non sembra più essere impossibile da superare, almeno per la letteratura. L’incontro con i morti è descritto in modi diversi nelle opere letterarie: dal rivivere i ricordi al vero e proprio viaggio fisico nell’aldilà. Basti solo pensare al celeberrimo percorso oltremondano descritto da Dante nella “Divina Commedia”. Vediamo di seguito altri esempi attraverso le opere di Virgilio, Lucano e Montale.
1.La discesa agli inferi di Enea nel poema virgiliano
È nel sesto dei dodici libri di cui è composta l’Eneide di Virgilio, autore latino di età augustea, che avviene la discesa agli inferi del protagonista Enea. Questo particolare viaggio è indispensabile all’eroe troiano per la buona riuscita del compito affidatogli dal fato, ovvero fondare la nuova stirpe romana nel Lazio. Scampato alla distruzione di Troia e abbandonata l’amata Didone il “profugo a causa del fato”, consigliato in sogno dal padre defunto, si reca a Cuma per incontrare la Sibilla. Raccolto un ramo d’oro per la regina dell’Oltretomba e sacrificati animali agli dei inferi, la profetessa lo guida nell’Ade. Dal vestibolo popolato di esseri mostruosi personificazioni dei mali umani, giungono al fiume Acheronte e al nocchiero Caronte che, dopo un’iniziale incertezza, lo traghetta all’altra sponda nonostante sia vivo. La feroce opposizione del mostro Cerbero invece viene placata dalla Sibilla tramite una focaccia soporifera. Varie sono le anime che Enea vede lungo questo percorso, fra cui Didone, ma lo scopo della catabasi è l’incontro con lo spirito del padre Anchise per apprendere da lui il proprio futuro e il destino dell’intera discendenza a cui deve dare origine. Quella del campione della pietas è una discesa nell’aldilà per conoscere il senso del suo patire e lungo peregrinare, attraverso la visione delle anime di tutti coloro che ancora devono nascere e che renderanno grande Roma.

2.La necromanzia della maga Erittone nella “Pharsalia”
La “Pharsalia” o “Bellum civile” del poeta latino di epoca neroniana Lucano può a tutti gli effetti essere considerata un’antieneide. Composto di soli 10 libri, perché rimasto incompiuto per la morte dell’autore, questo poema narra della sanguinosa guerra civile fra Pompeo e Cesare (49-45 a.C.). Non è un’opera celebrativa dei fasti di Roma, come l’Eneide, ma un’aperta denuncia della spietata crudeltà di una lotta fratricida. In aperto confronto con il capolavoro virgiliano, anche qui nel libro sesto viene trattato il contatto con il mondo dei morti. Tuttavia in questo caso assume i tratti di un macabro rito di necromanzia. Sesto Pompeo interroga la terribile maga tessala Erittone sull’esito della battaglia di Farsalo ed essa rianima il cadavere di un soldato defunto per ottenere la predizione. Lo scrittore indulge nel racconto dei dettagli truculenti e spaventosi del rito di magia nera. Lo spirito, temporaneamente richiamato nel mondo dei vivi, annuncia la prossima sconfitta di Pompeo e il destino funesto di rovina di Roma.

3.Un fischio come tramite per l’aldilà in Montale
Avevamo studiato per l’aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.
Questa è la prima strofa di una delle meravigliose poesie che il poeta novecentesco Eugenio Montale dedica alla moglie defunta Drusilla Tanzi, da lui affettuosamente chiamata Mosca. Si tratta del quarto componimento della prima serie di “Xenia”, poi inglobati nella raccolta “Satura”. Il distacco dalla persona amata genera in lui uno sconforto e un dolore devastante che prova a contrastare ancorandosi al vano, ma tenero, patto stretto con la moglie quando essa era ancora in vita. Un accordo secondo cui, grazie al segnale di un fischio, avrebbero potuto rimanere in contatto anche dopo la morte. “Modulare quel suono” è un tentativo inutile, per lui non c’è alcuna possibilità di accedere al mondo dei morti per rivedere la sua amata, nessun modo di riportarla nell’aldiquà, se non la tenue speranza di essere già morto e non esserne cosciente. Il trapasso è dunque una spaccatura che si apre sul vuoto, sul nulla, sull’oblio, non c’è un ulteriore mondo con cui poter entrare in contatto e i vivi sono destinati a perdere del tutto i loro cari, anche nella difficoltà del ricordo.