QUANTO SONO IMPORTANTI I DRAGHI NELLA STORIA? CE LO SPIEGA IL CINEMA

C’è magia? Sì. C’è l’eroe? Sì. C’è una mitica avventura? Assolutamente sì. E allora c’è anche un drago. Buono, cattivo, sputafuoco o parlante non importa. Se è un lucertola volante dalle dimensioni preoccupanti, è approvato.

Draco, il drago parlante protagonista di “Dragonheart” (1996).

Da “Lo Hobbit” a “Shrek”, da “Game of Thrones” fino a “Harry Potter”. Nei film e nelle serie fantasy introdurre la figura leggendaria del drago è sempre un’ottima idea per dare quel qualcosa in più che manca alla narrazione. Il mito del drago è decisamente uno dei più interessanti mai esistiti e anche uno dei più ampi. Non c’è una sola storia né una sola versione che racconta le caratteristiche di queste creature mitiche.

I DRAGHI NELL’ANTICHITÀ

La figura mitica del drago è presente fin dall’antica Mesopotamia, dove draghi blu e neri popolavano la Terra. Per i Babilonesi il primo fu una femmina di drago nero che generò un esercito di suoi simili per popolare il pianeta. In Grecia venivano indicati col termine δράκων. A differenza dell’immagine che se ne ha nel Medioevo, dove il drago tipo era un mostro sputafuoco, con ali e quattro zampe, nell’iconografia greco-romana era visto solo un enorme serpente. Nell’opera “Le Argonautiche” è un drago a fare la guardia al Vello d’Oro, costringendo Medea, potente maga, ad usare una pozione per farlo addormentare e recuperare l’artefatto. Anche Omero cita un drago con la forza di un leone e l’agilità di un’aquila. Un famosissimo drago anfibio presente in molti miti era L’Idra di Lerna. Si diceva che fosse la sorella di Cerbero ed era dotata di nove teste (anche se altre fonti ne contavano cento), in grado di ricrescere se recise. Fu Eracle a riuscire nell’impresa durante la seconda delle sue dodici fatiche. L’eroe tagliò una a una le teste, aiutato dall’amico Iolao che ne cauterizzava l’amputazione, riuscendo infine a schiacciare con un masso la testa centrale, ritenuta immortale. Anche nella religione ebraica il drago è ampiamente presente come creatura malevola. Nel Libro di Giobbe è presente il cosiddetto drago Raab, un enorme serpente marino. Il suo nome viene tradotto in alcune fonti con il termine orgoglio o superbia, mentre in altre viene usato per identificare l’Egitto. Nel libro di Isaia il drago viene associato al Leviatano, un enorme mostro marino. Il Leviatano è l’incarnazione del caos demoniaco, divoratore di anime, destinato ad essere sconfitto dal bene.

Ercole combatte l’Idra di Lerna (vaso a figure nere, VI secolo a.C.)

L’ESTINZIONE DEI DRAGHI DURANTE IL MEDIOEVO

Fino al Medioevo la figura del drago è stata sinonimo di carestia e guerra. Nei Bestiari, testi medievali per la catalogazione del bestiame, l’aspetto fisico del drago era descritto con dovizia di particolari. Ed è qui che se ne identifica anche l’estinzione. Sull’orda della nascente classe dei cavalieri, moltissimi di loro intrapresero l’avventura in cerca di gloria. Come simbolo del Male, l’unico modo utile per sterminarli sembrava il cristianesimo. Su questo tema la storia più celebre è sicuramente quella di San Giorgio che, coraggiosamente, sconfisse un drago per salvare la principessa prigioniera. Ma non solo lui, molti altri santi si prestarono a queste eroiche imprese. Un’altra storia famosa è quella di San Silvestro che si recò, armato solo di un crocifisso, in una grotta sul Palatino per sfidare un terribile drago. Alla vista del simbolo, il drago divenne immediatamente calmo, lasciandosi portare al cospetto della folla inferocita, che lo uccise. Anche Santa Marta sconfisse un drago, chiamato Tarasca. Come San Silvestro, Santa Marta mostrò al drago il segno della croce, rendendo l’animale mansueto, cosicché anche lei potesse potarlo davanti alla popolazione armata. “Dragonheart”, film del 1996, ne è un esempio perfetto. Il protagonista Bowen è, infatti, un cavaliere errante, che fa la sua fortuna uccidendo senza pietà tutti i draghi esistenti. La sua stoica missione si interromperà nel momento in cui incontrerà Draco, l’ultimo della specie, che ribalterà la sua visione della vita e della moralità. Anche qui c’è un uomo di chiesa, Fratello Gilbert, il quale all’inizio, anche se abbastanza inutilmente, continuava a mostrare la croce a Draco per salvarsi.

“DRAGON TRAINER” E I MITI NORDICI

Anche per i norreni il drago era sinonimo di malvagità. Si riteneva fosse il precursore di Ragnarǫk, cioè la battaglia finale tra il bene e il male, inizio solamente della distruzione del mondo. Uno dei draghi più famosi è il Serpente di Midgard, addirittura figlio di Loki, dio dell’inganno. Questo drago fu scagliato nel mare di Midgard (la Terra) da Odino e lì dovrà rimanere fino al Ragnarǫk, in cui affronterà Thor. Ma per i vichinghi le tipologie di draghi erano svariate. Una di queste, ad esempio, erano i firedrake, bestioni alati sputafuoco posti a guardia di magici tesori. Famoso è quello che affrontò l’eroe Beowulf nella battaglia finale del poema omonimo, che, seppur vedendolo vincitore, ne determinerà la morte. Il firedrake è anche la principale ispirazione per il perfido Smaug (“Lo Hobbit”, 1937). “Dragon Trainer” film Dreamworks del 2010, ben si presta a rappresentare la visione negativa dei vichinghi nei confronti dei draghi. La vita del protagonista Hiccup è segnata dalle convinzioni del padre, capo villaggio, dedito alla caccia sportiva di draghi, convinto che essi siano creature demoniache da distruggere. Emblematica è la scena in cui il ragazzo, nel tentativo di studiare le caratteristiche di queste creature, in una sorta di Bestiario vichingo, in ogni pagina trova scritto  “estremamente pericoloso, uccidere a vista”. Nel tentativo di abbattere il suo primo drago, Hiccup si ritrova invece a salvare la vita di una Furia Buia (tra l’altro presentata con un rassicurante “È la progenie diabolica nata dall’unione del fulmine e della morte”). Nel momento in cui dovrebbe dargli il colpo di grazia Hiccup vede negli occhi di Sdentato (così chiamato da lui), tutta la fragilità di chi non vuole morire. “Ho guardato lui e ho visto me stesso” dice il giovane, rendendosi conto che a conti fatti fra i due non si sapeva chi era più spaventato. Questa è una delle particolarità di “Dragon Trainer”. Il film riesce, infatti, a smorzare tutta la pericolosità della figura del drago pur mantenendone intatta l’epicità.

Sdentato cerca di disegnare Hiccup in una delle scene del film.

“RAYA” E IL VALORE DEI DRAGONI ORIENTALI

Per l’Oriente, specialmente la Cina, la storia dei draghi è differente. Insieme alla fenice, per la Cina il drago è da sempre simbolo della famiglia imperiale. Per loro il drago era simbolo di armonia, custode di tesori magici e portatore di conoscenza, potere e fortuna. Rappresentavano inoltre la magia, grazie anche alla loro capacità di controllare alcuni eventi climatici, come la pioggia. La leggenda era alimentata anche dai ritrovamenti archeologici. Non era raro, infatti, ritrovare dei fossili di dinosauro. L’unica spiegazione logica possibile era che quegli animali fossero draghi. Inoltre, in Indonesia venne scoperta una specie di “drago vivente” chiamato varano, che prese il nome appunto di Drago di Komodo a causa della sua forma simile ad un piccolo dinosauro. Se due tra le più famose rappresentazioni di dragoni cinesi, il drago Shenron (“Dragonball”, 1984) e Mushu (“Mulan” 1998), rappresentano bene la visione orientale del drago, è Raya (2021) a darne un’accezione decisamente simbolica. Il film si svolge in una terra immaginaria dove cinquecento anni prima un drago aveva salvato l’umanità dagli spiriti maligni, sparendo però nel processo. La popolazione, prima unita, si divise in cinque tribù continuamente in conflitto. Quando l’ennesimo litigio porterà alla distruzione della gemma del drago, il mondo tornerà nel caos. Solo il ritorno di Sisu, l’ultimo drago, potrà riunire il popolo diviso e salvare il pianeta. A differenza di molte altre pellicole sul tema, “Raya” concentra tutta la sua attenzione sulla figura spirituale e sacrale del drago. Sisu, pur non essendo attiva nella risoluzione della trama, fa da catalizzatore di tutte le emozioni positive perdute da tempo. Non è un pregiudizio da superare né un nemico che si rivela amico. Ogni personaggio si rivolge a lei con massima riverenza, addirittura omaggiandola con un gesto di preghiera. È interessante notare come nel momento in cui Sisu entra in scena non vi sia più distinzione tra buoni e cattivi, tra chi ha ragione e chi ha torto. Rimane solo la consapevolezza di essere in presenza di ciò che di giusto c’è nel mondo.

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