Il BIO, una semplice parola in grado di evocare pensieri positivi su qualunque prodotto che lo riporta in etichetta. In merito c’è tanta confusione, proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Chi di noi non ha comprato almeno una volta un prodotto bio pensando di star acquistando un prodotto di qualità superiore, che rispetta la natura, che fa meno male, che disintossica, insomma, che sia migliore in generale? Sicuramente la parola bio lascia nella mente di tutti l’idea di star acquistando un prodotto naturale e senza “sostanze chimiche”. Ma è davvero così? In realtà la questione bio è molto più ampia e complessa, cerchiamo di capire gli aspetti fondamentali.
Il Bio nell’industria alimentare
In un articolo pubblicato ieri su Focus si parla di un processo sviluppato e brevettato dall’Istituto Italiano di Tecnologia che permette di ottenere plastiche completamente biodegradabili e sostenibili utilizzando carciofi, prezzemolo, cannella, cacao, caffè e altri scarti dell’industria alimentare. Il primo prodotto sperimentale è stato un imballaggio in bioplastica realizzato interamente a partire dallo scarto dei carciofi invenduti. Oltre alla bioplastica, dagli scarti vegetali si possono produrre anche biocarburanti di nuova generazione a partire da paglia, potature agricole e residui delle manutenzioni boschive. “Ottimo!” direte. Di certo queste nuove tecnologie ad economia circolare e sostenibili rappresentano il futuro, ma nel presente l’economia del bio non è sempre verde come può sembrare. “Green“, “ecobio“, “ecosolidale” sono parole molto utilizzate nel marketing per dare a qualsiasi prodotto un tocco di verde e fare l’occhiolino ai salutisti, tuttavia non è tutto oro quel che luccica. Per l’industria alimentare, la certificazione Bio è regolamentata da un disciplinare europeo ben preciso, i regolamenti CE n. 834/07 e 889/08. Ciò significa che in tutti gli stati membri un prodotto alimentare certificato bio segue le stesse regole. Quello su cui bisogna soffermarsi però, sono queste regole. Infatti la certificazione Bio si riferisce esclusivamente ai processi di produzione, non alle qualità del prodotto finale. Gli ingredienti dei prodotti alimentari da agricoltura biologica devono essere certificati “bio” almeno per il 95 per cento. Questa percentuale è riferita al totale degli ingredienti di origine agricola, escludendo acqua, sale, additivi ammessi, eccetera. Prendiamo ad esempio una bevanda gassata Bio. Escludendo l’acqua, è sufficiente che lo zucchero sia bio per raggiungere facilmente quel 95%. Considerando una media di 30-40g di zuccheri per 330ml di bevanda, bevendola tutta abbiamo già ingerito circa l’80% di zuccheri liberi consigliati in una giornata, poco importa che quello zucchero sia stato coltivato utilizzando le coccinelle come pestidici! Bio non vuol dire più salutare, è bene che questo sia chiaro. Il disciplinare riguarda i processi di produzione, che devono seguire una serie regole ben precise, ma anche considerando i vantaggi che dovrebbero apportare a livello ambientale, non c’è nessuna evidenza scientifica che quei metodi di produzione siano sempre meno impattanti dei tradizionali, perché il prodotto va considerato nella sua interezza, dall’inizio della filiera di produzione fino allo smaltimento.
È meno impattante una confezione di plastica o di cartone? Verrebbe da dire di cartone, ma neanche questa risposta è semplice. Bisognerebbe considerare da dove provengono gli alberi tagliati, qual è la mole di produzione, se questo provoca il disboscamento di alcune aree e tantissimi altri fattori. Insomma, una risposta semplice non c’è, e i produttori non sono tenuti (e neanche riuscirebbero) a dare tutte queste informazioni, basti ricordare che un packaging di cartone e un logo con una fogliolina verde non vi faranno diventare né più sani, né più santi.

Il Bio nell’industria cosmetica
Un discorso a parte, e più complesso, si può fare per i cosmetici Bio. Qui le cose si complicano ancora di più perché dire cosmetico “Ecobio” non significa assolutamente nulla. Infatti non esiste alcun disciplinare europeo per certificare un cosmetico come Bio. Quello che esiste è una miriade di enti certificatori autonomi ognuno con un proprio disciplinare, cioè con la propria idea di “prodotto Bio“. Vediamone due tra i più importanti. Cosmos ha due certificazioni: Cosmos Organic (20% di ingredienti da agricoltura biologica che scende al 10% per i prodotti a base minerale) e Cosmos Natural per la quale non ci sono dei minimi di ingredienti biologici da rispettare ma basta attenersi ad una lista di ingredienti permessi e non (a loro discrezione, non sempre basata su studi scientifici ma spesso sui trend delle vendite). Proprio perché spesso il marketing del bio fa leva anche sulla stigmatizzazione di alcuni ingredienti, è utile specificare che non esiste una lista di ingrediente “buoni” e di ingredienti “cattivi“: ognuno degli ingredienti utilizzati nei cosmetici in vendita nell’unione europea è ampiamente studiato e corredato da un profilo tossicologico in continuo aggiornamento consultabile da tutti. Per NaTrue è tutto diverso, ha tre certificazioni: 1, 2 o 3 stelle. Le quantità non cambiano solo in base al numero di stelle ma anche in base al prodotto cosmetico. Come queste ne esistono tantissime altre. Bisogna considerare poi che questi enti sono delle aziende e come tali bisogna pagare per avere la loro certificazione, per cui non tutti i produttori scelgono di avere delle certificazioni ufficiali e preferiscono un più economico greenwashing. Anche qui, in definitiva, spalmarsi in faccia una cremina bio non è necessariamente meglio che utilizzare una crema con siliconi.

Perché naturale non è meglio di chimico
Per comprendere meglio il fenomeno del Bio bisogna fare un’ultima considerazione. È vero che nell’ultimo secolo molti prodotti che venivano utilizzati nelle industrie sono stati banditi perché si sono rivelati nocivi, come ad esempio il piombo per saldare le lattine, ma è anche vero che negli ultimi anni questa preoccupazione è cresciuta così tanto da essere controproducente, non ci si fida più della scienza. Complice anche un marketing aggressivo, si è venuta a creare una netta distinzione tra ciò che è “chimico” e ciò che è “naturale” e, come prevedibile, naturale è meglio di chimico. Il punto fondamentale è che non esiste un chimico e un naturale perché sono la stessa cosa. Bisogna immaginare la natura come un grande laboratorio di chimica che produce molecole, poco importa se questa molecola proviene da un albero di mele o da un nostro laboratorio, perché la chimica non cambia, le molecole sono sempre uguali. La vitamina C che trovo in un’arancia è la stessa che posso trovare in un integratore (i motivi per cui preferire un’arancia ad un integratore ci sono, ma sono altri). Il nostro corpo non è in grado di distinguere le molecole in base alla loro provenienza, ma solo in base alla loro struttura. Non fatevi ingannare da chi spaccia i “prodotti naturali” come migliori di “quelli chimici”, perché probabilmente non sa di cosa sta parlando.
