Quando i critici letterari leggono il teatro, dovrebbero avere l’esperienza di Renè Ferretti

La Medea di Euripide ha da sempre suscitato perplessità tra i filologi e i critici, alcune delle quali di soluzione registica. Il metodo da seguire è quello che Renè adotta con gli sceneggiatori della serie “Boris”.
Renè Ferretti è un abile interprete drammaturgico
Chi, guardando la serie italiana più cinefila degli ultimi 20 anni non ha adorato i tre sceneggiatori? Interpretati da Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo ed Andrea Sartoretti, fanno impazzire Renè Ferretti e tutta la troupe impegnata nella realizzazione de “Gli occhi del cuore 2”.
Gli sceneggiatori hanno da sempre un ruolo determinante nel processo creativo di un prodotto di intrattenimento o spettacolo, ma le 3 scalmanate penne di Boris lo rendono piuttosto difficile.
Con tutti i loro “basito”, “meravigliato”, “sorpreso”, ordinati sulla tastiera rapida di vecchi computer fissi, un lettore sarebbe messo in difficoltà alla ricerca di una coerenza, più o meno quanto Renè e Stanis nella serie. Per questo motivo, il mestiere del regista è proprio quello di tradurre in immagini comprensibili al pubblico le intenzioni (più o meno studiate) degli autori.
Ma il lavoro degli sceneggiatori, come quello dei drammaturghi teatrali, è anche quello di individuare i gusti del pubblico, del target del prodotto, e decidere una linea che li assecondi o li contrasti. Lo sa bene Euripide, autore di una discussa Medea.
I filologi sanno leggere il teatro?
La Medea di Euripide, è stata rappresentata probabilmente per la prima volta (o la seconda?) nel 431 a.C. Tragedia famosissima, ha ispirato anche molte opere contemporanee. Ma si tratta anche di una tragedia discussa, ancora oggi, per motivi testuali e… registici.
Nessun manoscritto o papiro drammatico antico ci tramanda le scelte di regia o indicazioni di palcoscenico, per cui a volte è difficile dire quando e come i personaggi delle tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide entrano, escano di scena o si muovano durante gli episodi e gli stasimi.
Nella Medea, una delle scene più discusse è proprio quella in cui la protagonista decide di uccidere i figli e dice loro addio. Il problema è collegato ai versi 1056-1080, considerati spuri dalla maggior parte degli studiosi.
Secondo loro è improbabile che i bambini non entrino in casa dopo l’ordine dato loro da Medea nei versi precedenti a quelli sopra indicati (e considerati autentici). Ma, come nota lo studioso Seidensticker, i bambini potrebbero aver disobbedito alla madre, che sembra non seguirli in casa, concentrata sul suo monologo di dissidio. Quale sarà la soluzione dell’enigma?

E se Renè Ferretti mettesse in scena Medea?
Le motivazioni di inconsistenza e contraddizione nella sosta dei bambini sul palco addotte dagli studiosi non sembrano convincere Seidensticker. Lo studioso ci ricorda che espungendo i versi incriminati, mancherebbe una scena essenziale e topica nel teatro drammatico: l’addio.
Mancherebbe il congedo dai bambini, che sottolinea il dramma e la difficoltà della scelta dell’omicidio. Seidensticker sembra avere ragione. D’altronde, il problema dei bambini (uno dei tanti che affliggono i versi 1056-1080) sembra essere quello meno testuale e più squisitamente teatrale.
Infatti, un regista come Renè Ferretti riuscirebbe a trovare una soluzione acuta, probabilmente girandola “a cazzo di cane”, dopo aver dimenticato di far convocare le comparse dei bambini.
Come per gli sceneggiatori della serie, è difficile e spesso capzioso trovare una coerenza tra il linguaggio dello spettacolo e quello letterario, mondi complementari ma non sovrapponibili. Perché spesso, come nella vita, che il teatro riproduce, l’inconsistenza è parte strutturale, incomprensibile per l’iper-razionalismo dei filologi.

