Chi lo dice che il pubblico apprezza lo scandalo? Spesso è meglio non giocare col fuoco, perché il pubblico è sovrano!

Euripide è il precursore del binomio etica-spettacolo che oggi, nell’era dell’indignazione facile messa in scena da Boris, ci sembra più in che mai impossibile da soddisfare.
Boris è la serie tv “troppo italiana” che imita la rete
“Userò gli occhi del cuore…” è l’incipit della sigla, firmata Elio e le Storie Tese. Una canzone tra le più cantate sotto la doccia, insieme a quelle di Orietta Berti e la versione non ufficiale di “Sincero” di Bugo e Morgan. E proprio Gli occhi del cuore sono l’oggetto della serie meta- televisiva “più italiana” degli anni 2000, Boris!
La serie, prodotta tra il 2007 e 2010 è ora disponibile su Netflix (se non l’avete ancora vista, rimediate!) che produrrà una nuova stagione. Di cosa parla? Semplicissimo! Il plot segue il dietro le quinte di un set televisivo italiano, alle prese con la messa in onda di una fiction, Gli occhi del cuore 2, una serie a metà tra E.R. e Un medico in famiglia.
Il cast è formato da attori di prim’ordine come Francesco Pannofino, Pietro Sermonti, Carolina Crescentini e Caterina Guzzanti. Insieme impersonano in maniera grottesca e caricaturale, i cliché di una produzione televisiva. Dal divo italofobo, alla star viziata e superficiale, dalla corruzione dei piani alti dell’amministrazione alle sceneggiature di scarso spessore che ci ricordano molte serie drammatiche e no sense.
Ma la straordinaria mimesi di Boris non finisce qui. Analizzando di episodio in episodio vari ed eventuali compromessi nella messa in onda, capiamo che il vero “nemico” della produzione non sono gli uffici, né i tagli economici, ma lui, il pubblico sovrano!

E se il pubblico si esprime in questioni di principio?
Il pubblico dà, il pubblico toglie. Pubblico significa ascolti, e gli ascolti determinano la sopravvivenza della produzione all’interno della rete televisiva, e quindi, per molti addetti ai lavori, la sussistenza in termini economici.
Quindi, quando nell’episodio “Una questione di principio”, l’amministrazione si rende conto che le anticipazioni su una puntata della prima stagione di Occhi del cuore sta già mobilitando l’indignazione della stampa cattolica, la soluzione è girarne una versione “politicamente corretta” prima che sia troppo tardi.
La scena incriminata ha come oggetto un caso di interruzione di gravidanza, rispetto alla quale la dottoressa impersonata dalla Crescentini si rivela favorevole, date le circostanze violente in cui si sarebbe consumato il concepimento. La scena viene immediatamente modificata, e il lavoro della troupe può riprendere indisturbato.
Ora, non ci soffermeremo sul tema proposto dalla puntata di Boris, bensì su un aspetto più generale del quale questa puntata è solo un esempio. Quello di etica-spettacolo è un binomio che non può trovare contraddizione, ma procedere con idillica complicità nella storia della nostra cultura.
Il pubblico vuole rispecchiarsi nell’etica di un prodotto culturale o di intrattenimento di cui fruisce. Accade oggi, in un’epoca in cui la libertà di espressione popolare a volte soffoca il lavoro artistico, avendo il grilletto facile di indignazione. Ma accadeva anche agli albori della nostra tradizione: il dramma attico.

L’arma segreta di Euripide è la riscrittura
La discussione sulla prima grande macchina dello spettacolo europeo continua ancora oggi tra le Great expectations disattese per una parte degli accademici, e i voli pindarici delle tradizioni americane e anglosassoni che tentano vanamente di ricostruirne suoni, ritmi, metodi di rappresentazione.
La verità è che sul teatro di Atene, sulla regia delle messe in scena, le musiche, molti rimarranno gli interrogativi, ma su una cosa siamo certi: il rapporto con il pubblico. Anche ad Atene, in uno spazio sacro, dedicato a Dioniso, dio dell’illusione e dell’abbandono di sé, il dio dell’insegnamento doloroso (l’hangover del giorno dopo, per intenderci) il pubblico vuole riflettersi in quel che vede in scena.
No, non mi riferisco alla suggestiva teoria dei neuroni-specchio e in una immedesimazione totale e psicologica tra lo spettatore e la scena. Parlo dell’etica. Le tragedie, presentate in tetralogie da tre tragediografi, erano inserite in una competizione cultuale, in cui il pubblico sovrano votava la tetralogia migliore. E si sa, il pubblico premia lo spettacolo in cui si rispecchia di più, bocciando o costringendo l’autore perdente a riscrivere intere scene. I sopravvissuti al liceo classico avranno già capito a cosa mi riferisco: l’Ippolito velato.
L’Ippolito velato è una tragedia dalla fama al negativo: non abbiamo il testo, non sappiamo quando sia stata portata in scena (anche se la sua riscrittura determina un importante terminus), ma fece tanto discutere di sé, da entrare ufficialmente nella nostra tradizione dei drammi euripidei. Il dramma non ebbe successo per la scabrosità del personaggio di Fedra.
In questa versione, infatti, Fedra rivela al figliastro i propri sentimenti. Rifiutata, al ritorno di Teseo, si straccia le vesti accusando Ippolito di averla violentata. Il personaggio scandalizzò il pubblico ateniese del tempo (tanto più perché il dramma era ambientato ad Atene!).
La bocciatura del pubblico viene sottolineata anche dal caro Aristofane, sempre molto solidale con Euripide. Il commediografo definì le eroine euripidee, alludendo anche alla Fedra di questa prima versione, delle vere e proprie pórnai, ovvero delle prostitute. Quindi, un vero disastro mediatico!
Euripide, si rimboccò il chitone, riscrisse la tragedia, epurandola dei tratti scandalosi. Presentò la sua nuova creazione, l’Ippolito portatore di corona, all’agone tragico del 428 a.C. La riscrittura fu considerata un capolavoro, il che valse al tragediografo, momentaneamente riappacificatosi con il pubblico, una delle sue poche vittorie registrate. Forse che anche Euripide abbia adottato per la riscrittura la strategia di Renè Ferretti di Boris? (vd. immagine)
