Gli uomini proprio in quanto esseri umani sono caratterizzati dall’incoerenza e dall’attaccamento ai propri interessi. Questo genera in ciascuno comportamenti folli che guardati in modo oggettivo ed estraniato appaiono vani. Lo stesso affannarsi nel raggiungimento di obiettivi, di fama, di felicità, di gratificazione e di sapienza sotto una certa prospettiva può essere considerato come vacuo e inutile.

Jep Gambardella, protagonista della pellicola “La grande bellezza”, di Paolo Sorrentino, è dotato di un acume e di uno sguardo che penetra oltre le maschere sociali di convenienza e riesce a carpire gli egoistici e forse anche comici moventi delle nobili azioni altrui. Allo stesso modo lo scrittore Ludovico Ariosto nelle sue opere smaschera e mette in risalto tutte le debolezze degli uomini. Entrambi, tuttavia, ci insegnano a riderne benevolmente e affettuosamente piuttosto che a indignarci e condannare.

Jep Gambardella: giudice dell’ipocrisia mondana e allo stesso tempo affetto da essa
Sono le riflessioni, le frasi taglienti e talvolta sospese, quasi enigmatiche, del protagonista Jep Gambardella, interpretato dall’attore Toni Servillo, che guidano lo spettatore fra la vita mondana di Roma nella pellicola “La grande bellezza”. Il film, diretto da Paolo Sorrentino e uscito nelle sale nel 2013, offre una panoramica sulla meravigliosa città eterna in cui la grandezza del passato ospita le feste frivole e l’esistenza inconsistente del personaggio principale. Jep è uno scrittore, autore di un solo romanzo giovanile di discreto successo, caratterizzato da una sensibilità che gli permette di cogliere la realtà in profondità, andando oltre l’apparenza. Tuttavia è sopraffatto dalla propria indolenza e constata dolorosamente la propria incapacità di rendere di valore la propria vita. Il suo animo lo spinge continuamente a cercare quel qualcosa in più che profuma di semplicità ed è in grado di dare sapore alla vita che riesce a raggiungere solo parzialmente attraverso la sua relazione autentica con Ramona. Percepisce l’ipocrisia, l’artificiosità di rapporti ormai trascinati con stanchezza e per convenienza, la solitudine intima che si annida nel cuore di ognuno, il rumore assordante della mondanità che distrae dal confronto con se stessi, la futilità e superficialità delle chiacchiere dei salotti serali, le pretese pompose di intellettualità elitaria e l’impossibilità di cogliere il senso profondo della breve e affannosa parabola umana. Lui è parte integrante di tutto questo e non cerca di reagire. Con la sua caratteristica calma imperturbabile egli spegne qualunque urgenza interiore adagiandosi su questa grande pagliacciata e non desiste dal recitare il proprio ruolo di “re dei mondani”. È il giudice e contemporaneamente l’imputato, critica ciò di cui egli stesso è colpevole. Il nulla che smaschera all’esterno è annidato anche nel suo intimo ed essendone consapevole non reagisce altrimenti che con un sorriso sornione.
“Sono anni che tutti mi chiedono perché non torno a scrivere un nuovo romanzo. Ma guarda ‘sta gente, ‘sta fauna. Questa è la mia vita, non è niente.“
L’ironia che evidenzia la follia ma ne ride benevolmente da Jep a Ludovico Ariosto
In una scena del film Jep Gambardella è impegnato in una conversazione serale con i propri amici fra i quali è presente anche Stefania, scrittrice. Quest’ultima si lancia in un elogio a se stessa in cui riporta le proprie convinzioni di impegno civile, i propri tentativi di mettere in pratica gli ideali attraverso la scrittura di romanzi, il proprio culto della famiglia, i sacrifici da lei compiuti, le conoscenze acquisite grazie all’esperienza di vita e lascia intendere un certo disprezzo verso chi diversamente da lei si occupa di altro. Jep afferma di non voler ribattere per non metterla in imbarazzo in quanto l’ostentare i propri meriti di Stefania è in realtà indice di insicurezza e di menzogne.
“Conosciamo anche le nostre menzogne ma proprio per questo, a differenza tua finiamo di parlare di vacuità, di sciocchezzuole, pettegolezzi, proprio perché non abbiamo nessuna intenzione di misurarci con le nostre meschinità.“
Stefania, dissentendo, chiede ripetutamente che lui le esponga quali sarebbero le sue menzogne e Jep, inizialmente reticente finisce per accontentarla svelando tutti gli scheletri nell’armadio della donna. Le decantate convinzioni civili di lei sono in ultima analisi dovute ad una relazione con il capo del partito, il suo matrimonio, da lei esaltato, si trova in equilibrio su un filo sottile a causa della relazione adulterina del marito e la pavoneggiata dedizione ai figli è completamente falsa, considerato il fatto che essi sono accuditi da una baby-sitter, da un maggiordomo, da un cuoco e da un tassista. Conclude infine con queste parole emblematiche:
“Queste sono le tue menzogne e le tue fragilità. Stefà, madre e donna, hai cinquantatré anni e una vita devastata, come tutti noi… Allora invece di farci la morale… di guardarci con antipatia… dovresti guardarci… con affetto… Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un poco in giro… O no?“
Si tratta di un’affermazione della follia comune a tutti gli uomini, che condividono la condizione di fragilità e incoerenza. Questa follia, proprio perché connaturata non può essere biasimata o condannata, ma va compresa, compatita, osservata con affetto. Una volta compresa la situazione umana non resta che sorridere, che metterla in risalto per riderci sopra, che evitare di confrontarsi con le proprie contraddizioni. È proprio questa la concezione sottesa all’ironia ariostesca, elemento chiave delle opere dello scrittore cinquecentesco. Un’ironia che, come quella di Jep, non sfocia nel sarcasmo aspro e polemico ma piuttosto si appoggia alla tolleranza. Essa è l’atteggiamento dominante nelle “Satire“, scritte fra il 1517 e il 1525, che si ispirano al modello del poeta latino Orazio, il quale ammoniva bonariamente, tralasciando qualunque forma di invettiva, i destinatari dei suoi “Sermones“. Ariosto intuisce acutamente i contrasti, i problemi e le fragilità insite nel mondo cortigiano, a cui egli stesso appartiene, e li presenta con un distacco ironico velato di amarezza. Anche lui si sente partecipe della vanità degli sforzi umani diretti verso obiettivi per lo più vacui e non si sente quindi autorizzato ad un atteggiamento sprezzante, anzi, al contrario, si sente portato alla solidarietà.
I personaggi de “L’Orlando furioso” mostrano il pragmatismo celato dietro i grani ideali eroici
Proprio l’ironia è alla base del celebre poema “L’Orlando furioso”, il quale, quindi, non è una semplice opera di evasione fantastica e fiabesca, ma contiene in sé una componente riflessiva e critica nei confronti della contemporaneità. I cavalieri da lui descritti non sono più i genuini portatori degli ideali d’onore eroici e puri, ma, al contrario, spesso si rivelano pragmatici e disposti ad agire contrariamente rispetto ai valori che si impongono. Quei personaggi che cercano di rimanere fedeli ai loro principi, primo fra tutti Orlando, non riescono ad orientarsi nel multiforme reale finendo per impazzire. La follia di Orlando è chiaro rivelatore dell’inconcepibilità, secondo l’autore, di convinzioni monolitiche, che non soggette al mutamento e, di conseguenza, dell’inconsistenza di qualsiasi ostentato codice di comportamento perfetto. Sacripante è un esempio lampante della tecnica di smascheramento ironico di Ariosto. Questo cavaliere saraceno, innamorato di Angelica, nel primo canto del poema elogia la verginità come aspetto sacro in una fanciulla. La fanciulla vergine è da lui paragonata ad una rosa: è massimamente desiderabile finché non si concede, ma una volta che viene colta, quindi si dà, perde ogni attrattiva, sfiorisce. Con questo encomio il cavaliere si presenta come assolutamente devoto ad un amore spirituale, idealizzato e totalizzante nei confronti della donna amata, considerata con estremo rispetto. Eppure, ironia della sorte, poche ottave dopo, quando si ritrova solo nella selva con Angelica, bisognosa di una guida, dimentica tutti i suoi sani ideali e si appresta, senza poi averne effettivamente l’opportunità, ad assalirla per coglierne la verginità. Ariosto lascia che il personaggio metta a nudo la propria incoerenza e i propri menzogneri ideali con le sue stesse parole e azioni. Con lo stesso sguardo di Jep il poeta fa risaltare la meschinità senza deplorarla, ma osservandola divertito.