Sono indefiniti e quindi piacevoli gli ‘oggetti veduti per metà, o con certi impedimenti, (…) la luce del sole o della luna, (…) dov’ella divenga incerta e impedita, e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi.’(Zibaldone, 1476, 20 settembre 1821).

Il voler conoscere è una delle più nobili arti esistenti, che permette ad ognuno di noi di comprendere al meglio il mondo che ci circonda, rendendoci al contempo consapevoli e liberi. Ma, se è vero che esiste questo lato della medaglia, ve ne è anche un altro, in cui questa consapevolezza può trasformarsi in un’arma contro noi stessi, che può finire per condannarci all’infelicità.
INFINITO VS FINITO
È con queste parole che Giacomo Leopardi, uno dei più grandi letterati e filosofi che la tradizione italiana abbia mai conosciuto, spiega un passaggio della sua teoria del piacere, contenuta all’interno dello ‘Zibaldone’, un’opera scritta tra il 1817 e il 1832 che raccoglie vari pensieri e riflessioni dell’autore, quasi come se fosse una sorta di ‘diario personale’. All’interno di questa teoria troviamo la riflessione riguardante la sua poetica, definita dallo stesso Leopardi la ‘poetica del vago e dell’indefinito’, in cui spiegherà l’impossibilità umana di raggiungere uno stato di piacere che realmente ci appaghi fino in fondo e descrivendo, di conseguenza, uno dei principali motivi che riguardano l’infelicità dell’uomo. Secondo l’autore, ciò che l’anima umana desidera è appunto il piacere, sotto ogni sua forma, quella che banalmente noi oggi siamo soliti identificare con il concetto di ‘felicità’. Questo desiderio è connaturato ad ogni essere umano ed è una caratteristica insita nell’esistenza stessa, che non conosce alcun limite, né per quanto riguarda la durata e neppure per ciò che invece concerne l’estensione. Vien da sé, quindi, che non esiste possibilità alcuna di esaudire questo nostro auspicio, in quanto tutte l’universo dell’esperienza umana è di per sé limitato, sia per durata che per estensione, e la naturale conseguenza di questa collisione tra ciò che è illimitato, e quindi sostanzialmente infinito (desiderio) e ciò che invece è limitato, finito, (la realtà delle cose), produce un’eterna insoddisfazione, che a sua volta genera infelicità. Ma, udite udite, secondo l’autore non tutto è perduto, in quanto esisterebbe uno strumento che, se opportunamente utilizzato, può aiutarci a toccare quella dimensione d’infinito a cui tanto voracemente l’animo umano anela, e questo si chiama ‘immaginazione’
IMMAGINAZIONE CHE SUPERA I LIMITI
Come abbiamo detto nel capitolo precedente, per l’essere umano non è possibile raggiungere il piacere infinito nella realtà, ma è possibile concepire e figurarsi un piacere di questo tipo utilizzando il veicolo dell’immaginazione, che viene stimolato da tutto ciò che è ‘vago ed indefinito’. Per spiegare meglio questo concetto, l’autore elaborò due teorie: quella della visione e quella del suono.
Nella prima Leopardi, appunto, spiega che una qualsiasi limitazione dei sensi, in questo caso quello della vista, prodotta da un ostacolo che limiti parzialmente la visione, inneschi la prefigurazione di un piacere pressoché infinito, in quanto utilizzando l’immaginazione è possibile rompere e superare quei limiti di estensione e durata che sono intrinsechi nella realtà delle cose, che invece non riguardano l’universo immaginifico, sconfinato per definizione. È questo il caso della famosa siepe presente nel componimento intitolato “L’infinito” (tratto dall’opera ‘I Canti’ – 1818/1819), in cui l’autore attraverso questo elemento che esclude parzialmente la sua visione chiara dell’orizzonte inizia a fantasticare e a mettere così in moto il meccanismo dell’immaginazione, che rompe i confini imposti dai sensi e trascina l’autore nel piacere infinito di ciò che è ignoto, vago, e quindi tendenzialmente sconfinato.
Per quanto riguarda la seconda, ovvero quella del suono, Leopardi elenca una varietà di suoni, (es. un canto che va poco a poco allontanandosi, lo stormire del vento tra le onde) che essendo tendenzialmente vaghi, percepiti come lontani e poco definibili, acquisirebbero una dimensione suggestiva che conduce ad un piacere senza limiti, dato che anche qui vi è molto spazio per quanto riguarda l’universo immaginifico.
Bene, quindi alla luce di ciò, possiamo dire di aver compreso un concetto cardine dell’esistenza umana, ovvero che l’uomo, per raggiungere un soddisfacimento pieno, che non languisca e non sia intaccato dalla sofferenza, ha bisogno di una certa dose d’ignoto e d’incertezza all’interno della sua esistenza, altrimenti la totale conoscenza, soffocando di fatto l’universo potenziale dell’immaginazione, conduce inevitabilmente ad uno stato d’insoddisfazione.
Leopardi aveva cristallizzato un elemento cardine dell’esistenza umana, che purtroppo andando avanti con il tempo e giungendo fino alla società contemporanea sembra esser stato, tuttavia, dimenticato. Oggi viviamo in un’epoca in cui ognuno di noi vuole conoscere ogni cosa anticipatamente, viviamo un momento in cui veniamo tendenzialmente bombardati da migliaia di informazioni e in cui – complice l’avvento di internet e della rete in generale- siamo abituati a non dover contemplare neanche un secondo d’incertezza, in quanto con un semplice clic abbiamo accesso ad un universo sconfinato di informazioni. Secondo questa logica, in cui la coltre dimensione del vago e dell’immaginifico viene subito dipanata da una corrispondente informazione, l’insoddisfazione dovrebbe essere all’ordine del giorno. La puntata intitolata ‘Hang the DJ’ dI ‘Black Mirror’ , una serie tv distopica ambientata in un imminente futuro in cui la tecnologia spesso prende il sopravvento sulla dimensione umana offre un’importante spunto di riflessione riguardo a questa tematica
HANG THE DJ
Nell’episodio in questione, la tematica che vi è al centro è appunto il mondo virtuale, in particolar modo in questa circostanza si fa riferimento al mondo dello ‘speed dating’, un sistema ormai molto diffuso al giorno d’oggi in cui sostanzialmente la rete diventa un veicolo per incontrare dei potenziali partner. Le app che, nel mondo reale, assolvono a questo compito sono svariate, la più conosciuta a livello globale si chiama Tinder, ed è essenzialmente un social network in cui è possibile inserire i propri dati, potendo aggiungere anche i nostri gusti musicali, caricare delle nostre immagini e inserire una breve descrizione di chi siamo.
Nell’universo parallelo di Black Mirror, in cui viene rappresentata appunto una società distopica dell’immediato futuro, nell’episodio in questione è presente un algoritmo molto sofisticato chiamato ‘Coach’, in grado, attraverso le informazioni in suo possesso riguardo l’utente, di calcolare in maniera quasi infallibile la percentuale di compatibilità relazionale con un’altra persona, riuscendo addirittura ad affermare quanto sarà la durata della relazione stessa.
Sostanzialmente, quindi, ci troviamo di fronte ad un mondo in cui non esiste alcun rischio e dove l’universo del tentativo e dell’incertezza non viene neppure contemplato, in quanto decodificato come una minaccia da evitare a tutti i costi, addirittura fino al punto di arrivare a soffocare quella dimensione necessaria all’uomo per sfiorare un piacere che non abbia un sapore agrodolce ma che, al contrario, tenda verso l’infinito, ovvero quella dell’incertezza, meramente il ‘vago ed indefinito’ leopardiano. Ora, la serie ovviamente ha l’onere di amplificare in qualche modo gli echi che arrivano dalla società contemporanea ed è chiaro, quindi, che si tratti di una visione iperbolica della realtà, ma la riflessione che ne scaturisce, al contrario, ci riguarda ed è molto accurata, ed è la seguente: il mondo di oggi, con i suoi ritmi frenetici e le pressoché infinite informazioni facilmente reperibili, acquieta le nostre paure di sbagliare, di metterci in gioco e rischiare, senza sapere se alla fine ne usciremo vincitori oppure sconfitti, e questo nell’immediato può apparire come un aiuto ai nostri occhi, un elemento che ci arreca un momentaneo sollievo. Ma questo vale sono nel breve periodo, perché al contrario, alla lunga, si rivelerà per ciò che è veramente, ovvero una gabbia dalle sbarre dorate, che seppur all’apparenza sembri un oggetto prezioso, in realtà ci incatena e ci condanna ad uno stato di perenne frustrazione ed insoddisfazione, poiché se sappiamo già tutto in partenza, viene soffocata una condizione essenziale per l’essere umano che fa si che possa provare un autentico piacere, ovvero quella dell’imprevedibilità, dell’ignoto. Così facendo, non solo ci sentiremo sempre più infelici e delusi, ma la fiamma perenne ed inestinguibile del ‘desiderio di piacere’, che una volta veniva nutrita attraverso l’immaginazione, rischia di ardere a vuoto, senza più neanche lo sporadico ossigeno che era solita ricevere da parte dell’universo immaginifico, perché probabilmente, procedendo di questo ritmo, perderemo la capacità di usarlo.