Non solo la scelta di politica estera del premier israeliano è alla base del conflitto in Palestina, ma le cause analizzate dalla Relatrice Speciale sono anche di natura economica.
“C’è gente che sta facendo soldi al costo del genocidio” è la frase con con cui Francesca Albanese sintetizza il tema del rapporto presentato al Consiglio Nazionale delle Nazioni Unite.
Il rapporto
Mentre nel report “Genocide as colonial erasure” (Genocidio come cancellazione coloniale), risalente al 2024, erano state descritte le atrocità inflitte ai palestinesi dal governo israeliano, che permettono di definire la situazione a Gaza come un evidente esempio di pulizia etnica, durante la cinquantanovesima sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite Francesca Albanese mette davanti agli occhi di tutti la responsabilità delle entità aziendali nel prolungamento del conflitto in Palestina con il rapporto “From economy of occupation to economy of genocide” (Da un’economia di occupazione a un’economia del genocidio).
La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati denuncia infatti la complicità di azienda nazionali e internazionali, che lucrano attraverso il sostegno alle pratiche perpetrate dal governo israeliano finanziando quindi un genocidio che è per loro diventato “redditizio”. Il nuovo stadio di economia del genocidio, come definita dal report, è stato raggiunto con l’aiuto delle aziende nel settore militare, tecnologico e logistico, supportati anche dal settore accademico, non solo israeliano.

Le aziende
Per portare avanti un’operazione militare di queste dimensioni, il governo israeliano non può contare unicamente sul suo apparato militare, nonostante Israele sia l’ottavo produttore di armi al mondo. Un supporto importante proviene infatti dagli USA con l’azienda Lockheed Martin che fornisce droni, jet F-35 e F-16 con i quali, ricorda la Relatrice Speciale, sono state lanciate 85 mila tonnellate di bombe. Ma anche l’azienda giapponese FANUC aiuta Israele a costruire velivoli e con l’italiana Leonardo e la Danish A.P Moller contribuiscono ad aumentare il budget israeliano per la difesa del 65% arrivando oltre ai 46 miliardi di dollari.
Al fine di incrementare il sistema di controllo e sorveglianza, è stata utilizzata la Pegasus spyware della NSO Group contro gli attivisti palestinesi e i giornalisti difensori dei diritti umani, mentre aziende come Microsoft e Amazon forniscono a Israele sistemi di controllo per le zone occupate, spazi cloud e sistemi di elaborazione dati.
Nella demolizione delle zone urbane vengono utilizzati i bulldozer blindati dell’azienda statunitense Caterpillar insieme alle attrezzature della coreana Hyundai e dalla svizzera Volvo, invece per la costruzione di case nelle terre palestinesi sottratte Israele può contare su Heidelberg, Construcciones Auxiliar de Ferrocarriles e l’agenzia immobiliare Keller Williams Realty.
Un lavoro massiccio per plasmare l’opinione pubblica e creare un apparato ideologico in linea con la visione governativa, avviene nelle università israeliane, in particolar modo nei dipartimenti di giurisprudenza e scienze archeologiche, che giustificano l’occupazione edulcorando la narrazione storica degli eventi, e nei dipartimenti scientifici, in cui vengono sviluppate nuove tecnologie per il settore bellico. Inoltre il programma della Commissione europea Horizon Europe destina fondi a realtà accademiche che prevedono collaborazioni con istituzioni israeliane. La relazione mantenuta da alcune università con Israele o con aziende presenti in quel territorio non sempre è stata accettata dalla comunità accademica o dagli studenti degli atenei, che spesso hanno organizzato manifestazioni e incontri per sensibilizzare sulla questione e far cessare i legami tra università e aziende.
Il fine ingiustificato
Insieme alla descrizione del supporto fornito dalle varie aziende, il Report di Francesca Albanese si conclude con una certezza: la Palestina continua a morire perché per molti è motivo di lucro. Bisogna ammettere che è solo la decisione politica di Netanyahu a mandare avanti l’operazione militare, ma anche il business internazionale che si nasconde dietro. Se è davvero l’economia il motore del mondo, perché lo sta portando alla distruzione di una parte di esso o almeno di una parte della sua popolazione?