Il sequestro della nave Handala: cosa prevede il diritto internazionale del mare

Il secondo tentativo della Freedom Flotilla per portare aiuti umanitari sulla Striscia di Gaza non va a buon fine.

La Marina militare israeliana ha agito in acque internazionali, non rispettando le convenzioni vigenti, quando ha deciso di intercettare e sequestrare la nave piena di attivisti e aiuti umanitari.

Il sequestro

Mentre il premier israeliano Netanyahu nega che la situazione a Gaza possa essere definita una “carestia” e concede una tregua per permettere la distribuzione di aiuti umanitari, le forze della marina israeliana hanno sequestrato nella notte tra sabato e domenica la nave Handala della Freedom Flotilla mentre stava raggiungendo le coste della Striscia di Gaza proprio per portare aiuti alla popolazione. Un’omologa vicenda è avvenuta pochi mesi fa con una dinamica molto simile: la spedizione via mare della Freedom Flotilla Coalition a cui parteciparono diversi attivisti e volontari venne bloccata prima di poter toccare le coste palestinesi. La prima e la seconda vicenda non hanno in comune solo l’insuccesso dell’intento, ma in entrambe gli attivisti hanno accusato un “sequestro in acque internazionali” da parte della Marina israeliana. Il sequestro illegale viene sottolineato sia nel post pubblicato dalla Freedom Flotilla riguardo l’equipaggio della nave Handala, pronto a iniziare uno sciopero della fame se il sequestro si prolungherà, sia nel video messaggio di Greta Thunberg, membro della prima spedizione, reso pubblico successivamente al fermo dei soldati israeliani. 

carta per stampante blu e bianca

Le acque internazionali

Secondo la Convenzione di Montego Bay del 1982, il diritto internazionale del mare distingue le acque internazionali (o alto mare) dalle acque territoriali. Lo Stato costiero dispiega la propria sovranità sul mare territoriale fino a un massimo di 12 miglia marine dalla linea di bassa marea della costa, ma deve consentire comunque il passaggio pacifico di imbarcazioni straniere che devono rispettare le leggi dello Stato costiero riguardanti navigazione e commercio. Per “acque internazionali” invece si fa riferimento ad aree marine considerate “res communis omnium”, cioè accessibili a tutti e libere dalla giurisdizione di qualsiasi Stato. In queste zone infatti vige la libertà di navigazione e di pesca, purché non arrechino danno agli altri Stati, vengono utilizzate per condurre ricerche scientifiche e sono oggetto di tutela da parte del diritto internazionale in quanto “patrimonio comune dell’umanità”. Definire quindi l’azione di intercettazione e abbordaggio della nave Handala da parte della Marina israeliana un “grave atto di pirateria navale” significa accusare il governo israeliano di non rispettare il diritto internazionale vigente tra stati e in particolare di agire non considerando la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) che vieta di fermare o prendere d’assalto navi in acque internazionali senza una giustificazione legale, come ricorda la Ong Freedom Flotilla. 

Il fine dell’impresa

Le spedizioni navali della Ong nascondono diverse chiavi di lettura: se per alcuni potrebbero essere paragonate solo a un disperato gesto simbolico a causa delle scarse possibilità di riuscita, da altri sono considerate invece una provocazione politica, come se quella nave fosse carica, oltre che di cibo e giocattoli, di tutto il dissenso e il disappunto verso le azioni del governo israeliano. Sicuramente sono state uno strumento mediaticamente efficace per focalizzare l’attenzione del mondo su ciò che sta succedendo a Gaza, per sottolineare che forse come i governi sono riusciti a mobilitarsi per permettere il rimpatrio degli attivisti bloccati in Israele, con altrettanta diplomazia e cooperazione potrebbero riuscire a far passare un unico messaggio per far terminare le sofferenze di un popolo che rischia di essere dimenticato.   

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