L’itinerario circolare di Odisseo e Phileas Fogg svela il senso profondo del ritorno a casa

La sovrapposizione tra il mito greco e l’epopea industriale di Jules Verne mette in luce come il viaggio, pur nelle sue diverse declinazioni storiche, rimanga un processo di riappropriazione del sé. Attraverso la sfida al tempo e allo spazio, l’eroe non cerca l’ignoto, ma la conferma della propria identità attraverso il superamento della distanza.

Odissea: riassunto Il ritorno e la vendetta di Ulisse | Studenti.it

La letteratura ha spesso indagato il significato dello spostamento fisico come metafora dell’evoluzione interiore, rintracciando nel superamento del confine il nucleo della condizione umana. L’Odissea e Il giro del mondo in ottanta giorni, pur appartenendo a orizzonti culturali distanti, condividono un’ossessione profonda per il limite geografico e la gestione della cronometria. Il viaggio non si configura come una semplice transizione tra due punti dello spazio, bensì come un atto di resistenza contro l’imprevisto che minaccia l’integrità del soggetto. Odisseo e Fogg incarnano due diverse declinazioni dell’ingegno: l’uno fondato sulla metis, l’astuzia flessibile tipica dell’uomo greco, l’altro sulla razionalità matematica della rivoluzione industriale.

Il vincolo cronologico tra l’ira dei numi e l’esattezza dell’orologio

Il primo elemento di contatto tra le due opere risiede nella percezione del tempo come avversario implacabile. Nell’opera omerica, la durata del viaggio è determinata dalla volontà degli dei, che dilatano o contraggono i giorni secondo logiche punitive o benevole. Il tempo di Odisseo è un tempo mitico, in cui il ritardo non è calcolabile, eppure la sua intera esistenza è tesa verso il momento della fine della sospensione del suo ruolo sociale. Phileas Fogg, al contrario, abita un tempo meccanico, scandito dai rintocchi del suo cronometro e dagli orari ferroviari della Belle Époque. La scommessa stipulata al Reform Club impone una velocità che riduce il mondo a una serie di tappe logistiche. In entrambi i casi, tuttavia, l’urgenza della scadenza definisce l’eroismo dei protagonisti.

Questa polarità concettuale si manifesta nel passaggio dal nostos, il ritorno inteso come compimento e recupero della stabilità, alla circumnavigatio, il movimento rotatorio che annulla la distanza attraverso la velocità tecnologica. La tensione verso il termine ultimo trasforma ogni deviazione in un pericolo mortale. Per Odisseo, le isole dei Feaci o di Circe sono tentazioni di oblio che rischierebbero di fermare l’orologio interiore della memoria; per Fogg, ogni impedimento causato da un ostacolo burocratico o naturale rappresenta un fallimento finanziario e morale. Entrambi i personaggi si muovono all’interno di una necessità che li priva della libertà di indugiare, rendendo il viaggio un esercizio di disciplina e volontà estrema contro l’entropia del mondo esterno.

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Lo spazio come ostacolo e la metamorfosi dell’eroe stanziale

Il Mediterraneo omerico e il globo verniano non sono semplici scenari, ma spazi antagonisti che tentano di inghiottire il viaggiatore. La geografia si presenta come una sequenza di enigmi da risolvere. Odisseo deve interpretare i segni della natura e la psicologia dei mostri che incontra, operando una continua traduzione dell’ignoto in noto. Fogg attraversa un mondo ormai mappato dalle potenze coloniali, ma non per questo meno ostile: le tempeste nell’Oceano Indiano e le rivolte nelle praterie americane sostituiscono le tempeste di Poseidone e le imboscate dei Lestrigoni. La differenza risiede nella percezione della distanza, poiché nel diciannovesimo secolo inizia a subire quel processo di contrazione che la tecnica moderna ha portato a compimento.

Il viaggio antico esplora la profondità del luogo attraverso l’incontro con l’alterità, laddove il viaggio moderno attraversa la superficie del mondo per celebrare la vittoria sulla distanza geometrica. Eppure, nonostante questa accelerazione, Phileas Fogg rimane, in modo quasi paradossale, un eroe stanziale. La sua imperturbabilità britannica lo isola dal contesto: egli attraversa l’India e il Giappone senza mai abbandonare veramente le proprie abitudini, portando con sé un’Itaca mentale fatta di giornali e partite a whist. Odisseo, pur cambiando forme e nomi – si pensi alla celebre auto-definizione di Nessuno di fronte al Ciclope – mantiene fermo il desiderio di ripristinare l’ordine domestico. La metamorfosi non colpisce il carattere profondo dei protagonisti, ma piuttosto la loro capacità di adattare il mondo esterno alle proprie necessità interiori.

La chiusura del cerchio come riconquista dello status perduto

Il compimento del viaggio coincide, in entrambi i testi, con una vittoria che va oltre il semplice arrivo. La circolarità della rotta sancisce il diritto dei protagonisti a occupare il proprio posto nella società. Il ritorno di Odisseo a Itaca non è un evento pacifico, ma richiede una strage violenta per eliminare i Proci, i quali avevano tentato di usurpare la sua funzione regale e maritale. Solo attraverso la prova del letto nuziale e dell’arco egli può dire di essere realmente tornato. Phileas Fogg, giungendo a Londra con quello che credeva essere un ritardo fatale, scopre di aver guadagnato un giorno attraversando la linea del cambiamento di data. Questa vittoria sul tempo gli permette di vincere la scommessa, ma il vero premio è il legame affettivo con Aouda e la fedeltà di Passepartout.

La struttura narrativa segue un percorso che muove dalla stabilità iniziale verso una crisi dovuta all’incontro con l’alterità, per poi approdare a una nuova forma di stabilità arricchita dall’esperienza. Il ritorno non è mai una regressione, bensì la validazione di un’identità che è stata messa a nudo e testata con rigore. L’Odissea ci ha consegnato l’archetipo dell’erranza come destino, mentre Verne ha trasformato quell’erranza in una sfida scientifica fondata sulla precisione del calcolo. Entrambi i racconti ricordano che non si viaggia mai per scappare, ma per trovare la conferma che il luogo da cui siamo partiti ci appartiene ancora per merito acquisito. La bellezza di queste narrazioni risiede nella chiarezza con cui descrivono la traiettoria dell’animo umano, costantemente diviso tra il desiderio di orizzonti ignoti e il bisogno viscerale di una casa a cui fare finalmente ritorno.

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