Il collasso della catena di cura nel caso di Catania: ecco come la violenza diventa educazione

La vicenda del dodicenne catanese, percosso dal padre con un utensile da cucina, solleva interrogativi sulla gestione del potere domestico. L’evento, documentato da un filmato, mostra la riduzione del minore a bersaglio di una violenza fisica che scavalca i confini del rispetto individuale.

Un video, diffuso attraverso le piattaforme digitali, ha immortalato un uomo intento a colpire ripetutamente il proprio figlio di dodici anni utilizzando un mestolo di legno. Le immagini restituiscono la crudezza di un atto che trasforma la casa da luogo di protezione a spazio di tortura. La motivazione addotta, legata a inadempienze, funge da pretesto per l’esercizio della forza. Al di là dello shock sociale, emerge la figura di un ragazzo il cui corpo è stato trattato come materia inerte da plasmare attraverso il dolore fisico.

Il dominio contemporaneo e l’eco della patria potestas

Sebbene la società contemporanea si dichiari evoluta, i fatti di Catania mostrano come persista un nucleo di pensiero che richiama direttamente la patria potestas. Questo concetto, radicato nella storia arcaica, considerava il figlio come una proprietà assoluta del capofamiglia. Al centro di tale visione risiedeva il ius vitae necisque, ovvero il potere di disporre dell’esistenza stessa dei discendenti. In quel paradigma, il minore non possedeva una soggettività propria, era un’appendice del padre, una res priva di diritti individuali. L’uomo che oggi impugna un mestolo per percuotere un dodicenne agisce, a un livello profondo e forse inconscio, come l’ultimo erede di quella sovranità domestica incontrollata.

L’aggressore non percepisce di stare violando un essere umano distinto da sé, ma di stare amministrando un possedimento. Se il posseduto non risponde alle aspettative, il possedente si sente legittimato a intervenire con la coercizione fisica per ripristinare i valori. Questa visione trasforma la famiglia in un nucleo autarchico dove il mondo esterno non ha diritto di parola e dove la sottomissione del più debole è la condizione necessaria per la stabilità del sistema. È un atavismo che resiste sotto la superficie della modernità, riemergendo ogni volta che la violenza fisica viene spacciata per correzione.

Il lessico del padrone e la segnalazione del danno

Il dialogo che scandisce la percussione fisica nel video di Catania non costituisce uno scambio verbale, bensì rappresenta una precisa codificazione del possesso. Quando l’aggressore pronuncia la frase «cu jè quannu parla u papà?» non attende una vera risposta, ma stabilisce un annullamento sistematico dell’interlocutore. La parola paterna agisce qui come un dispositivo di spegnimento della soggettività, che impone una gerarchia dove l’esistenza del figlio è subordinata al silenzio. Questa architettura verbale trova il suo perno nell’affermazione «iu sugnu u to patruni».

Di contro invocazioni come «basta, làssami, ti prego», «basta papà» e «basta, mi staiu sintennu mali» sono le risposte meccaniche di chi tenta di segnalare il raggiungimento di un limite strutturale, altamente ignorato. Il contrasto tra l’ordine del padrone e il lamento della vittima evidenzia un sistema relazionale in cui il dolore non è più un segnale di allarme da ascoltare, ma l’unico modo utile per governare l’oggetto del possesso.

Anatomia di un fallimento: se il genitore è il primo carnefice

Ciò che emerge dalle immagini di Catania non è la colpa individuale di un dodicenne, ma l’esito inevitabile di una catena di montaggio del degrado che schiaccia migliaia di bambini sotto il peso di un sistema genitoriale corrotto. Siamo di fronte a un’infanzia sistematicamente derubata, dove la figura adulta cessa di essere scudo per farsi veicolo di ferocia, trasformando l’ambiente domestico in un laboratorio di sopravvivenza brutale.

Questi ragazzi non sono attori di una sfida, ma riflessi condizionati: vittime di un’osmosi tossica che li costringe a barattare l’innocenza con il cinismo per poter abitare il vuoto lasciato dalle istituzioni. La società osserva l’effetto finale con un voyeurismo intriso di sdegno, ma ignora colpevolmente il processo di decomposizione educativa che lo ha generato. Denunciare queste condizioni significa ammettere che, per troppi minori, il futuro non è un’opportunità, ma una condanna ereditaria inflitta da un sistema che prima li abbandona, poi, si scandalizza.

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