Scomparse, omicidi e ritrovamenti nella Milano di metà ‘800.

Troppo presi da storie dal successo globale come quella di Jack lo Squartatore o dagli ultimi avvenimenti di cronaca nera, dimentichiamo molto spesso di cercare nei nostri vecchi archivi nazionali storie altrettanto macabre, misteriose e soprattutto spaventosamente vere.
In Via Bagnera
Senza alcun dubbio, catturerebbero la nostra attenzione tutta una serie di sparizioni che nel corso del XIX secolo interessarono Milano, tutte in qualche modo legate alla figura di Antonio Boggia. Forse qualcuno ha sentito parlare della leggenda ancora oggi raccontata nel capoluogo lombardo secondo la quale il fantasma di quest’uomo continui a vagare ancora oggi nei pressi di Via Bagnera, strada in cui si trovava il suo covo, e che si palesi con una ventata d’aria gelida che avvolge gli sfortunati passanti. Dicerie o no, la storia dietro questo personaggio è reale e a provarlo sono tutti i documenti inerenti la scomparsa alcuni poveri sventurati che Boggia incrociò sul suo cammino.

Le cronache
Il “mostro di Stretta Bagnera” o “Mostro di Milano” nasce nel 1799 a Urlo, un paese non lontano dal confine svizzero. Giovanissimo si trasferisce a Milano dove apre una piccola attività che non porterà che guai: varie denunce e cambiali non onorate. Per sfuggire a debitori non poco insistenti, Boggia si rifugia in Sardegna per poi ritornare nuovamente a Milano dove trova un impiego presso Palazzo Cusani. È proprio qui a Milano, nella sua terra natia, che Boggia iniziò a uccidere. Gli omicidi commessi da quello che è stato definito il primo serial killer italiano sono innumerevoli. L’attenzione nei suoi confronti da parte delle forze dell’ordine dell’epoca, però, crebbe quando Giovanni Maurier denunciò la scomparsa di sua madre, Ester Maria Perrocchio, il 26 febbraio 1860, un anno dopo la sua effettiva scomparsa. La settantaseienne era proprietaria dello stabile in cui Boggia viveva all’epoca della scomparsa. Nel corso di un’approfondita indagine il giudice Crivelli scoprì che, non solo alcuni vicini avevano visto Boggia e la signora Perrocchio discutere animatamente, ma anche che l’uomo in questione era stato misteriosamente nominato unico amministratore dei beni della donna. La donna venne ritrovata scrupolosamente murata in una nicchia. Le ricerche continuarono e al corpo della Perrocchio se ne aggiunsero altri tre: quello del manovale Angelo Serafino Ribbone (che lo autorizzava a ritirare i beni della donna da una sua anziana zia), quello di Pietro Maezza (che aveva apparentemente deciso di vendere la sua bottega a Boggia) e quello di Giuseppe Marchesotti (commerciante di granaglie all’ingrosso). Tre cadaveri sapientemente nascosti sotto il pavimento della cantina.
Criminale per nascita
La storia di Antonio Boggia si conclude con quella che fu l’ultima condanna a morte di un civile eseguita a Milano prima dell’abolizione della pena di morte stessa con l’approvazione del Codice Zanardelli nel 1890. Cesare Lombroso, fondatore dell’antropologia criminale, fu, poi, felice di misurarne il cranio, di valutare la sporgenza della sua fronte e la presenza di altre presunte anomalie che, a suo parere, fecero di Boccia il perfetto esemplare del “criminale per nascita”.