La poetessa Antonia Pozzi, suicida a 26 anni, spiega attraverso la sua penna il problema dei disturbi mentali giovanili.

La poetessa Antonia Pozzi, capace di grandi gioie e di dolori profondi, infonde nei suoi versi una sensibilità che dischiude al pubblico di lettori un’anima in travaglio, il grido oscuro nascosto di chi attraversa valli di tristezza all’apparenza insormontabili e di come incupiscono l’esistenza tutta.

L’aumento del tasso del suicidio giovanile oggi in Italia
Negli ultimi anni, in Italia si è registrato un preoccupante aumento del tasso di suicidi tra i giovani, con una crescita significativa dei tentativi di suicidio e dei comportamenti autolesivi. Questo comportamento è esacerbato a causa della pandemia da COVID-19, che ha accentuato problematiche psicologiche preesistenti come ansia, depressione e isolamento sociale.
L’ospedale Bambino Gesù di Roma ha evidenziato un incremento del 75% dei tentativi di suicidio tra gli adolescenti durante il biennio 2020-2021 rispetto al periodo precedente. La fascia d’età più colpita è quella tra i 9 e i 17 anni, con un notevole aumento delle consulenze neuropsichiatriche per ideazione suicidaria e autolesionismo. Questo fenomeno è attribuibile non solo alle restrizioni imposte dalla pandemia ma anche all’eccessivo utilizzo dei social media e degli smartphone, che spesso generano sentimenti di inadeguatezza e isolamento nei giovani
Secondo le proiezioni dell’ISTAT, entro il 2050 la depressione diventerà la principale causa di disabilità nel mondo, superando condizioni fisiche e mentali già molto impattanti. Questo dato riflette un trend in preoccupante ascesa che trova riscontro anche nel report del 2021 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il quale stima che globalmente un adolescente su sette soffra di depressione maggiore. In alcuni contesti, la prevalenza può raggiungere livelli ancora più elevati, arrivando fino a uno su quattro, soprattutto in aree ad alto rischio di isolamento sociale, conflitti o disuguaglianze economiche.

Antonia Pozzi e “la misera che non ha fine”
Anche la poetessa lombarda Antonia Pozzi, nata a Milano il 1912, conobbe una simile fine. Figlia di Roberto Pozzi, noto avvocato originario di Laveno, e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, nipote dello scrittore Tommaso Grossi, dimostrò fin da giovane un talento precoce per la poesia, iniziando a scrivere versi durante l’adolescenza. Frequentò il Regio Liceo-Ginnasio Alessandro Manzoni di Milano, dove intrecciò una relazione intensa e travagliata con Antonio Maria Cervi, suo professore di latino e greco. La relazione venne bruscamente interrotta nel 1933 a causa delle pressioni esercitate dalla famiglia, profondamente contraria.
Nel 1930 si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, scegliendo il corso di laurea in Filologia moderna. Qui ebbe modo di stringere amicizia con figure di spicco come Vittorio Sereni, suo grande confidente, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo Cantoni e Dino Formaggio. Durante il percorso accademico seguì le lezioni del germanista Vincenzo Errante e di Antonio Banfi, uno dei più influenti docenti di estetica dell’epoca. Sotto la sua guida si laureò nel 1935 con una tesi su Gustave Flaubert.
L’origine del suo disturbo mentale è individuabile fin dalle prime liriche contenute nei suoi diari e quaderni del liceo. Grido e Amor fati testimoniano il sentimento di “disperazione mortale” di cui tutta la sua vita è imbevuta.
Non avere un Dio
non avere una tomba
non avere nulla di fermo
ma solo cose vive che sfuggono
essere senza ieri
essere senza domani
ed acciecarsi nel nulla
– aiuto –
per la miseria
che non ha fine
La poetessa tenta durante tutta la sua esistenza di cercare quel senso, quella melodia perduta, che non riesce più a trovare nella sua vita: i monti, la maternità, le piante, le foglie, i fiumi, il suo cane, i bambini, gli amici, gli studi, l’amore. Tutte cose che animano la sua realtà, ma non riescono a riempire “dentro il cuore” la sua “caverna vuota”. Eugenio Borgogna scrive nel saggio La fragilità che è in noi che “nelle poesie di Antonia Pozzi la nostalgia e il pensiero della morte, della morte volontaria, si colgono nella loro stregata fascinazione” L’eliminazione di tutte le unità aristoteliche permettono di entrare in un climax di annichilimento universale: un corpo, una voce, un’eco, un’ombra. I verbi all’infinito coadiuvano questo sentimento di totale distruzione. Essere spogli, non avere niente che resti, ma solo che sfuggono dalla vita, dal nostro ordine e dominio. L’intera lirica culmina nell’esclamazione finale -Aiuto-: è come se in questo clima di desolazione eterna emergesse la voce vera, personale, della poetessa. Il suo lamento, pesante come pietre e leggero come veste bianche lacerate, irrompe ed esige ascolto dal lettore privandosi di ogni orpello, perchè la miseria non ha fine.

“Abbondanti in braccia al buio” e il testamento
La poetessa di Pasturo prima di togliersi la vita bevendo barbiturici nella sua casa lasciò il seguente testamento:
“Papà e mamma carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho tanto sofferto… Deve essere qualcosa di nascosto nella mia natura, un mal dei nervi che mi toglie ogni forza di resistenza e mi impedisce di vedere equilibrate le cose della vita… Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. Anche i miei bambini, che l’anno scorso bastavano, ora non bastano più. I loro occhi che mi guardano mi fanno piangere… Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite… Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto. Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. La vostra Antonia”.
Quali parole ricche di angoscia, che trapelano il peso troppo oneroso sull’anima della poetessa; un peso che ormai raggiunge il limite e che la porta a compiere il gesto fatale. “Non ho più voce, per ridire/ il tuo canto segreto” ancora scriveva la poetessa. A quest’ultima, che ha ormai iniziato la sua remata esiziale “con una rossa vela/ per orridi silenzi/ ai cratèri/della luce promessa”, non resta che scrivere anche la sua poesia testamentaria, giacchè “Anima-/e tu sei entrata/sulla strada della morte”.
Abbandonati in braccio al buio
monti
m’insegnate l’attesa:
all’alba – chiese
diverranno i miei boschi.
Arderò – cero sui fiori d’autunno
tramortita nel sole
Antonia Pozzi, la scrittrice in riva alla vita, vagabonda “sulle rovine della mia casa/ ho versato cenere e sale”, abbandonata nelle braccia della sua amata e amica natura in attesa della sua ora fatale, sgorga di vita vera, di una vita sfolgorante e veloce, segnata dalla perdita della sua “stilla”, perchè
la vita, quando fruga e strazia
l’essere nostro, spreme dal profondo
un po’ del sale da cui fummo tratte.
