Dal 24 luglio “Deadpool e Wolverine” è nelle sale italiane, riscuotendo un notevole successo.

Per i più appassionati di fumetti Marvel, è chiaro che la trasposizione cinematografica di Deadpool, avvenuta ormai più di 8 anni fa, è stata una sorpresa più che piacevole. Inizialmente i fan si erano chiesti in che modo un personaggio di questo tipo potesse essere realizzato in live action, senza scendere ai compromessi visti già in passato (sempre interpretato da Ryan Reynolds, in “X-men, le origini – Wolverine”). Lo stupore c’è stato per una soluzione abbastanza banale: Deadpool rimane un personaggio meta-fumettistico. Così come era nei fumetti, rimane nella trasposizione cinematografica. Il grande contributo lo ha avuto l’attore stesso, Ryan Reynolds, grande appassionato del personaggio e che quindi non si permetterebbe di tradire le proprie aspettative da fan.
Uscire dallo schermo
La caratteristica principale di Deadpool non è il fatto di non essere un eroe. La sua caratteristica principale è l’intrattenimento a 360° che offre al suo pubblico. Il suo pubblico lo conosce e se lo aspetta. Chiaramente, per chi si approccia per la prima volta, può sorprendere il suo tipo di intrattenimento. Deadpool, infatti, parla direttamente con il pubblico. Esce dallo schermo, guarda direttamente in camera e parla con lo spettatore. Fa riferimenti che escono dal personaggio e dalla storia. Per quanto riguarda il personaggio cinematografico, fa riferimento anche a eventi di gossip riguardanti gli attori stessi, facendo in qualche modo uscire anche gli altri personaggi dai propri ruoli. Uno spettatore preparato, conscio e vigile, può notare tutti i riferimenti, ma possono essere nozioni piacevoli anche per coloro che non sono del tutto consapevoli. Si tratta di una caratteristica che per funzionare deve essere utilizzata con cautela e nel caso di Reynolds viene utilizzata in maniera eccelsa.

Il servo di due padroni
Naturalmente, nella storia dello spettacolo, di certo non è Deadpool il primo a parlare con il pubblico. Uno dei personaggi più famosi a farlo è naturalmente Arlecchino, in “Arlecchino servitore di due padroni” di Goldoni. Il testo, soprattutto quello inscenato da Giorgio Strehler, parla di un servitore, una sorta di giullare, molto irriverente e furbo. In qualche modo sono anche le caratteristiche di Deadpool. La differenza è che Arlecchino è un personaggio teatrale e ha contatto diretto con i spettatori, che non sono dietro ad uno schermo. Una delle scene più famose è probabilmente la scena in cui Arlecchino perde una lettera e la deve cercare. In qualche modo rende il pubblico partecipe della scena: se il pubblico gli dà corda, l’attore continua l’improvvisazione; diversamente, se il pubblico si annoia, l’attore taglia la scena e prosegue. Al di fuori di questa particolare scena, Arlecchino comunica in continuazione con il pubblico, interrompendo anche la comunicazione con gli altri personaggi.
Perché funziona?
In entrambi i casi, la rottura della quarta parete funziona perché è intrinsecamente legata al carattere dei personaggi e alla tradizione da cui provengono. Inoltre, registi come Strehler e i creatori dei film di Deadpool utilizzano questa tecnica in modo coerente con il tono e le aspettative del loro pubblico, facendo sì che la rottura della quarta parete sembri naturale e divertente piuttosto che forzata.