Come si compie un’impresa storica? Il contesto scientifico e tecnologico dietro alla spedizione Challenger

A 149 anni da quel 21 dicembre 1872, vediamo come si arrivò a mettere in piedi la spedizione madre dell’oceanografia moderna.

Equipaggio della spedizione nel 1874. Fonte:https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Challenger_expedition.jpg

Una delle pietre miliari nella storia della scienza è senza dubbio rappresentata dal grandioso viaggio di ricerca della Challenger, la quale attraversò per intero la Terra alla scoperta di specie marine studiando le profondità oceaniche.

La spedizione Challenger

La spedizione scientifica intorno al globo si svolse tra 1872-76 su impulso del naturalista scozzese Charles Wyville Thomson. Attento studioso di biologia marina, persuase la Royal Navy a concedergli in uso le proprie navi a partire dal 1868, dimostrando la presenza di vita fino ai 1200 metri di profondità. Questo gli permise intanto la pubblicazione del volume “The depths of the sea” nel 1873, ma anche di assumere una certa autorevolezza nel campo, tanto da vedersi accettata la richiesta della conversione della corvetta militare HMS Challenger in nave-laboratorio. 

In vista della spedizione infatti, dei cannoni presenti a bordo vennero lasciati solamente due, per dare spazio alla dotazione scientifica – descritta nel primo capitolo del volume  di Thomson, “The voyage of the Challenger” del 1876 – composta da contenitori per i campioni e alcool per la loro conservazione, sostanze chimiche per sostenere esperimenti nelle cabine-laboratorio adibite per l’occasione, oltre a microscopi e piattaforme di dragaggio e di raccolta di sedimenti marini con sonde e reti a strascico. 

Insomma, tutto era stato allestito, la nave era pronta  per segnare le sorti della ricerca scientifica. Il 21 dicembre 1872 dal porto inglese di Portsmouth, la spedizione ebbe inizio, facendo i primi metri di quei 127.580 Km percorsi nel giro di quattro anni. Ben 497 furono le esplorazioni in acque profonde dove vennero svolti 133 dragaggi e numerosi altri rilevamenti che permisero non solo la scoperta di 4717 specie marine ma anche di misurare la variabilità della temperatura del fondale marino su grande scala e la scoperta della dorsale oceanica che da Thomson prese il nome. Insomma, tanta fu la preparazione della spedizione come tante furono le scoperte fatte, l’era del progresso scientifico era già iniziata decenni addietro, ma questo in particolare segnò la nascita dell’oceanografia moderna.

Viaggio dell’HMS Challenger, fonte: http://www.iniziativalaica.it/?p=6968

Il Positivismo

La spedizione Challenger si cala perfettamente nel contesto di forte fervore positivista, che vedeva nella scienza, la ragione di sviluppo della società. In linea con i dettami dell’Illuminismo e del Romanticismo, la fiducia nel progresso tecnologico fece da sovrastruttura nella pianificazione e conseguente buona riuscita dello storico viaggio di ricerca. Siamo d’altronde in una fase più evoluta di quell’originario Positivismo sociale di Comte, adesso l’attenzione ad un’evoluzione concreta dello studio della natura, fa della Challenger un vero punto fermo nella storia della scienza moderna. 

Non è un caso se la spedizione venne realizzata in Inghilterra, realtà dinamica su più livelli e capace di arrivare laddove altre nazioni non industrializzate non avrebbero neanche immaginato. In primo luogo nel contesto degli studi naturalistici, l’autorità Darwin rappresentava un precedente di importanza notevole e in secondo luogo in campo tecnico, gli inglesi erano in grado di usufruire di strumentazioni avanzate grazie agli sviluppi industriali qui avuti origine e mettere in mare navi a motore senza le quali le esplorazioni scientifiche non avrebbero potuto raggiungere i risultati sperati.

Charles Wyville Thomson, The voyage of the “Challenger”: the Atlantic, 1876.

Le navi a vapore

Lo storico Daniel R. Headrick, nel suo magistrale lavoro “Il predominio dell’Occidente”, mette in relazione l’introduzione delle navi a motore con l’imperialismo e le conquiste territoriali. Il nesso è forte ed evidente, ma se vogliamo estrapolarne dei principi e calarli nel contesto della spedizione Challenger, si noterà quanto la società ottocentesca fosse capace di sfruttare le nuove invenzioni per raggiungere scopi distinti. Sicuramente la prima fase di questo processo avrà portato i sostenitori del vapore ad una volontà espansionistica con effetti più che positivi come dimostrato, guardando dall’altro lato della medaglia, da Sayyd Alì Muhammad (1819-50), il quale, compiendo un viaggio dalla Persia alla Mecca, notò che il vapore non fosse:

“Destinato a elargire ai popoli dell’Occidente le benedizioni della pace e della felicità, esso è stato utilizzato da loro per promuovere gli interessi della distruzione e della guerra.”

Tuttavia, con la seconda metà del secolo, come già detto, il pensiero positivista farà passi in avanti in termini di applicazione del sapere, arrivando all’utilizzo delle navi a vapore per scopi pacifici e di ricerca. La stessa HMS Challenger, varata nel 1858, era una nave a motore bicilindrico capace di raggiungere una velocità massima di 19.8 nodi, pari a circa 36.37 Km/h.

Insomma, lo sviluppo tecnologico, affiancato ad una realtà di fervente piacere per la scoperta, sembrano essere gli ingredienti per la realizzazione della storica spedizione inglese.

Illustrazione dell’HMS Challenger, 1858.

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