Dall’espulsione dal PSI alla dittatura: approfondiamo la vita politica di Benito Mussolini

All’anniversario della sua espulsione dal PSI, analizziamo la vita politica di Benito Mussolini, colui che fece sprofondare l’Italia nella dittatura e nel terrore.

Fondatore del Partito Nazionale Fascista, si faceva chiamare Duce (da dux, ovvero guida). Passo passo, smantellò ogni elemento democratico nella struttura istituzionale italiana, avviando quello che divenne noto come “ventennio fascista”.

La militanza, il giornalismo e il socialismo

Nato a Dovia di Predappio nel 1883, Mussolini studiò prima nel collegio salesiano di Faenza e poi nel collegio Carducci di Forlimpopoli, dove ottenne il diploma di maestro elementare, che cominciò a praticare come supplente. Parallelamente, nel 1900 aderì al Partito Socialista Italiano (PSI), mostrando da subito di avere un carattere particolarmente acceso e reazionario. Difatti, a seguito dello spostamento in Svizzera per tentare di sfuggire alla leva militare obbligatoria, il suo comportamento venne punito svariate volte e determinò molteplici arresti, con l’accusa di essere un agitatore socialista. Qui collaborò con periodici locali d’ispirazione socialista, come il Proletario. La renitenza alla leva militare comportò la pena di un anno di detenzione, una condanna che cessò di esistere nel novembre del 1904, grazie all’amnistia concessa per la nascita di Umberto II di Savoia, e così Mussolini potè tornare in Italia, dove dovette comunque adempire ai doveri di leva, tornando a Predappio nel 1906. Più tardi si spostò a Forlì, dove divenne segretario della Federazione Socialista locale, dirigendo anche il periodico L’idea socialista. Nel 1912 il suo nome era già ben noto, divenendo la figura di rilievo dell’area massimalista del socialismo italiano (la cui denominazione deriva dalla volontà di realizzare un “programma massimo”, ovvero la messa in atto di una rivoluzione socialista). Alla luce di ciò, divenne il direttore dell’Avanti, quotidiano e organo ufficiale del Partito Socialista. All’avvento della Prima Guerra Mondiale poi, Benito Mussolini passò da sostenere una posizione antibellicista a divenire interventista, sostenendo che il partito avrebbe dovuto sostenere il conflitto per evitare l’esclusione dal panorama politico. Un cambiamento di rotta che venne percepito con disappunto nelle file del PSI e che determinò la sua espulsione da esso. Decise poi di mettere in atto il suo ideale interventista prendendo parte in prima persona alla Grande Guerra.

I fasci di combattimento e la nascita del regime fascista

Il 23 marzo 1919 Benito Mussolini fondò il movimento politico dei Fasci Italiani di Combattimento nel Circolo dell’alleanza industriale situato in piazza San Sepolcro (Milano), che due anni più tardi divenne Partito Nazionale Fascista. Esso si legava alla testata giornalistica Il Popolo d’Italia e si dotò di simboli ben chiari, che divennero gli emblemi del potere fascista, primo fra tutti il fascio littorio. Nell’aprile del 1919 i membri del movimento si unirono all’assalto della sede del quotidiano Avanti, segnando così una netta rottura con il precedente orientamento politico del leader Mussolini. Nel novembre del 1921 i membri dei fasci di combattimento erano ben 312’000, così il movimento venne tradutto in un vero e proprio partito. L’emblema della presa del potere fascista fu la marcia su Roma, una manifestazione indetta per ottenere la guida del governo italiano, un obiettivo che i militanti erano disposti a conseguire anche facendo uso della violenza. Successivamente, il re Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di formare un nuovo governo, che fu coronato dalla costituzione del Gran Consiglio del Fascismo, organo primario del Partito Nazionale Fascista. Nell’aprile del 1924 si tennero poi le elezioni politiche, alle quali il Partito Nazionale Fascista si presentò con la Lista Nazionale, che registrava la presenza sia di fascisti che nazionalisti e che ottenne il 65,2% dei voti. Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, denunciò i brogli delle elezioni, e fu ucciso proprio dagli estremisti fascisti. Si avviò così la strutturazione del regime fascista, che si articolava sul territorio tramite le case del Fascio. Le strutture democratiche delle istituzioni vennero rapidamente smantellate, quando nel 1926 vennero emanate le Leggi Fascistissime, che tra le varie fattispecie regolamentarono anche l’introduzione di un sistema politico monopartitico guidato dal PNF. In sostanza, poteva esistere solo il Partito Nazionale Fascista. Vennero inoltre introdotte misure che resero il tesseramento al partito praticamente obbligatorio. Era ad esempio imperativo per poter svolgere cariche di alto livello nell’ambito scolastico (es. rettori e presidi), per prendere parte ai concorsi per i pubblici uffici e per ottenere qualsiasi incarico pubblico.

La collaborazione con Hitler nelle politiche razziali

Quando l’Italia era già in mano fascista, nel 1933 la Germania assistette alla salita al potere del nazismo di Adolf Hitler. I due dittatori si unirono in un legame di collaborazione da molti identificato sotto la denominazione di nazifascismo. Nonostante le tensioni (primariamente dovute al passaggio dal Mussolini maestro e Hitler allievo a una sottomissione italiana alla potenza tedesca), tale rapporto durò fino al concludersi del Secondo Conflitto Mondiale. Entrambi attuarono una politica razziale. Inaugurata dal regime nazista nel 1935, essa prevedeva la superiorità della razza ariana su tutte le altre, mostrando un fervente odio nei confronti della popolazione ebraica. Le leggi di Norimberga del 1935 affermavano che era da considerarsi di sangue tedesco una persona con quattro nonni tedeschi, di sangue ebreo una persona con tre o quattro nonni ebrei e di sangue misto una persona con uno o due nonni ebrei. Coloro che non rientravano tra gli appartenenti alla razza ariana, e soprattutto la popolazione ebraica, erano soggetti a pratiche violente, repressione, odio e segregazione, come dimostrato dalla costruzione dei campi di concentramento. In Italia le leggi razziali fasciste vennero introdotte nel 1938. Il Manifesto della Razza, pubblicato il 5 agosto 1938 nella rivista La difesa della razza, elencò una serie di punti, che tra i vari aspetti affermavano: l’esistenza delle razze umane, che si dividevano in grandi e piccole razze; che il concetto di razza trova legittimazione nella teoria biologica; che la popolazione italiana era in maggioranza di origine e civiltà ariana; che esisteva una pura razza italiana che necessitava di proclamarsi razzista nei confronti delle altre razze; che gli ebrei non appartenevano alla razza italiana.

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