Vent’anni dello Zoo di 105: un viaggio nella storia delle volgarità

Lunedì 8 luglio il famoso programma radio Lo Zoo di 105 ha festeggiato i 20 anni dalla prima messa in onda. Il grandioso spettacolo, organizzato in sole cinque settimane, ha raccolto artisti del calibro di Nek, Maz Pezzali, J-ax, i Ricchi e Poveri, i The Kolor e, a sorpresa, persino i Daft Punk.

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Da pochi giorni, le “bestie” de Lo Zoo di 105 hanno regalato ai loro ascoltatori uno show di grandissima portata. L’evento, tenutosi all’Ippodromo SNAI di Milano, ha registrato cifre incredibili, tanto da costringere gli organizzatori a chiudere i cancelli d’ingresso durante la performance, dato che oramai tutta la piazzetta adibito allo spettacolo era completamente pieno di spettatori in piedi. Non essendoci l’obbligo di registrazione, non è possibile sapere quante persone fossero presenti all’evento, ma, a quanto detto durante lo show stesso, il numero supererebbe i 30.000.

La cifra è impressionante, soprattutto se teniamo conto che la festa si è tenuta di lunedì sera, non certo il giorno con più potenzialità in termini di affluenza. Ma qual è la ragione del successo del programma, che è riuscito, tra alti e bassi, a rimanere in onda per ben due decadi?

Un programma fatto col c***

Il programma Lo Zoo di 105 nasce nel lontano 1999, da un’idea di Marco Mazzoli, che all’epoca lavorava a New York con Gilberto Penza (in arte Gibba). Ai due si aggiunsero successivamente il dj Wender e Leone di Lernia, famosa figura del trash-demenziale italiano. La storia del programma è lunga e travagliata, ed ha subito continui cambi di conduzione sin dalla sua nascita, tanto che l’unico ad essere stato effettivamente sempre presente è solo il suo creatore, Marco Mazzoli. Altri membri dello zoccolo duro del programma sono Fabio Alisei e Paolo Nocito (detto Paolo Noise), i quali, assieme a Wender, nel 2011 decisero di non rinnovare  il contratto con Radio 105 e si spostarono insieme a Radio Deejay.

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Da sinistra a destra: il mago Wender, Paolo Noise e Fabio Borghini Alisei (Radio Deejay)

Per sostituirli vennero perciò assunti Maccio Capatonda, Herbert Ballerina e Ivo Avido, già famosi per una serie di video a stampo parodistico-demenziale su YouTube ed alcune trasmissioni televisive come Mai dire Grande Fratello, assieme al giovane Alan Caligiuri. Questa formazione perdurò fino a al 2014 quando rientrò nel programma Paolo Noise e, contemporaneamente, se ne andò Gibba. A poco a poco, i vecchi componenti ritornarono parte della conduzione, e Maccio, Ivo, Herbert ed Alan furono allontanati.

Moltissimi sono stati i personaggi dello spettacolo che, anche solo per poco tempo, hanno fatto parte del Lo Zoo di 105. Attualmente, i conduttori sono Mazzoli, Noise, Alisei e Squalo, mentre in regia sono rimasti Pippo Palmieri e Dj Spyne. Oltre a loro, molti sono i collaboratori di cui il programma si serve, primo fra tutti Marco Dona.

Caratteristica essenziale del programma è il clima che riesce ad instaurare con i suoi ascoltatori, grazie ad un linguaggio senza alcun tipo di freno. Se infatti è normale per un conduttore radiofonico parlare con una voce controllata, a volte addirittura impostata, Lo Zoo di 105 si è sempre distinto per contenuti e modi di fare molto più colloquiali e triviali. Il  motivo principe di tutti i litigi, le sospensioni del programma (che sono state decine e decine nel corso degli anni) e gli attriti con la radio emittente è sempre lo stesso: la grande quantità di volgarità di cui fanno uso i suoi conduttori.

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Neanche serve la didascalia per il nostro Mazzoli (Google Immagini)

Andiamo allora a vedere la storia dell’elemento fondante della suddetta volgarità: le parolacce.

Proprio una storia di m****

Nel momento in cui si vuole ricostruire la storia del turpiloquio, ci si imbatte subito in un muro difficilissimo da scalare: come definire cosa è una volgarità e cosa no?

Secondo l’Enciclopedia Treccani, le parolacce sono un

corredo di parole ritenute a vario titolo proibite o sconvenienti […], utilizzate a volte, in chiave metaforica, come insulti o imprecazioni, oppure con funzione ludica o sarcastica […], e altre volte quasi del tutto svuotate del significato originario, come mere interiezioni o intercalari. Le sfere semantiche preferibilmente scelte per gli insulti sono quelle sessuale e scatologica (cioè attinente all’escrezione), cioè gli ambiti che più d’ogni altro la società tende a rimuovere in quanto connessi con la fisicità più concreta, ma anche con l’origine stessa dell’essere umano e con la sua morte.

Questa definizione ci aiuta per quanto riguarda i contenuti delle parolacce, ma non per la loro individuazione. L’unica informazione che abbiamo è che esse sono proibite. Ma in che senso? Per esempio, la parola “cacca” è un termine dialettale, e certo non si usa nel linguaggio ufficiale, ma può essere effettivamente considerato una parolaccia oppure no? Inoltre, ogni generazione ha la sua percezione di ciò che si può dire e non dire, ed è innegabile che i giovani, attualmente di parolacce ne facciano un grandissimo uso senza che questo comporti qualche tipo di rappresaglia da parte della società. Era così anche per i nostri genitori?

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Un bambino scoperto a dire le parolacce da una nonna coerente con quello che dice (Google Immagini)

Insomma, è per noi impossibile stabilire se un dato termine fosse considerato nell’antichità un turpiloquio come lo intendiamo noi ora, poiché non possiamo sapere esattamente il contesto linguistico e sociale in cui esso è inserito. Detto questo, però, possiamo comunque cercare di capire qualche linea guida che ha accompagnato le sconcezze lungo le vie della storia.

L’umanità ha probabilmente utilizzato delle parole con la funzione di insulto sin dagli albori del linguaggio. Anche nelle testimonianze scritte più antiche che esistano, come il poema epico Gilgamesh (l’antecedente degli eroi come Ercole), e nella Bibbia, troviamo parole come “baldracca” o “sgualdrina”. Molte più attestazioni di parole scurrili le troviamo soprattutto negli spettacoli dell’antica Grecia. Molti autori, come Marziale, Plauto e Aristofane facevano giochi di parole volgari che servivano proprio a guadagnare il consenso del grande pubblico. Inoltre, antiche parolacce si possono trovare anche solo aprendo il dizionario di latino: “stercus” (“merda”), “meretrix” (“prostituta”, “puttana”), “mentula” (“pisello”, “cazzo”). La più antica parolaccia in italiano rinvenuta finora è “fili de pute”, scritta alla fine del XI secolo sopra un affresco di papa Clemente.

Ma a che c**** servono?

L’utilizzo delle parolacce ha avuto nella storia dell’umanità lo stesso utilizzo: rompere un tabù. Una parolaccia è qualcosa che non si può dire, qualcosa che oltrepassa le regole, che ci dà il brivido dell’uscire dai confini sociali che noi esseri umani ci siamo creati. Non è un caso che la sfera attinente alle volgarità sia sempre riferita all’uomo come animale, nelle sue azioni più primitive: accoppiarsi e defecare.

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Uno studio attendibilissimo di Parolacce.org

Ma non solo: un altro “vantaggio” di questi termini è la possibilità di insultare qualcuno. A prima vista, questo ci sembra un lato senza ombra di dubbio negativo. Eppure ricordiamoci che, nel mondo animale, le dispute vengono risolte con la forza, ed è così che i nostri antenati facevano. Freud, uno dei fondatori della psicanalisi, sostenne che “colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà”. La parolaccia può anche essere motivo di litigio, ma permette in qualche modo di “vincere” uno scontro senza necessariamente utilizzare la violenza.

E infine, le oscenità fanno ridere. Sì, è difficile stabilire bene perché, ma innegabilmente l’uso delle volgarità è in grado di suscitare in noi una risata viscerale, qualcosa che proviene da un angolo recondito e ben nascosto della mente. Ma l’utilizzo delle parolacce, da solo, non è necessariamente divertente: bisogna saperci giocare intorno, costruire una base solida su cui poi aggiungere questi termini, così sconci e inaccettabili nei contesti più ufficiali e professionali della vita, ma così vicine a noi negli altri momenti.

C’è poco da dire: che piaccia o non piaccia, Lo Zoo di 105 è riuscito, con il suo linguaggio scurrile e totalmente libero, a conquistare una grandissima fetta di mercato radiofonico. E questo qualcosa vorrà pur dire.

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Buona festa, buone ferie e buona Pasqua (e chi vuole intendere, intenda).

Isaia Boscato 

 

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