Purtroppo il suicidio è qualcosa di cui abbiamo sentito e continuiamo a sentir parlare. Cosa può portare una persona a prendere una simile decisione? Scopriamolo tra musica e letteratura.

Il suicidio è un topos letterario piuttosto controverso che ci porta a riflettere sul senso della nostra vita. Purtroppo, non è solo una teoria poetica, ma anche una realtà. È un dramma tremendo trovarsi davanti a situazioni del genere in quanto, a differenza di una morte per cause “esterne”, il suicidio presuppone, come è ovvio, una volontà della persona di terminare la propria vita. Volontà che si manifesta nella decisione di porre fine alla propria esistenza nel modo e nel momento che più si ritiene per così dire “adeguato” o difficile da vivere. Sempre di più si discute se il suicidio sia un sintomo di vigliaccheria, poiché chi compie questo gesto in qualche modo non è in grado di continuare la propria vita, oppure ancora un gesto di forte coraggio, in quanto si tratta di un’azione a dir poco difficile.

Tra problema etico e religioso

Da un punto di vista religioso, il suicidio implica questioni non poco complesse che ancora oggi sono in discussione. Fabrizio De André nella sua Ballata del Miché dà una breve “definizione” del problema.

Domani alle tre

nella fossa comune sarà

senza il prete e la messa perché d’un suicida

non hanno pietà.

– Ballata del Miché, Fabrizio De André

Essendosi suicidato, il protagonista della ballata non ha diritto ad una sepoltura, poiché il suicidio è peccato, è un affronto alla vita. Tempo prima Schopenhauer aveva affermato invece come un suicida, in realtà, fosse invece qualcuno che amava profondamente la vita e pertanto non la offenda. Infatti, secondo il filosofo, un suicida ama così tanto la vita da non sopportare di viverla in un modo sbagliato, e così pone fine alla sua esistenza. Tuttavia, Schopenhauer non considera tale azione come una soluzione del dolore.

Chi è oppresso dal peso della vita, chi vorrebbe e afferma la vita, ma ne aborre i tormenti, e soprattutto non riesce a tollerare più a lungo il duro destino, che proprio a lui è capitato: questi non deve sperare una liberazione dalla morte, e non può salvarsi col suicidio; solo con un falso miraggio lo attrae l’oscuro, freddo Orco, come porto di quiete. La terra si volge dal giorno verso la notte; l’individuo muore; ma il sole arde senza interruzione in eterno meriggio.

– A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione

Questo perché la volontà di vivere non viene uccisa quando si suicida la persona, infatti in tal senso il suicida manifesta la propria voglia di vivere ancora di più.

Il suicidio stoico, esempio di libertà individuale

Non è un bene il vivere, ma lo è vivere bene.

– Seneca, Lettere a Lucilio

Se avessimo chiesto ai seguaci dello stoicismo se il suicidio sia un gesto di vigliaccheria, sarebbero stati certi nell’affermare l’assoluto contrario. Lo stoicismo è una corrente filosofica fondata attorno al 300 a. C., di cui in età imperiale fu uno dei principali rappresentanti Seneca. Il concetto alla base della dottrina stoica è l’idea che ogni cosa sia governata da un logos, ovvero dalla ragione. Gli stoici affermano che chiunque voglia vivere nella saggezza debba liberarsi dalle passioni e dominarle. Nelle sue opere ed anche nelle tragedie Seneca ha più volte mostrato quanto essere sopraffatti dalle passioni possa distruggere la saggezza e la razionalità dell’uomo. Allora come si spiega il fatto che Seneca in primis appoggi il suicidio, che spesso noi concepiamo come quanto di più irrazionale possa esistere? Il suicidio non è forse un impulsivo gesto causato da un eccessivo dolore? Per lo stoicismo, non lo è affatto, bensì si tratta di una manifestazione di libertà individuale, se a compiere tale gesto è un sapiente.

Seneca afferma nelle Lettere a Lucilio che Non è importante morire prima o dopo, ma lo è morire bene o male; morire bene è fuggire il rischio di vivere male. Pertanto un uomo saggio, che crede nella ragione ed ha vissuto la sua vita secondo logica, non può accettare di vivere nel modo sbagliato, di subire ingiustizia. Esempio emblematico di questa concezione è la figura di Catone Uticense che, dopo che il suo nemico Cesare prese il potere, si suicidò. Il suicidio di Catone è l’exemplum del suicidio del saggio stoico, che preferisce morire per i propri ideali piuttosto che assistere alla morte dei valori in cui ha sempre creduto. Sarebbe stato più facile scendere a compromessi e subire, ma un saggio non può farlo. Catone per questo è simbolo di sapienza, di libertà individuale e di coraggio.

Il dramma dell’uomo moderno in Gaber

Tacito negli Annales traccia la descrizione di vari suicidi, fra cui quello di Seneca (ordinato da Nerone), mostrando la differenza fra il coraggio stoico dell’intellettuale e la vigliaccheria di chi teme la morte. Se volessimo fare un paragone a dir poco azzardato, potremmo dire che secoli dopo Giorgio Gaber in un suo monologo abbia fatto una cosa simile.

L’artista Giorgio Gaber nei suoi vari spettacoli teatrali non ha mancato di prendere in giro le azioni umane con brillante ironia. Nel monologo “Il suicidio“, Gaber ironizza prima sulle motivazioni che possono spingere una persona al suicidio, sull’idea di un suicidio poetico e dopo elenca una serie di personaggi famosi ancora vivi ipotizzando come questi potrebbero ammazzarsi.

Mi ricordo che una volta volevo ammazzarmi per amore, mi aveva detto che non mi amava più, un attimo prima che glielo dicessi io, maledizione, quel tanto che basta per farti impazzire. Ti senti escluso abbandonato, e lei non si accorge neanche dell’ingiustizia che ti ha fatto. E  tu ti ammazzi. Così impara…educativo, e dopo, ti ama per tutta la vita. La sua vita.

– G. Gaber, Il suicidio

Il personaggio protagonista del monologo è un uomo solo, che risulta tenero, un po’ patetico. Quel personaggio non è altro che l’uomo moderno, con i suoi vecchi ideali, in crisi nella sua solitudine e spaventato dal dolore.

Oppure potrei uccidermi senza nessun dolore, nessuna rabbia, nessuna passionalità, senza nessuna voglia di riscatto.

Davanti a uno specchio, coperto solo dalla sue mutande color pervinca (che nemmeno sa che colore sia), cerca di riflettere su quale potrebbe essere il modo migliore per porre fine alla sua vita.

Un suicidio svedese, più adeguato a quello che succede. Eppure sento, che anche questo è già vecchio, esteticamente.

Esilarante, però, è il fatto che tutti i metodi siano già stati provati e che non ci sia nulla di poetico nel gesto, per quanto possa cercare. E allora gli viene un’idea: forse la cosa nuova, migliore, mai provata è il fatto di andare avanti. Un’ironia, quella di Gaber, che ci pone davanti al fatto che forse la cosa più difficile non sia stabilire quale sia il modo migliore di morire o il modo migliore di vivere. Forse la cosa più “bella” è rivestirsi, uscire, e vedere come va a finire. Fino alla fine.

Forse oggi, esteticamente, mi rimetto gli slip pervinca, mi rivesto, esco, e vedremo come va a finire.

C’è una fine per tutto. E non è detto che sia sempre la morte.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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