Una canzone italiana ogni tre: la proposta della Lega fa impazzire gli intellettuali

Una canzone italiana ogni tre: la proposta della Lega fa impazzire gli intellettuali

20 Febbraio 2019 0 Di Francesco Rossi

L’Italia è un paese meraviglioso e molto particolare. L’Italia è quel paese, che per secoli -e per millenni, se vogliamo contare gli avi romani- ha esportato cultura in tutta Europa, ma che ora rifiuta la sua stessa lingua e le sue stesse radici. In Italia, se Claudio Baglioni afferma di non voler invitare ospiti stranieri a Sanremo, per valorizzare i talenti italiani, viene applaudito. Però in Italia, proporre che in radio si passi una canzone italiana ogni tre, per valorizzare la musica nostrana, è proibito. La proposta presentata dalla Lega è di per sé sbagliata, semplicemente perché sbagliato è imporsi sui media. Quello che davvero mi interessa discutere, è però ciò che ha mosso un partito politico a proporre una norma simile. Si badi bene, che la risposta a questo quesito non è “il razzismo“, perché la questione non è tanto scontata quanto appare.

Canzone italiana

Claudio Baglioni, durante lo sketch con Pio e Amedeo, a Sanremo, ha affermato di non aver invitato ospiti stranieri, per dare maggiore spazio ai talenti italiani. “Prima gli italiani!” insomma.

Questione di lingua, questione di pensieri

Non è un delirio di estrema destra, bensì un allarmante dato di fatto, che la lingua italiana stia subendo una massiccia contaminazione di termini anglofoni. Già nel 2016, l’Accademia della Crusca trattava preoccupata l’argomento (qui l’intervento a proposito, di Vittorio Coletti). Naturale è che una lingua viva si presti a delle trasformazioni, anche introducendo dei termini e delle espressioni stranieri. Innaturale e pericoloso è che l’inglese sostituisca in molti settori l’italiano. Dalla tecnica, alla scienza, dalla videoludica, alla moda, sempre più ambiti particolari hanno adottato l’inglese come lingua specifica.

Ciò che rende questa questione particolarmente importante, è il rapporto tra la lingua e l’impostazione di pensiero che essa veicola. La lingua inglese è, ad esempio, molto più pragmatica della lingua italiana, consta di minori sinonimi ed ha una struttura meno alterabile. Si presta per questo più facilmente alla tecnica, mentre l’italiano è una lingua maggiormente adatta all’astrazione o alla poesia. La lingua è oltretutto veicolo di una cultura. Se una lingua è minacciata, di riflesso risulta minacciata la cultura del popolo che la parla.

Canzone italiana

Dante Alighieri, ritenuto il padre della lingua italiana, faceva largo uso di termini latini, provenzali o appartenenti a volgari diversi dal fiorentino.

La lingua del futuro

I ragazzi della mia età ed ancor più i giovanissimi, non hanno però scelta alcuna. Viviamo in un mondo in cui la conoscenza della lingua inglese è di vitale importanza, non solo per la comunicazione. La cultura è veicolata dalla lingua inglese: nel cinema, nella musica, nel fumetto, nei contenuti dei social-network. Chiunque si occupi di arte, di qualsiasi genere, sa che è all’estero che bisogna rivolgere lo sguardo, per trovare innovazione. Interfacciarsi alla cultura contemporanea, essere, come si suol dire, al passo coi tempi, significa necessariamente conoscere la lingua inglese.

La Lega non dovrebbe perciò crucciarsi con le radio per l’elevata trasmissione di musica oltralpe, ma chiedersi perché si preferisca ascoltare i vecchi Queen o un giovane Ed Sheeran, che Gigi D’Alessio Il Volo. La verità è che viviamo in un paese vecchio, millenario, e proprio per questo estremamente conservatore in molti ambiti. Se l’arte italiana non è però in grado di attrarre le nuove generazioni, perché sottomessa a canoni estetici preistorici, la colpa non è di certo nostra. La Lega si comporta come un vecchio marito impotente, geloso delle attenzioni che la moglie riserva al giovane inserviente inglese.

Impedire artificialmente che una cultura si imponga sull’altra non è sufficiente. Piuttosto bisognerebbe incentivare la produzione d’avanguardia, le idee rivoluzionarie, le innovazioni giovani e fresche. Insomma, se non si alzasse un polverone ogni volta che a Sanremo vince qualcosa di diverso dalla solita canzone d’amore all’italiana, magari ascolteremmo in radio più musica nostrana.

Canzone italiana

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che portare via le terre o le province agli altri popoli, o schiacciarli con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro, sono gli imperi della mente.” Queste le parole pronunciate da W. Churchill, durante la conferenza di Harvard del 1943

Gli imperi della mente

La proposta della Lega non è forse il più idoneo ed efficace strumento per combattere l’affermarsi dell’arte estera su quella italiana. Va però constatato, che la volontà di tutela culturale, da sempre proposta dai salviniani, non è mai stata un’idea immonda. Esistono dei seri motivi per i quali preoccuparsi dell’imposizione culturale dell’area anglofona, ridotta ormai, nei fatti, ai soli Stati Uniti. La supremazia culturale è supremazia linguistica e la supremazia linguistica è supremazia politica.

L’Impero Romano non impose mai, formalmente, l’uso del latino nelle province, ma il suo utilizzo in ambito burocratico e culturale, lo portò poi ad essere parlato, dai popoli sottomessi, anche nella quotidianità. Il latino fu tra i collanti più forti dell’Impero e permise ai romani di imporre la propria idea di civiltà sugli altri popoli. Certo, non fu solo il latino, gladio e testuggine fecero la loro parte, ma pare che nel secolo scorso l’importanza del veicolo culturale fu indagata a fondo. Nel discorso manifesto di Harvard, pronunciato il 6 settembre del 1943 da Winston Churchill, durante la celebrazione dell’unione anglo-americana, il Primo Ministro del Regno Unito espresse delle posizioni quantomeno inquietanti:

“Eccovi il piano […] attentamente elaborato per una lingua internazionale, capace di una vasta gamma di attività pratiche e scambio di idee. […] Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che portare via le terre o le province agli altri popoli, o schiacciarli con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro, sono gli imperi della mente.”

Canzone italiana

Scena tratta dal film 1984, ispirato all’omonimo romanzo di George Orwell

Un’idea chiara, quella espressa: il dominio linguistico è dominio politico o perlomeno economico. E se l’Inghilterra non possiede più quel ruolo egemone nello scacchiere internazionale, gli Stati Uniti hanno sopperito al vuoto lasciato dalla madrepatria. Praticamente tutto ciò che perviene in Italia in ambito artistico-culturale proviene dagli Stati Uniti, non a caso. Si noti inoltre, che le nuove potenze economiche emergenti, quali la Cina o il Giappone, stiano a loro volta puntando su una massiccia esportazione culturale.

Cortocircuiti intellettuali

Se da una parte l’ambiente intellettuale è a conoscenza del preoccupante fenomeno linguistico e culturale che stiamo vivendo, dall’altra non può certo sostenere una proposta in qualche modo liberticida. Da qui un generale cortocircuito accademico e popolare. La Lega, cattiva e xenofoba, vuole ridurre la libertà delle radio, ma al contempo ha in effetti ragione a volerlo fare, perché la lingua e la cultura italiana stanno vivendo un momento di crisi.

A mio modestissimo avviso, una cultura, se non è in grado di evolversi e creare novità, è giusto che muoia. Tenerci in vita a fatica, puntando il dito verso lo straniero più giovane e in forze, non ci impedirà di decomporci. Se si vuole salvare l’Italia, e l’italiano, bisogna aiutarla a tornare nel fior della sua gioventù. Dobbiamo svecchiarci, prima di arrivare sul punto di morte.