Un mezzo per aprire nuovi orizzonti: la metafora della chiave in Dante e Caparezza

La parola “chiave” è molto presente nella Divina Commedia, usata chiaramente come figura retorica. Viene impiegata questa metafora anche in una canzone di Caparezza, che vuole incoraggiare se stesso e l’ascoltatore in merito alle proprie capacità. 

La chiave per il successo”, “la chiave per la felicità”, “la parola-chiave”. Quella della chiave è una metafora che utilizziamo spesso nella vita di tutti giorni. Vari linguisti e storici della lingua si arrovellano per comprendere da cosa derivino questi modi di dire, che sono soggetto anche di studi antropologici. Non c’è bisogno di specificare fin troppo che dentro la nostra lingua si nasconde spesso la nostra storia sia culturale che letteraria che a volte scientifica. Per di più, certi modi di dire sono stati immessi all’uso a volte addirittura da testi letterari, ad esempio è un dato quasi certo che l’espressione “a viso aperto” sia stata coniata proprio da Dante.

Ma fu’ io solo, là dove sofferto

fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

colui che la difesi a viso aperto.

– Inferno, Canto X

Non sappiamo se Dante abbia effettivamente coniato anche la metafora della chiave, tuttavia sappiamo che la utilizza spesso. Vediamo quanto e dove è presente tale espressione nella Divina Commedia, per poi spostarci al più moderno cantautorato italiano. Infatti, Caparezza fa uso in un suo recente singolo della metafora della chiave, seppur in maniera del tutto diversa. Le due forme e i due autori non sono minimamente assimilabili, anche se Caparezza in altre circostanze ha davvero citato Dante: la sua famosa canzone “Argenti vive” si basa sulle illustrazioni di Gustave Dorè. 

Caparezza vestito come Dante nel video di “Argenti vive”

La chiave nelle opere dantesche

Tralasciando per un attimo la Commedia, si può notare come Dante faccia uso della chiave come metafora già nelle Rime, in un modo però molto semplice.

Morte al petto m’ha posto la chiave.

In questo caso la chiave indica una chiusura del cuore intesa come il sopraggiungimento della morte.

Nella Divina Commedia uno dei primi significati della metafora della chiave consisterà, invece, nell’identità della chiave come strumento/mezzo per riuscire ad ottenere un risultato o anche modo per trovare una soluzione. Già nella Vita Nova la chiave principale è senza dubbio l’amore, la sola chiave quindi il solo mezzo per giungere alla pietà.

colui ch’è d’ogni pietà chiave

– Dante in riferimento all’amore nella Vita Nova

La pietà non ha, come è ovvio, l’accezione dei nostri giorni. Dante stesso ci dà una definizione di pietà del Convivio:

E non è pietade quella che crede la volgar gente, cioè dolersi de l’altrui male, anzi è questo uno suo speziale effetto, che si chiama misericordia ed è passione: ma pietade non è passione, anzi è una nobile disposizione d’animo, apparecchiata di ricevere amore, misericordia e altre caritative passioni.

– Convivio, Dante

La metafora della chiave nella Divina Commedia

Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
perché iv’era imaginata quella
ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave.

– Purgatorio, Canto X

Conosciamo bene la concezione che sta alla base della Divina Commedia. Una caratteristica poco famosa (a meno che non la si ricerchi appositamente nel dizionario dantesco) è la frequenza della metafora delle chiavi come mezzo per raggiungere uno scopo. Tutta l’opera dantesca è costruita, del resto, sulla base di mezzi ed intermediari.

Uno dei momenti importanti in cui Dante accenna alla parola “chiave” è in riferimento alla Vergine Maria. Nel Purgatorio, infatti, Dante si riferisce ad essa come chiave che ha aperto agli uomini l’amore di Dio. Poiché dopo il peccato originale gli uomini hanno avuto precluso l’amore di Dio, Maria è il modo, quindi la chiave, grazie a cui questo amore è di nuovo raggiungibile.

Un mezzo invece che non è adeguato alla comprensione a volte è quello dei sensi dei mortali, per questo gli uomini sbagliano, come Beatrice afferma nel Paradiso:

Ella sorrise alquanto, e poi “S’elli erra

l’oppinïon”, mi disse, “d’i mortali

dove chiave di senso non diserra. 

– Paradiso, Canto II

Consegna delle chiavi a San Pietro, Perugino

La chiave compare poi ancora una volta nel Paradiso anche in un senso non metaforico, ma molto più letterars. Indica, infatti, le chiavi di San Pietro, ovvero le chiavi del regno dei Cieli. Tuttavia anche in questo caso, le chiavi rappresentano il mezzo mediante il quale possiamo raggiungere la beatitudine. Effettivamente possiamo concepire tutto il viaggio di Dante come una ricerca di quelle chiavi, come un voler raggiungere, attraverso quell’esperienza, quel che noi tutti sappiamo essere la prima ambizione dell’autore: Dio, che sicuramente è motore e quindi chiave di ogni cosa. Supera quei sensi che non ci permettono di comprendere cui Dante si riferiva prima.

Il gran viro a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi.

Paradiso, Canto XXIV

Non è vero che non sei capace, che non c’è una chiave

Uno dei singoli più importanti dell’ultimo album di Caparezza è una canzone dal titolo Una chiave. Innanzitutto essa è inserita in un album molto particolare: fa infatti parte di Prisoner 709, un lavoro musicale molto riflessivo ed intimistico, in cui Caparezza esprime la propria prigione mentale. Vi si racchiudono, infatti, tutti i suoi tormenti e pensieri, come ad esempio il disturbo dell’acufene, di cui soffre da anni. Una chiave è una delle canzoni forse più autobiografiche: nel testo è possibile riconoscere riferimenti all’infanzia del cantautore ed in generale ai momenti in cui si è sentito debole e incapace.

Ti riconosco dai capelli, crespi come cipressi
Da come cammini, come ti vesti
Dagli occhi spalancati come I libri di fumetti che leggi
Da come pensi che hai più difetti che pregi.

– Caparezza, Una chiave

Nelle strofe viene fatto un quadro della vita dell’autore, che si risolge a se stesso, tanto che nel video ufficiale possiamo vedere un Caparezza adulto dialogare con un se stesso bambino. Ti riconosco gli dice, elenca poi le sue caratteristiche più peculiari: i capelli, certamente, l’interesse per i fumetti, la timidezza e la mancanza di autostima. In ogni strofa viene descritta la sua debolezza e sensazione di impotenza, ma nel ritornello culmina il messaggio della canzone: non è vero che non si trova una soluzione, un modo per aprire la porta, per sopravvivere, non è vero che sei sbagliato, non è vero che non sei capace, che non c’è una chiave.

Potessi abbattere lo schermo degli anni
Ti donerei l’inconsistenza dello scherno degli altri
So che siamo tanto presenti quanto distanti
So bene come ti senti e so quanto ti sbagli, credimi.

Un dialogo sicuramente non divino quello di Caparezza, bensì che ha un proposito del tutto terreno e mortale: sopravvivere al mondo cercando di trovare sempre un motivo per andare avanti e ritenersi in grado di farlo. Infatti, alla fine del suo viaggio anche se prima pensa che chi dice che il mondo è meraviglioso non ha visto quello che ti stai creando per restarci, riesce a sopravvivere e ad andare avanti o, come avrebbe detto Seneca, a rivendicare se stesso per sé.

Potessi apparirti come uno spettro lo farei adesso

Ma ti spaventerei perché sarei lo spettro di me stesso

E mi diresti: “Guarda, tutto apposto

Da quel che vedo, invece, tu l’opposto

Sono sopravvissuto al bosco ed ho battuto l’orco

Lasciami stare, fa uno sforzo, e prenditi il cosmo

E non aver paura che

No, non è vero

Che non sei capace, che non c’è una chiave.

 

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