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Tyler Durden aka Mister Hyde: critica sociale attraverso il Doppelgänger

Tyler Durden aka Mister Hyde: critica sociale attraverso il Doppelgänger

Sia in “Fight Club”, film del 1999, che ne “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Louis Stevenson, la dualità gioca un ruolo fondamentale: l’alter ego diventa espediente per una pungente critica sociale.

Edward Norton (dx) e Brad Pitt (sx) ; fonte: cinema.everyeye.it

Doppelgänger è un termine tedesco, di origine folcloristica, assimilabile al concetto di alter ego. Si riferisce a un doppione, perlopiù maligno, associato a numerosi miti e fantomatiche leggende. In letteratura il rimando è diretto: pensare ad una coppia di doppioni, dalla personalità opposta, porta a Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Nella storia del cinema, invece, l’alter ego per eccellenza è l’eccentrico Tyler Durden. E in entrambi i casi, questa dicotomia smaschera le profonde contraddizioni sociali del rispettivo periodo storico, evidenziando la crisi dell’individuo in relazione a tali contesti.

Epoca vittoriana tra progresso e doppia moralità

Durante il lungo regno della Regina Vittoria, il Regno Unito subì inevitabilmente numerosi cambiamenti. Sul piano storico-economico, la massiccia espansione coloniale e la seconda rivoluzione industriale consolidarono l’egemonia britannica a livello globale. Non fu però affatto secondario il nuovo clima morale che si diffuse in tutto l’Impero, e che influenzò pesantemente usi e costumi del diciannovesimo secolo inglese. I nuovi codici vennero ereditati dalla tradizione puritana, che aveva avuto il suo culmine col breve “regno” di Oliver Cromwell. Questa nuova moralità, definita “vittoriana“, ebbe come caposaldo una dura repressione della libertà sessuale, con la conseguente imposizione di una severa norma etica.

Vittoria, regina del Regno Unito dal 1837 al 1901; fonte: ildialogodimonza.it

Le contraddizioni furono però lampanti, in quanto sopravvissero, senza particolari problemi, fenomeni come prostituzione e lavoro minorile. Lo scarto tra l’apparente moralità, che era necessaria per il mantenimento di un personale status quo, e la reale coscienza personale fu sempre più evidente, tanto da diventare quasi insostenibile. Fenomeni psichiatrici come quello dell’isteria divennero, per i posteri, un’ovvia risultante del conflitto tra volontà personale e costrizione sociale. Questa doppia moralità caratterizzò soprattutto i più alti strati della società, ed arrivò, giocoforza, ad influenzare le sfere culturali dell’epoca, seppur in modo implicito. La censura era del resto una realtà diffusa, e perpetrava la volontà della Regina di instaurare (e consolidare) un regime morale pudico.

Man is not truly one, but truly two: Stevenson contro l’ipocrisia sociale

È proprio in questo contesto che si inserisce un’opera di denuncia (simbolica) come quella di Robert Louis Stevenson, “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde“, racconto pubblicato nel 1886. Già il titolo, parlando di “caso”, fa presagire una doppia intenzione: thrilleristica e psicologica. La sinossi della vicenda di Jekyll/Hyde è breve, escludendo la cornice: Henry Jekyll è un brillante dottore e scienziato, che si diletta in vari esperimenti. Indagando in maniera teorica sulla presunta doppiezza psicologica dell’animo umano, egli tenta di realizzare una pozione in grado di far esprimere la parte di personalità normalmente repressa. L’esperimento si conclude positivamente, ed il dottor Jekyll è ora in grado di trasformarsi nel suo alter ego, Edward Hyde, subendo una radicale trasformazione fisica. Hyde incarna gli istinti più reconditi dell’uomo, ed è profondamente malvagio. Col tempo, le trasformazioni iniziano ad essere sempre più frequenti, e Hyde inizia ad assumere maggiore forza e potere decisionale. La situazione sfugge lentamente di mano, con Jekyll che inizia a trasformarsi spontaneamente senza bisogno della pozione. Ad un certo punto, la pozione serve solamente per ritornare sporadicamente ad essere Jekyll, ormai relegato ad un ruolo secondario. Le scorte iniziano però a scarseggiare e, nell’ordinare una nuova partita di ingredienti, Jekyll si rende tragicamente conto di come l’efficacia dell’intruglio fosse frutto casuale di un ingrediente contaminato. Sotto l’effetto dell’ultima dose rimastagli, scrive quindi le sue confessioni e si suicida, eliminando anche il suo Doppelgänger.

Poster vittoriano della prima edizione del romanzo; fonte: id.wikipedia.org

La vicenda è un’ovvia raffigurazione simbolica della doppia moralità vittoriana, del conflitto tra apparenza e interiorità che aveva tanto logorato la società dell’epoca. L’ipocrisia diviene talmente insostenibile da diventare malattia, mortale nel caso di Jekyll. In aggiunta, è presente anche una critica meno esplicita alla tendenza positivista, alla crescente fiducia nell’infallibilità del progresso scientifico. Gli esperimenti di Jekyll, che richiamano le azioni del Dottor Frankenstein e del Dottor Faust, sono il futile tentativo di controllare le leggi di natura. In toto, l’eterna lotta tra Bene e Male diviene esplicita caratteristica intrinseca dell’animo umano, che vive, quasi hegelianamente, grazie al perenne contrasto tra queste due tendenze. Così si supera quindi la visione rigida e monolitica del bigottismo vittoriano.

Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club

In modo analogo a Stevenson agiscono Chuck Palahniuk, romanziere, e David Fincher, regista. Il primo scrive nel 1996 la sua opera più celebre, appunto “Fight Club“, mentre il secondo la adatta per il cinema tre anni dopo. Le due versioni differiscono non irrilevantemente, ma la trama non è troppo complessa, almeno sul piano fattuale: il protagonista, dal nome mai pronunciato ed interpretato da Edward Norton, è un consulente assicurativo depresso e frustrato. Soffre d’insonnia ed è profondamente insoddisfatto dalla sua vita, che prosegue tra alti e bassi fino a quando incontra l’eccentrico Tyler Durden, venditore di saponette impersonato da Brad Pitt. Nel corso del tempo, tra i due si instaura un profondo legame, cementato dall’avversione nei confronti della società. Edward (così chiameremo il protagonista) trova infatti sfogo grazie a Tyler, che vive disinteressandosi delle comuni logiche sociali e relazionali. Questo sfogo trova la sua massima espressione nella creazione del Fight Club, un circolo clandestino di combattimento, coi membri che, lentamente, diventano veri e propri seguaci di Durden. Tyler concepisce quindi il Progetto Mayhem, trasformando il Club in un’organizzazione eco-terroristica. D’un tratto, però, egli scompare, ed Edward parte alla sua ricerca. Una notte d’albergo come le altre, Tyler appare agli occhi di Edward e gli rivela di essere solo una sua proiezione mentale. Edward, così, si rende drammaticamente conto di aver fatto tutto da solo sin dall’inizio, di aver creato da solo il Fight Club e di essere l’unico responsabile del Progetto Mayhem. Decide quindi di consegnarsi alla polizia e di denunciare il Progetto, il cui prossimo step sarebbe stato la distruzione delle più importanti banche della città per ristabilire la parità economica. Dopo varie peripezie, Edward si ritrova però legato ad una sedia ad assistere all’imminente compimento del Progetto, con Tyler che ne aspetta soddisfatto l’esito. I due hanno però una violenta colluttazione, al termine della quale Edward riesce a liberarsi, provando poi a suicidarsi (come Jekyll). Il colpo non è mortale, ma comporta comunque la scomparsa definitiva di Tyler. Infine, Edward assiste impotente al compimento del “suo” piano.

Locandina di “Fight Club”, 1999; fonte: cinematographe.it

L’intera pellicola è permeata da continue critiche alla società moderna, schiava del consumismo e responsabile della standardizzazione dell’individuo, di Edward. Tyler Durden rappresenta invece la rabbia repressa e l’insofferenza: così la tacita esasperazione del protagonista trova sfogo nella costruzione di un alter ego mentale, in grado di guidare, in un primo momento inconsapevolmente, le proprie azioni. L’anti-consumismo era già un tratto presente in Edward, in maniera però solo passiva, non in grado di condurre la sua vita ad un necessario punto di svolta. Tyler riesce a tradurre questi concetti in azione, opponendosi ad Edward in un contrasto schopenhaueriano tra individuo lottatore e individuo contemplatore. Proprio come in Stevenson, il Doppelgänger diventa il modo per esprimere la totalità della propria persona, ma se Hyde era stato consapevolmente cercato, Tyler è il risultato di un esacerbamento che conduce il protagonista ad un vero e proprio disturbo dissociativo dell’identità. E le sue parole suonano come macigni nelle orecchie di Edward, e forse anche nelle nostre: “La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti […]. Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. […] siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock stars. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene“.

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