Il Superuovo

Tramite il gioco, l’effetto Rashômon spiega l’inclinazione umana verso la scrematura delle informazioni

Tramite il gioco, l’effetto Rashômon spiega l’inclinazione umana verso la scrematura delle informazioni

Relativismo e i mille volti della verità

Sicuramente avrete avuto occasione di udire la stessa storia da persone differenti, e sarete rimasti sorpresi di come alcune parti non coincidano. È esattamente ciò di cui parleremo.

Come si gioca al gioco del telefono senza fili?

I protagonisti si dispongono in cerchio uno vicino all’altro.
Con una conta si decide l’iniziatore, cioè colui che per primo sussurrerà una parola o una frase all’orecchio della persona alla sua destra.
A sua volta il secondo giocatore sussurrerà la parola al giocatore alla sua destra, e così via fino all’ultimo giocatore, il quale ripeterà a voce alta la parola da lui recepita.
Il gioco del telefono senza fili risulterà riuscito quando e se l’ultimo giocatore pronuncerà la stessa frase o parola pronunciata dal giocatore iniziale.
Questo gioco spiega ciò che succede alle notizie e alle informazioni.
Spesso ciò che viene detto ad alta voce all’ultimo giocatore è molto diverso da ciò che era stato sussurrato in partenza, questo accade perché nel corso del gioco qualche imbroglione nonostante capisca esattamente la parola dal giocatore precedente, decide comunque di pronunciare intenzionalmente la parola scorretta, mentendo.
Oppure per motivazioni di reale incomprensione le parole non coincidono.

Rashômon

Protagonisti: La vittima, la moglie della vittima, il boscaiolo, il monaco, la medium, il poliziotto e l’assassino.
Rashômon è un film thriller psicologico diretto da Akira Kurosawa.
Il film è una parabola sul relativismo e sui mille volti della verità.
In una giornata di pioggia, un boscaiolo, un monaco e un passante si interrogano su un fatto increscioso accaduto qualche tempo prima: l’assassinio di un samurai e lo stupro di sua moglie commesso per mano del bandito Tajômaru, che li ha coinvolti come testimoni.
Il Rasho era la porta meridionale della città di Kyoto durante il Periodo Heian, in cui il racconto di Ryûnosuke Akutagawa è ambientato, da cui il film prese spunto. Il Rasho era un rifugio per ladri e malviventi, poi successivamente divenne luogo di deposizione per corpi privi di sepoltura e bambini indesiderati. Mentre i testimoni discutono sulla vicenda, la verità sull’accaduto anziché emergere, sembra vieppiù allontanarsi. Prendendo spunto dai racconti di Ryûnosuke Akutagawa, Kurosawa riflette sulla natura dell’uomo e sulla sua inclinazione alla menzogna, guidata da un esasperato spirito di autoconservazione.
Le versioni raccontate dai protagonisti del film sono tre, tante quanto loro. Sono inoltre tutte discordanti.
Nel Giappone medievale, un samurai attraversa un bosco con la moglie avvolta da un ampio velo per recarsi in un tempio. La donna attrae sessualmente un bandito, che li osserva passare. Questo personaggio violenta la donna e uccide il marito. Si pensa che sia stato il bandito ad uccidere il samurai, oppure per la vergogna dell’essere stato tradito, il samurai stesso si è tolto la vita. La versione dei fatti viene raccontata in modo diverso dal bandito, dalla donna, dallo spirito dell’uomo ucciso, che parla per bocca della medium, e da un vagabondo che ha assistito alla scena.
Ma qual è la verità?

Il lavoro di Akira Kurosawa

I racconti, come il film sono molto vividi nella descrizione del male, come se Kurosawa non si tirasse indietro nel mostrare la bassezza umana, del male universale e di quello insito in alcuni esseri umani. Sembra scandagliare queste emozioni senza paura.
A mio personalissimo avviso sia i racconti che il film sono particolarmente riusciti.
Sono molto avvincenti: lo stile è particolare, bello, moderno e sperimentale. È uno stile che non nasconde e non perdona.
Il film e i racconti hanno una loro logica all’interno dell’analisi della mente umana pur calata in un’ambientazione tradizionale giapponese samuraica.

Perchè il gioco del telefono può spiegare l’effetto Rashômon?

Rashômon è la desolata constatazione della capacità dell’uomo di mentire, a sé stesso prima che agli altri. Man mano che la vicenda scorre, porta alla ribalta le differenti versioni dei protagonisti: un samurai è stato trovato ucciso in una radura del bosco e ognuno accusa sé stesso, facendo però ricadere la responsabilità morale sull’altro.
Rashômon è un film compatto, annodato su sé stesso da una spinta convulsiva e nichilista alla negazione/affermazione che lo sviluppo narrativo del finale può suonare stravagante o non in linea sul piano dello stile. Eppure è il recupero delle ragioni dell’uomo semplice, l’umanesimo di Kurosawa è un dato con cui non bisogna mai dimenticare di fare i conti.
Come i giocatori del gioco del telefono senza fili agiscono per effetto domino, anche nell’effetto Rashômon si presenta una dinamica simile.
Il brigante Tajômaru accusa sé stesso: “Faceva un caldo spaventoso quel giorno, tutt’a un tratto cominciò a soffiare un venticello fresco, forse senza quella brezza l’uomo sarebbe ancora vivo”. La brezza ha sollevato il candido velo della donna, e la seduzione seguì il suo corso.
Da questo momento ognuno di loro avrà delle ragioni per non accettare più la condizione precedente, ma chi abbia ucciso il samurai, o se addirittura si sia suicidato, per il dolore e la vergogna, non sarà possibile saperlo, il vortice delle versioni contrastanti si arrotola su sé stesso.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: