“The Martian” e la colonizzazione di Marte: le sfide di una conquista sempre più “vicina”. 

Le sfide che dovremo inevitabilmente affrontare quando arriveremo sul nostro vicino rosso.

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Marte e i suoi due satelliti, Phobos e Deimos.

The Martian (di Ridley Scott, 2015) tratta di un astronauta lasciato da solo su Marte in un avamposto di ricerca della NASA a seguito di una evacuazione di emergenza in cui i suoi compagni di equipaggio lo hanno dato per morto. E’ sicuramente un film coinvolgente e Matt Damon (Mark Watney) compie un’ottima performance, ma è anche un’ottimo spunto di riflessione per quanto riguardi la realtà che è il nostro vicino rosso. In questo articolo cercheremo di osservare le sfide principali che Mark Watney e, in futuro, noi dovremo affrontare per sopravvivere e prosperare nel luogo meno ospitale dove l’umanità ha mai pensato di andare.

La pressione e la temperatura

Il film si apre con la scena dell’evacuazione e il risveglio del protagonista, Mark Watney, ferito e solo in mezzo a un paesaggio in preda all’aftermath della tempesta che ha colpito la colonia. Subito ci rendiamo conto del problema più importante: Mark sopravvive solo perchè lo stesso oggetto che lo ha ferito ha sigillato la tuta e ha permesso che non si depressurizzasse. L’atmosfera di Marte infatti non è neanche paragonabile a quella terrestre, è molto più rarefatta, la pressione atmosferica al suolo è di appena 0.007 atmosfere terrestri, e inoltre è composta per il 95% di anidride carbonica, per circa il 3 % di azoto, per il 2 % di argon e per soltanto in percentuali minori di ossigeno, monossido di carbonio e vapore acqueo, non esattamente l’atmosfera a cui siamo abituati e che ci serve per sopravvivere. Ma sebbene si muoia prima per mancanza di ossigeno, anche la prospettiva di essere esposti alle temperature tipiche del pianeta a pelle nuda non è allettante, le temperature infatti variano dai -140 °C ai 20°C all’apice dell’estate equatoriale.                                                                                          Dunque è evidente che sia meglio indossare una tuta pressurizzata quando si sta all’aperto su Marte, ma non sono finite le difficoltà che affrontiamo.

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Correzione immagine: la percentuale di anidride carbonica su Marte è del 95% e di azoto sulla terra del 78%.

Le radiazioni

Un aspetto che è trascurato nel film è l’importanza dell’evitare le radiazioni a cui Marte è fortemente esposta.                                                         A differenza della Terra infatti, il Pianeta Rosso non ha un campo magnetico sufficientemente forte o una atmosfera abbastanza spessa e densa per fare da scudo alle radiazioni provenienti dallo spazio: è stato calcolato che una persona sulla superficie sarebbe esposta a cinquanta volte le radiazioni a cui siamo esposti in media sulla Terra. Questo porta rischi elevatissimi per la salute dell’equipaggio di pionieri che metterà per primo piede su Marte. Per ovviare a questo mortale pericolo sarà necessario spendere molte risorse a fabbricare e trasportare efficaci isolanti, e probabilmente sarà comunque necessario coprire le strutture abitative e le colonie con spessi strati di suolo e ghiaccio secco (fortunatamente molto abbondante ai poli di Marte).

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Il suolo arido e il logorarsi degli strumenti

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La superficie di Marte è estremamente arida e polverosa.

Diciamo che il nostro primo vero Mark Watney sia sopravvissuto alla pressione e alla temperatura, non si sia mai dimenticato la porta delle unità abitative aperta e ha fatto attenzione a non stare esposto a una eccessiva quantità di radiazioni. Non è finita. Ora che potrà sopravvivere alle difficoltà più mortali, dovrà garantirsi la sussistenza, manutenere macchinari, laboratori e spazi abitativi, il tutto dovendo fare attenzione al grosso problema della “sabbia”. Il suolo Marziano è estremamente arido, composto in grandi quantità da sabbia fine che ha un potenziale distruttivo enorme. Non solo infatti rischia di danneggiare meccanismi, ingranaggi e macchinari, ma è anche di grande pericolo per l’uomo, se dovesse insinuarsi all’interno delle unità abitative e di conseguenza nei polmoni dei nostri coloni spaziali. Questo implica che il lavoro di manutenzione consumerà una parte importante del tempo per coloro che si stabiliranno lì, e ogni operazione compiuta comporta rischi aggiuntivi.

L’agricoltura

Il suolo condiziona anche l’ipotesi dell’agricoltura, che sarà uno dei mezzi di sussistenza necessari per un equipaggio che rimanesse a lungo su Marte. Le due criticità a questo punto sono l’acqua e la fertilità del suolo. L’acqua potrebbe essere estratta dalle grandi riserve di ghiaccio presenti ai poli di Marte, quindi potrebbe essere abbastanza facile da ottenere, ammesso che i macchinari necessari mantengano la loro efficienza nel tempo. Questa inoltre sembra una ipotesi migliore della sintesi tramite idrogeno che viene mostrata in The Martian, processo molto rischioso (e si vede!). Per quanto riguarda la fertilità del suolo però la musica è diversa. Il suolo marziano è fortemente basico (ph tra 8 e 9) e mancano le basi azotate tipiche del suolo terrestre, per cui il suolo andrà decontaminato mediante processi costosi sia economicamente che energeticamente per poi essere finalmente coltivabile in serre anch’esse rigorosamente isolate dall’esterno.

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Scena dal film “The Martian”, Mark Watney studia le piante che ha coltivato. Al centro il dispositivo per la sintesi dell’acqua.

Gravità

L’ultimo problema che trattiamo è quello della gravità. Il nostro peso su marte infatti è circa 2,5 volte inferiore, il che impone  ai futuri Mark Watney di combattere l’atrofia dei muscoli dovuta dalla minore gravità con frequenti sessione di esercizio fisico che, anche questi, occuperanno parte importante del loro tempo utile.

Conclusione

In questo articolo si è tralasciato il fattore psicologico, che sarà un’altro motivo di preoccupazione importante per i nostri coloni, e materiale per un’altro articolo. In ogni modo tra le abitazioni sepolte, gli spazi ristretti, la difficoltà di compiere lavori e l’impossibilità di vedere altre persone se non il proprio equipaggio, i pionieri che andranno per primi su Marte per creare un ambiente adatto all’uomo (e magari in un futuro modificare l’intero pianeta, “terraformarlo”) dovranno fare i conti anche con se stessi oltre che con l’ambiente più difficile dove l’uomo ha mai messo piede.

Detto questo però sembra sempre meno impossibile che nei prossimi decenni si vada a mettere la prima impronta sul Pianeta Rosso e la nostra specie diventi finalmente una specie interplanetaria.

 

 

 

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