“The discovery”: reincarnarsi nel nostro passato potrebbe aumentare i casi di suicidio

“The discovery” è un film fantascientifico thriller del 2017 che parla di una scoperta rivoluzionaria che permette di vedere l’aldilà.

I protagonisti del film, Isla e Will.

Nel film, si descrive come le persone, venute a conoscenza di un modo di ricominciare la loro vita grazie alla conferma dell’esistenza dell’aldilà, iniziano a togliersi la vita con la speranza di avere una prospettiva migliore.

The discovery: trama del film

La vicenda inizia in medias res quando un giornalista sta intervistando il dottor Harbor, il geniale inventore che ha dimostrato l’esistenza della vita dopo la morte, una scoperta che ha portato ad una improvvisa e critica impennata dei casi di suicidio nel mondo. Il giornalista chiede al dottore se si considera responsabile della morte di tutte quelle persone e lui nega, evento che viene immediatamente seguito dal suicidio in diretta di un assistente alle telecamere. Il giorno del secondo anniversario della scoperta del padre, Will, il protagonista, si trova su un traghetto dove conosce una ragazza di nome Isla che gli confida come suicidarsi sia veramente una facile via di uscita dal mondo. Il fratello di Will, Toby, lo viene a recuperare all’arrivo e lo porta in una casa dove il padre sta continuando la sua ricerca ma ha scopi completamente differenti dal genitore, visto che cerca di salvare tutti i pazienti suicidi, spinti solitamente dalla promessa del padre. Durante una delle interazioni fra padre e figlio, Will accusa il padre di aver creato una sorta di setta, dando fiducia nella vita oltre la morte e inducendo indirettamente tutti i casi di suicidio a cui si assisteva nei sette continenti. Il figlio, pertanto, arrabbiato esce dalla spiaggia e vede in lontananza Isla che si sta suicidando a mare e, disperatamente, riesce a salvarla. In un incontro successivo nella villa, il medico annuncia di avere una macchina che registra quello che le persone vedono nella vita oltre la morte e dopo aver condotto degli esperimenti su un cadavere sequestrato illegalmente da un obitorio di un ospedale, e si scopre dopo una serie di vicende che quello che si vede non è effettivamente né il futuro né il passato, bensì la macchina riporta la persona al momento della sua vita di cui si pente di più, regalandogli una seconda occasione di rimediare alle cose che non sono andate come previsto. Inoltre, Isla confessa a Will la morte del figlio, annegato durante una giornata al mare. Anche il padre di Will si rende conto degli effetti del macchinario costruito e si prepara a fare un discorso pubblico per bloccare l’ondata di suicidi, evento che viene bloccato da una sparatoria causata da una ragazza cacciata poco tempo prima dalla villa per aver messo in dubbio l’operato del dottore. La ragazza colpisce a morte Isla, che muore nelle braccia di Willy. Il ragazzo, disperato, utilizza per una ultima volta la macchina e si scopre nell’epilogo che sta vivendo la stessa vita numerose volte, siccome il momento di cui si pente di più nella vita è non riuscire a salvare Isla nella vita precedente. Tuttavia, siccome nell’ultima vita era riuscita a salvarla dall’affogare a mare, Isla gli confessa per l’ultima volta, sul traghetto, che la prossima volta verrà trasportato in un altro punto della sua vita passata, precisamente su una spiaggia, dove Will impedisce ad un piccolo bambino di nuotare imprudentemente da solo. Il ragazzino è proprio il figlio di Isla, che nell’universo parallelo era morto perché non supervisionato dalla madre.

La macchina descritta nel film, capace di far vedere l’aldilà dei pazienti.

Teorie dietro l’afterlife: la reincarnazione

La vita dopo la morte è una teoria per la quale si afferma che la parte essenziale dell’identità di una persona, sia essa l’intero spirito o soltanto il flusso di coscienza, continui a vivere indipendentemente dalla morte del corpo fisico. Secondo alcune teorie a riguardo, l’aspetto essenziale dell’individuo che continua a vivere dopo la morte potrebbe essere un elemento parziale, o l’intera anima/spirito, di un individuo (inteso come identità personale) o, al contrario, il nirvana.
Esistono numerosi modelli metafisici che cercano di interpretare come possa essere la vita dopo la morte è molti seguaci di una religione credono sia che esista un dio che una vita dopo la morte, per cui tutto viene introdotto nello schema di un qualcosa/qualcuno che trascende il nostro raziocinio.
Il concetto della reincarnazione è molto presente nelle discipline filosofiche e religiose orientali per cui si ritiene che un aspetto di un essere vivente inizia una nuova vita in un altro corpo fisico o forma dopo ogni morta. Viene anche descritta come rinascita o trasmigrazione dell’anima e viene considerata una importante parte della dottrina Samsara legata all’esistenza ciclica. Inoltre, si ritrova come cardine in numerose religioni indiane come il Buddismo, l’Induismo, il Giainismo e il Sikhismo. L’idea della reincarnazione viene anche descritta in culture antiche come Platone, Socrate e Pitagora che inneggiavano alla metempsicosi dell’anima. Esistono delle particolari sette religiose presenti nel Giudaismo, nel Cristianesimo e nell’Islam che credono alla trasmigrazione dell’anima, come i Kabbalah, Catarsi, Alawiti, i Drusi e i Rosacrociani. In particolare, questi ultimi ritengono che ci sia un periodo di controllo e valutazione dell’intera vita poco prima della morte di un individuo e prima di entrare nei piani dell’esistenza della vita oltre la morte.

Schema sintetico del funzionamento del samsara.

Near-death experiences e suicidi

Il professore Bruce Greyson del centro medico dell’Università del Michigan ha scritto un interessante capitolo intitolato “Near-Death Experiences and attempted suicide”, cercando di correlare questi due fenomeni fra loro e interpretarli da un punto di vista clinico e scientifico. I tentativi di suicidio, infatti, si correlano sicuramente con un rischio conseguente aumentato di commettere l’atto anche se numerosi dati preliminari e delle ipotesi psicodinamiche sembrerebbero suggerire che i tentativi più seri di suicidio seguiti da esperienze quasi-morte possono diminuire piuttosto che aumentare, nonostante l’apparente “romanticizzazione” dell’esperienza vicino alla morte. Nel 1971, Shneidman aveva infatti predetto che le nozioni “romanticizzate” di morte, ossia che la morte sia altro che un involontario annichilimento di un essere umano, possano tendere a promuovere il suicidio. Secondo tale ipotesi, le esperienze quasi-morte (NDE), che sembrano caratterizzare il processo della morte in una maniera positiva, con assenza di ansia o dolore. Un report condotto da Ring nel 1980 descrive che i pazienti suicidari che avevano avuto fenomeni di NDE descrivevano dei sentimenti di sollievo o di pace, di distacco corporeo e di caduta nell’oblio anche se non avevano descritto degli stadi avanzati di un NDE classico, come quello di sentirsi in un tunnel, di vedere la “famosa luce”, oppure di trovarsi congiunti con dei familiari morti o in posti familiari dove si desiderava tanto tornare.

 

 

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