Su Disney Plus la serie di High School Musical: è l’era delle media company

In rete il trailer italiano di “High School Musical: The Musical: La serie”, che sarà disponibile su Disney Plus dal 24 marzo. Visto il rilancio del franchise, analizziamo il fenomeno delle media company e della loro svolta transmediale.

I protagonisti della serie; fonte: serial.everyeye.it

Nel lontano 2006 usciva “High School Musical“, film TV targato Disney. Il suo successo è stato strepitoso, ed ha portato alla produzione, nel giro di un biennio, di due seguiti. Ora, dodici anni dopo, il colosso di Burbank, visto il lancio della sua piattaforma di streaming, punta nuovamente sul franchise. In quest’ottica, consideriamo il caso delle media company, i giganti del mondo della comunicazione, Disney su tutte.

Prodotto finale: ecosistema HSM

“High School Musical” è stato uno dei maggiori successi televisivi degli ultimi due decenni, ed ha segnato l’immaginario comune delle recenti generazioni. Il primo film, prodotto per la TV, ha raggiunto numeri da capogiro, segnando diversi record per Disney Channel. La pellicola, che ha lanciato le carriere di Zac Efron e Vanessa Hudgens, venne trasmessa addirittura, per la prima volta in assoluto, dall’emittente britannica BBC. La risonanza globale del fenomeno HSM ha portato, nel corso degli anni, alla creazione di un vero e proprio universo narrativo. Lo sceneggiatore Peter Barsocchini, già autore del primo capitolo, ha, infatti, poi ideato altre due pellicole, andando a costituire il nucleo centrale dell’ecosistema che si sarebbe poi formato. Nel 2007 è uscito “High School Musical 2”, sempre per il mercato televisivo, mentre un anno più tardi è stata la volta di “High School Musical 3: Senior Year”. Quest’ultimo film è stato il primo uscito per il mercato cinematografico, ed ha incassato oltre 250 milioni di dollari. La calorosa risposta del pubblico ha portato, sempre nel 2008, alla distribuzione speciale di una versione karaoke, “Canta con Noi”. Queste tre pellicole, tutte dirette da Kenny Ortega, sono diventate poi le fondamenta di un franchise decisamente transmediale, sapientemente sfruttato dalla Disney. La vendita separata delle colonne sonore ha generato elevati introiti, con quella del 2006 che ha collezionato ben quattro dischi di platino, e così hanno fatto anche gli altri media. Tra 2008 e 2010 sono state prodotti tre film dedicati esclusivamente al mercato argentino, messicano e cinese, rendendo evidenti le ambizioni globali dell’azienda californiana. Nel 2011 è stata la volta dello spin-off televisivo (direct-to-video) “Sharpay’s Fabulous Adventure”, senza Efron e la Hudgens. Tra videogiochi, libri, fumetti, rappresentazioni teatrali e concerti, la Disney ha continuato per anni a guadagnare da questa inesauribile miniera d’oro.

I protagonisti dei primi tre film; fonte: superstarz.com

Non si contano le centinaia, se non migliaia, di milioni di dollari incassate in toto, con un franchise in grado di rigenerarsi, almeno per certe fette di consumatori, di anno in anno. Nel 2016 è stata annunciata la produzione di un quarto capitolo del nucleo principale, “High School Musical 4: East Meets West”, con un nuovo cast e con vicende slegate da quelle di Troy e compagni: il nuovo protagonista sarà infatti un giovane e promettente calciatore. La produzione procede però a rilento, e, ad oggi, il film TV non è stato ancora completato. Nel frattempo, è stata imboccata una nuova strada, quella della serialità televisiva. La multinazionale di Burbank ha infatti deciso di investire su Disney Plus, la nuova piattaforma di streaming a pagamento. “High School Musical: The Musical: La serie” è uscita in anteprima per il circuito televisivo americano, nei canali di proprietà Disney, configurandosi poi come esclusiva del servizio streaming. La serie, già rinnovata per una seconda stagione, è sostanzialmente un mockumentary, un falso documentario. Si narrano, in dieci episodi, le gesta di un gruppo di studenti della East High School, che cercano di rappresentare a teatro, sotto forma di musical, il primo film della saga. La prospettiva è dunque inedita, meta-cinematografica, ma è comunque scontato un buon riscontro commerciale, e proprio in questi giorni è uscito il trailer italiano, in vista del lancio di Disney Plus del 24 marzo. Abbiamo dunque davanti agli occhi un ecosistema in grado di sfruttare diversi canali comunicativi, andando a comporre un’organica narrazione transmediale, grazie alla regia di una delle maggiori media company, la Disney.

Soggetto produttore: media company

Negli ultimi decenni, il mondo della comunicazione ha vissuto una lenta trasformazione, più o meno evidente a seconda dei casi. La variazione ha interessato gli assetti societari, ed ha portato alla creazione di enormi conglomerati aziendali. Si sono così create delle nuove entità organizzative, le media company, in grado di abbracciare, contemporaneamente, moltissime forme comunicative. Uno dei casi più noti, e che ci interessa vista la paternità dell’ecosistema HSM, è quello della The Walt Disney Company. Fondata nel 1923 dai fratelli Disney come studio di animazione, l’azienda ha, infatti, saputo espandersi esponenzialmente nel corso degli anni. Partendo da cortometraggi e lungometraggi animati, il non-ancora-colosso di Burbank iniziò infatti ben presto a trasformarsi in una vera e propria casa di produzione, perlopiù rivolta al comparto televisivo. Le ambizioni andavano però ben oltre la semplice produzione, e diretta testimonianza di ciò è la creazione, nel 1955, di Disneyland e, nel 1971, di Disney World. La compagnia inizia così ad allungare a dismisura i propri tentacoli, cercando di diversificare in maniera notevole. Nel 1983 nasce Disney Channel, rivolto ad un pubblico televisivo giovane, e un anno più tardi viene creata una divisione cinematografica, la Touchstone Pictures, per intercettare i gusti del pubblico più maturo (con pellicole come “L’attimo fuggente” e “Pretty Woman”). Nel 1987 è la volta del primo Disney Store, per la vendita del merchandising, mentre nel 1993 viene acquisita, dai fratelli Weinstein, la casa di produzione Miramax Films. Nel 1994 nasce poi la divisione Disney Interactive, per il mercato videoludico, che produrrà saghe come “Kingdom Hearts”, ma la vera svolta arriva nel ’95. La società ingloba infatti due delle principali reti televisive statunitensi, la ABC (che produrrà serie come “Lost”, “Grey’s Anatomy” e “Scrubs”) e ESPN, celebre emittente sportiva.

Il pacchetto Disney Plus; fonte: global.techradar.com

Cinema e televisione, due dei principali media broadcast, sono dunque conquistati, e si aggiungono altre partecipazioni nel mondo dell’informazione, tra quotidiani e radio. I problemi, soprattutto a livello societario, comunque non mancano, ma la multinazionale continua, anche nel nuovo millennio, il suo processo acquisitivo. In generale, molte delle divisioni già presenti si espandono e si rinnovano, spesso conquistando più spazio nel settore mediatico di riferimento. Nel 2006 viene incorporata, per più di sette miliardi di dollari, la Pixar, e poco dopo viene creata la Walt Disney Records, l’etichetta discografica che distribuirà le colonne sonore di High School Musical. Nel 2009, per quattro miliardi di dollari, la Disney ingloba la Marvel Entertainment, mentre nel 2012, per la stessa cifra, viene fagocitata la casa di produzione Lucasfilm (coi suoi franchise “Star Wars” e “Indiana Jones”). Del 2017 è l’investimento più alto della storia del colosso, con più di cinquanta miliardi per l’acquisizione di gran parte della Fox, 20th Century in particolare. Il 2019 è invece l’anno dello streaming: la Disney assume infatti il controllo della piattaforma Hulu e crea poi il proprio servizio, Disney Plus. L’elenco delle acquisizioni è sterminato, e qui sono presentate solo le più rilevanti, il che basta per dare un’idea della potenza economico-produttiva dell’azienda, che, nel 2017, ha sfiorato i sessanta miliardi di dollari di fatturato (con nove di utili). Salta all’occhio l’onnipresenza della compagnia, che, in sostanza, è presente in tutti le aree mediatiche esistenti. Ciò non vuol dire che tutte le divisioni siano manovrate da un unico grande burattinaio, magari il CEO della casa madre, ma sicuramente la comunità di proprietà è un indicatore da non sottovalutare. Si potrebbero fare molti discorsi sul piano etico, soprattutto vista la crescente influenza del mondo mediatico, tra quarto, quinto e sesto (?) potere, ma in questa sede un altro è il focus. Ai fini della nostra analisi è, infatti, molto rilevante questa tipologia di organizzazione societaria multiforme, in grado di muoversi con libertà nel grande calderone della comunicazione. In tal modo, è decisamente più semplice progettare un approccio transmediale, come nel caso di High School Musical. Già, transmediale… ma che vuol dire?

Modalità di produzione: cultura convergente

L’evoluzione del mondo della comunicazione è stata studiata, in tempi recenti, dallo statunitense Henry Jenkins, che ha analizzato il rapporto tra i vari media. In particolar modo nel suo saggio “Cultura convergente”, del 2006, lo studioso introduce il concetto di transmedialità, del tutto nuovo. La transmedialità è un fenomeno che interessa molti mezzi di comunicazione, in modo indipendente, facendoli concorrere nel creare una vasta e coinvolgente narrazione, superando le tradizionali barriere inter-mediatiche. È importante sottolineare come ogni medium abbia, in questo sistema, una propria specificità e una propria autonomia: un dato contenuto, infatti, non viene replicato sui vari mezzi. In questo caso si potrebbe parlare di crossmedialità, di un fenomeno che coinvolge molti canali comunicativi ma che li sfrutta solo ed esclusivamente come ulteriori casse di risonanza. È chiaro come anche la transmedialità punti alla massima diffusione, ma l’azione è però diversa. Ogni medium cerca, infatti, di creare un singolare punto di vista, sia stilistico, adattandosi alle caratteristiche concrete del mezzo, che contenutistico. In tal modo le varie narrazioni si intrecciano, ma non sono completamente sovrapponibili. Questa meccanica è particolarmente efficace dal punto di vista psicologico, visto che i prodotti vanno costantemente ad espandere l’universo di un dato franchise. Il fruitore è dunque portato ad esplorare tutte le vie mediatiche disponibili, immergendosi sempre di più in quella narrazione transmediale sopracitata.

Henry Jenkins; fonte: annenberg.usc.edu

Come abbiamo già visto, le media company sono soggetti perfetti per organizzare un approccio di questo genere. Torniamo dunque a parlare del funzionamento dell’ecosistema High School Musical. Alla luce delle analisi di Jenkins, è facilmente individuabile come, nel franchise, convivano sia elementi di crossmedialità che di transmedialità. L’alternanza tra mercato televisivo (capitoli uno e due), mercato cinematografico (capitolo tre) e mercato home video (spin-off su Sharpay) è un interessante indicatore. L’elemento in comune è la fruizione audiovisiva, ma le peculiarità dei tre medium (in particolare di quello cinematografico) esplicitano l’intento diversificante della Disney. Siamo comunque di fronte al classico schema film/seguiti/spin-off, che ha una rilevanza limitata nella nostra analisi. Le scelte di rendere la serie disponibile solo su Disney Plus e di creare un filo narrativo inedito sono invece, nel nostro discorso, più interessanti. Il fatto che ci si debba abbonare alla piattaforma per poter fruire del prodotto è un elemento particolarmente rilevante, che rende evidente questo continuo salto di medium in medium. Se la combinazione cinema-TV è piuttosto comune, l’inserimento, oltre al caso dell’home video, di una componente esclusivamente in streaming allarga invece la prospettiva. La trama metanarrativa fa saltare poi all’occhio l’eterogeneità dei punti di vista: non si tratta infatti, come nel caso di “High School Musical 4”, di una nuova trama slegata, ma di una vicenda nuova che parla a posteriori del nucleo filmico principale. La relazione tematica è così forte, e, presumibilmente, avrà un buon successo di pubblico, come magari non sarà il caso del quarto capitolo della saga. Altri prodotti legati al franchise, come videogiochi, libri, fumetti, rappresentazioni teatrali e concerti, sono invece in una posizione intermedia. Alcuni sono delle semplici trasposizioni, che mirano a nuove fette di pubblico con poche variazioni: è il caso delle messe in scena teatrali e dei concerti, che si avvicinano più al concetto di crossmedialità, pur presentando alcune peculiarità. Altre scelte, invece, sono più transmediali: videogiochi, libri e fumetti ricalcano sì le vicende già note, ma offrono notevoli spunti dati dalle specificità dei medium. Del resto, è molto più ampia la distanza tra televisione e carta stampata che tra TV e teatro. In fin dei conti, però, ogni prodotto, più o meno transmedialmente, agisce in unica direzione convergente, che è la ragione del continuo successo dell’ecosistema High School Musical.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: