Il Superuovo

Straniamento: dalla Pop Art al Sacrificio del Cervo Sacro, passando per Verga

Straniamento: dalla Pop Art al Sacrificio del Cervo Sacro, passando per Verga

La tecnica dello straniamento è nota ai più grazie all’attività letteraria di Giovanni Verga, scrittore verista del secondo Ottocento. Ma come può essere applicata all’arte strettamente visuale?

Trasposizione in fumetto di “Rosso Malpelo”, ad opera di Roberto Melis e Maurizio Palarchi; fonte: lospaziobianco.it

Tutti, o quasi, abbiamo studiato la corrente letteraria del Verismo, espressione nostrana del Naturalismo francese. Il suo più rinomato esponente è senza dubbio Giovanni Verga, che attraverso le sue opere ha raccontato, con grande realismo, la situazione del Sud Italia nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Il suo componimento più famoso è probabilmente la novella “Rosso Malpelo“, in cui racconta la storia del giovane Malpelo. Il colorito rossiccio dei suoi capelli diventa per la comunità locale motivo d’odio, a causa di un’infondata credenza popolare, ma le travagliate vicende del protagonista vengono presentate sotto una lente nuova. Il punto di vista del narratore coincide infatti con quello del popolo, superstizioso ed ignorante, e conduce il lettore ad un’analisi critica dei fatti, che inevitabilmente porta ad un’interpretazione antifrastica. Questo artificio letterario, riprendendo la definizione della Treccani, consiste in un’alterazione della consueta percezione della realtà, in modo da favorire uno sguardo critico, ed è definito straniamento.

Straniamento nell’arte visuale statica: George Segal e Pop Art

Trasferire un concetto prettamente letterario, sia per nascita che per modalità di attuazione, in altri ambiti è un’operazione tutt’altro che semplice. Un’artista in grado di compiere questo passaggio è stato lo scultore americano George Segal. Maggior rappresentante scultoreo della Pop Art, ma dalla popolarità di gran lunga inferiore rispetto al giganteggiante Andy Warhol, egli ha saputo rappresentare la realtà del suo tempo in modo oggettivamente insolito. Le sue sculture sono dei semplici calchi di gesso, realizzati con strisce di garza impregnate e applicate ai suoi modelli. Le situazioni rappresentate sono banali e realistiche, e l’epicità lascia spazio alla routine, che viene immortalata senza filtri e senza connotati estetici dall’intento classicamente artistico. Così facendo, Segal evidenzia, andando in controtendenza, il lato negativo della società di massa: l’omologazione, e la conseguente solitudine esistenziale dell’individuo.

“Street Crossing” di George Segal, 1992; fonte: wahooart.com

Le figure rappresentate sembrano infatti zombie, che vagano senza meta con lo sguardo spento e con una poco esaltante somiglianza estetica. Distanziandosi nettamente dalla tendenza iperrealista, i dettagli sono volutamente trascurati, e le imperfezioni dei calchi sono diretta espressione dell’interiorità dei soggetti, muta ed appiattita dal contesto sociale. Questa mancanza di definizione richiama per certi versi il non-finito michelangiolesco, anch’esso volto alla valorizzazione della pura matericità. Le sculture di Segal consentono quindi di analizzare sotto una luce diversa il quotidiano, che raramente diventa oggetto di indagine critica. Lo scontato e l’abitudinario divengono protagonisti, e l’insolita modalità di rappresentazione obbliga l’osservatore ad un’analisi più attenta. Lo scarto tra la normalità della situazione e la particolarità, sia del soggetto che della tecnica scultorea, delle opere crea infatti un radicale cambiamento nella percezione fruitiva. Essa diventa però strettamente personale, al di là degli ovvi riferimenti dell’artista, e proprio così lo straniamento assolve al proprio compito.

Straniamento nell’arte visuale dinamica: Yorgos Lanthimos

Se traslare la tecnica dello straniamento dalla letteratura alla scultura è un’operazione difficoltosa, lo stesso si può dire nei confronti della cinematografia. Un perfetto esempio in tal senso è “Il Sacrificio del Cervo Sacro“, del regista e sceneggiatore greco Yorgos Lanthimos, già noto per “The Lobster”. L’enigmatico titolo, che attenendosi alla sola trama risulterebbe incomprensibile, non è altro che un richiamo alla tragedia di Ifigenia, riproposta e attualizzata, almeno parzialmente. Il film è sicuramente di difficile categorizzazione di genere: parlare di thriller o di film drammatico sarebbe sicuramente riduttivo. Come raramente accade, questo lungometraggio diviene un’opera a 360°, avvicinandosi ad una concezione kubrickiana della Settima Arte. Sceneggiatura, recitazione, regia, fotografia, scenografia e comparto audio hanno tutti un ruolo egualmente centrale, ed un profondo significato. La sinossi della trama è la seguente: la tranquilla vita di un’agiata famiglia borghese, composta dal cardiochirurgo Steven (Colin Farrel), dalla moglie (Nicole Kidman) e dai due figli, viene lentamente sconvolta dalla presenza di un giovane ragazzo (Barry Keoghan), coinvolto per un misterioso motivo.

Colin Farrel (sx) e Barry Keoghan (dx); fonte: rollingstone.it

La pellicola presenta una interminabile climax di tensione emotiva, che culmina in un finale angosciante. Proprio l’angoscia e l’inquietudine sono le due sensazioni che dominano nella visione, che cela anche molti significati. La realtà, difatti, viene trasfigurata (anche in chiave metafisica), e la finitezza umana viene letteralmente sbattuta in faccia allo spettatore. Il tutto è espresso magistralmente dai vari comparti tecnici del film. La sceneggiatura è sicuramente insolita, ma non troppo complessa, ed è figlia della tradizione teatrale ellenica (sceneggiatori sono infatti Lanthimos ed il fidato Efthymis Filippou). La recitazione è fredda e distaccata, quasi estranea alle vicende di vita dei personaggi. La regia è memorabile, nello stile di Lanthimos, e la gestione delle inquadrature è fuori da ogni schema: sono infatti spesso sbilanciate nella composizione, placide nei momenti di tensione e caratterizzate da ampissimi zoom. La fotografia è impeccabile e glaciale, in perfetta sintonia con l’interpretazione attoriale. La scenografia è asettica e contribuisce a creare un’atmosfera surreale, quasi documentaristica per la scelta di certe soluzioni. Il comparto sonoro ribadisce tutto questo stridore formale: talvolta i dialoghi sono parzialmente coperti dalla colonna sonora, ruvida in certi frangenti e soave (in netto contrasto con le scene che accompagna) in altri. Finita l’estenuante fruizione, le domande sono molte. E non solo a causa della trama, ma grazie (o per colpa) della modalità di rappresentazione, che stravolge i canoni classici, alterando sorprendentemente la visione.

Sfaldare l’apparente banalità del quotidiano

Così come le illusioni ottiche ingannano l’apparato visivo umano, la ripetitività e la consuetudine del quotidiano possono ingannare quello cognitivo. Il giudizio sull’ordinario viene infatti sospeso nella maggior parte dei casi, è solo lo straordinario, l’eccezionale, a catturare la nostra attenzione e ad attivare le nostre facoltà di giudizio. Un modo per facilitare quest’ultima operazione è sicuramente creare una discrepanza tra reale e percezione del reale, ad esempio attraverso l’artificio dello straniamento.

“Relatività”, litografia di Maurits Escher, 1953; fonte: youtube.com

Tralasciando l’analisi di situazioni sensazionali, un’alterazione della modalità di comprensione dell’oggetto dell’indagine percettiva è di importanza capitale. L’esame della realtà sotto un nuovo, ed inesplorato, punto di vista cela molti possibili significati. La stazionarietà della comune considerazione diviene una dinamica e personale ricerca del senso, che non si tradurrà giocoforza in una riflessione dall’alto potenziale filosofico, ma almeno in un secondo (essenziale) parere sulla realtà abituale. E, in questo senso, qualcuno può darci una mano, qualcuno come George Segal e Yorgos Lanthimos.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: