“Spirit: cavallo selvaggio” può collegarsi con il colonialismo? Vediamo la diffusione del cavallo nelle Americhe

Una comparazione tra la storia ecologica del colonialismo europeo nel Nuovo Mondo e il lungometraggio targato Dreamworks.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Spirit_-_Cavallo_selvaggio#/media/File:Spirit Cavallo selvaggio.jpg

A quasi venti anni dall’uscita del film d’animazione, viene da chiedersi quali siano le curiosità e le connessioni che la storia riserva a riguardo. Il cavallo è sempre stato presente nelle Americhe? Scopriamolo insieme.

Trama 

Spirit è uno stallone maschio di razza Mustang, che vive allo stato brado con il suo branco per le immense praterie lungo la strada verso il West. Siamo intorno al 1865, ed è la ragione per cui la zona è frequentata dai soldati bianchi provenienti dagli Stati Uniti orientali, pronti a conquistare quelle terre vergini abitate da pellerossa e animali selvatici. Il protagonista si imbatte infatti in un gruppo di americani che, nonostante gli estremi sforzi del cavallo per non essere catturato, riescono a bloccarlo per poi rinchiuderlo in un accampamento militare. I tentativi di domarlo sono inutili, Spirit è nato libero e selvaggio e farà di tutto per riconquistare la sua libertà. 

Questa è proprio la causa di una pesante punizione, durante la quale conosce Piccolo Fiume, un pellerossa della tribù Lakota anch’egli fatto prigioniero dai soldati. Insieme riescono a scappare ed allacciare una profonda amicizia legata anche dalla vicinanza di Pioggia, una giumenta ammaestrata dall’Indiano, a cui Spirit si affeziona fortemente. Il destino dei tre si intreccerà in vista di un attacco statunitense all’accampamento dei Lakota, che porterà Spirit a farsi finalmente cavalcare da Piccolo Fiume e combattere insieme per la libertà. Come ogni film d’animazione di questo tipo che si rispetti, non può mancare un lieto fine, vediamo infatti Spirit e Pioggia che sono lasciati liberi di vivere allo stato brado per le praterie, permettendo allo spettatore di provare i loro stessi sentimenti grazie alla toccante colonna sonora.

Fonte: https://movieplayer.it/foto/spirit-cavallo-selvaggio-una-scena-del-film_509319/

Il cavallo al principio della colonizzazione europea

Cristoforo Colombo, in vista della sua seconda spedizione spagnola nel 1493, portò con sé numerosi animali domestici europei, del tutto sconosciuti alle popolazioni indigene americane. Tra questi spiccano venti cavalli di cui solo sedici riuscirono ad arrivare salvi a terra, la colonizzazione ecologica delle Indie Occidentali ebbe così inizio. Da questo momento in poi, ogni altro viaggio oltre oceano portò con sé numerosi equini, che andarono ad aggiungersi agli allevamenti dell’isola di Hispaniola, da cui partirono i rifornimenti di cavalcature per le imprese di conquista successive. 

Nel 1536 Pedro de Mendoza, portando con sé settantuno cavalli, organizzò un’operazione di approdo sul Rìo de la Plata che si concluse con la fondazione della colonia di Buenos Aires. Ma quando nel 1580 Juan de Garay approdò per una nuova spedizione, scoprì che le pampas argentine erano state invase da mandrie allo stato brado. Erano probabilmente discendenti di quei settantuno cavalli arrivati nel 1536 oppure ancora con più sicurezza, progenie degli equini partiti dagli insediamenti precedenti in Paraguay, Argentina del Nord, Cile, Perù e Brasile. Così un inglese descrisse la situazione nel XVIII secolo (Tapson, Indian Warfare on the Pampas): 

“Vi è anche una grande abbondanza di cavalli addomesticati e un numero prodigioso di cavalli selvaggi. […] I cavalli selvaggi non hanno padroni ma vagabondano in grandi masse per queste immense pianure. […] Permanendo io in queste pianure per tre settimane, e i cavalli erano talmente numerosi che me ne trovavo continuamente circondato. A volte mi sfilavano accanto in masse serrate, a tutta velocità, per due o tre ore di fila.”

La storia del colonialismo ecologico del Nord America in questo ambito, assomiglia molto a quelle delle pampas argentine, ma in scala più grande. Una delle tesi più accreditate dell’introduzione del cavallo nelle regioni settentrionali, la si deve a Francis Haines, il quale dimostrò che le mandrie selvatiche fossero dirette discendenti delle missioni nel Nuovo Messico al principio del XVII secolo. Le grandi pianure nord americane furono un ambiente proficuo per lo sviluppo di poderosi branchi, che da sud-ovest si spostarono verso nord-est. Già nel XVIII secolo i cavalli avevano occupato la fascia meridionale pianeggiante per poi avere prove della loro presenza anche all’estremo West,  in prossimità delle Montagne Rocciose e nel Saskatchewan nell’estremo nord. 

José Santiago Garnelo y Alda.”Primer homenaje a Cristóbal Colón”. 1892, Museo Garnelo, Montilla, Spagna.

Connessioni linguistiche e geografiche

Adesso che si è parlato distintamente dei due fattori centrali di questo articolo, sarebbe utile connettere brevemente ciò che “Spirit: Cavallo Selvaggio” mostra, con evidenze storiche e linguistiche. Innanzitutto sappiamo che il cavallo protagonista è di razza Mustang, parola inglese che riprende etimologicamente dallo spagnolo “mesteño”, tradotto, indomabile, non domato. Questo prova l’origine spagnola della diffusione della razza equina nel Nuovo Mondo, anche se è vero che a questi primi impulsi vanno ad aggiungersi i successivi eventi della storia americana ottocentesca.

Per avere ben chiaro in mente i limiti spaziali cui il lungometraggio d’animazione tratta,  si prenda in considerazione la mappa sotto riportata. La rappresentazione mostra in maniera sovrapposta l’antico territorio dei Lakota e gli odierni Stati Uniti, si nota quindi come le mandrie allo stato brado abbiano raggiunto e prolificato  nella parte centrale del Nord America. In particolare il Nebraska, in cui si svolge la storia di Spirit,  zona in cui l’addomesticamento di Mustang da parte dei pellerossa, raggiunse uno dei suoi massimi esempi durante il XIX secolo.

Fonte: https://www.rivistaetnie.com/lakota-standing-rock-75303/

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