Se Hitler avesse avuto Facebook: la lezione dei fascismi sull’importanza della propaganda

L’attore Sacha Baron Cohen propone un esercizio mentale per mettere in guardia sui pericoli dei social network come macchine propagandistiche

In occasione del conferimento dell’International Leadership Award, riconosciutogli dalla ogn ebraica Anti Defamation League, il noto attore comico ha tenuto un lungo ed esaustivo discorso in merito ai pericoli dei social network e di come possano trasformarsi, nelle mani sbagliate, in micidiali e falsanti macchine di propaganda, arrivando a porre la domanda distopica per eccellenza riguardo questi rischi: cosa sarebbe successo se, ai suoi tempi, Adolf Hitler avesse avuto un profilo Facebook?

Il discorso

Nel suo discorso, Cohen ha fin da subito evidenziato uno strettissimo legame fra crisi della democrazia, diffusione delle fake news e ascesa delle demagogie. “La democrazia, che dipende dalle verità condivise, si sta ritirando mentre l’autoritarismo, che dipende dalle bugie condivise, è in marcia”, e questo perché “le teorie del complotto che una volta erano confinate ai margini sono diventate mainstream”. Principali responsabili di questa pericolosa deriva sono secondo l’attore – e non solo lui – le diverse piattaforme di social network che, non soggette a legislazioni o restrizioni che ne limitino i contenuti – laddove riconosciuti come fake news o messaggi d’odio – mettono nelle mani di chiunque un formidabile mezzo di diffusione di notizie, capace in poche ore di raggiungere milioni se non miliardi d’individui, indipendentemente dall’attendibilità del post di turno – ché anzi “gli studi mostrano che le bugie si spargono più in fretta della verità”. Nell’universo Facebook insomma, “gli sproloqui di un malato di mente appaiono credibili quanto le scoperte di un premio Pulitzer“. Cohen ha poi provveduto a rispondere puntualmente ai vari punti che costellarono un recente quanto importante discorso pronunciato da Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, in merito alla regolamentazione del suo social network. Mi sembra che il punto sul quale Cohen abbia particolarmente colto nel segno, sia quello riguardante una presunta libertà di espressione che verrebbe intaccata, secondo Zuckerberg, da una limitazione ed eventuale cancellazione di notizie postate che si rivelassero fake news. “Non si tratta di limitare la libertà di parola di nessuno. Si tratta di offrire alle persone, comprese alcune delle persone più riprovevoli sulla terra, la più grande piattaforma della storia per raggiungere un terzo del pianeta. […] non dovremmo dare a bigotti e pedofili una piattaforma gratuita per amplificare le loro opinioni e colpire le loro vittime“. E questo perché, con una conclusione di una chiarezza cristallina, “la libertà di parola non è libertà di portata”. Le mele marce sono sempre esistite, ma non avevano mai avuto a disposizione un’arma così efficace come quella fornita dai social. E di fronte a questo problema – esemplifica Cohen – Zuckerberg avrebbe il dovere di espellere tali elementi con dovrebbe fare un ristoratore con un neonazista che, entrando nel suo locale, si mettesse a insultare i clienti.

Quarto potere

L’altra grande questione sollevata da Cohen è il potere di cui i Silicon Six – CEO delle più grandi compagnie della Silicon Valley da Facebook a Twitter a Google – sono investiti, nonostante non appartengano a organi statali ben definiti né siano soggetti a legislazioni che ne limitino lo strapotere. Veri e propri potentati extrastatali cui molte delle teorie politiche che tentano di trovare una soluzione alla imperante crisi delle democrazie hanno risposto con un epocale ribaltamento delle teorie di Montesquieu sulla tripartizione dei poteri: una nuova quadripartizione che tenga conto del potere accumulatosi nelle mani dei mezzi d’informazione – fra i quali non si può che considerare anche i social network – e che conceda agli altri tre poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – di vegliare sul buon utilizzo di questi mezzi. Già il filosofo politico Oswald Spengler aveva affermato che “chi controlla la stampa crea, trasforma, cambia la verità…”, ma con i social network si verifica qualcosa di ancora più pericoloso. Secondo un meccanismo che Manuel Castells ha definito di autocomunicazione di massa, il cittadino, spesso ignorante sulle tematiche che lo circondano, visita nonostante tutto queste piattaforme sempre più per informare che per informarsi, veicolando sempre nuove fake news frutto della sua disinformazione che poi l’assenza di filtri e controlli impedisce di eliminare.

Comandanti in seconda di Reich millenari

La giusta intuizione di Cohen, nonostante poi il mondo dell’internet abbia scelto di divulgare un nomignolo più accattivante per enucleare il suo discorso – quello di Adolf Twitler – è stata quella di citare un nome che se in altri governi avrebbe rivestito ruoli piuttosto marginale, in quello della Germania nazista si sarebbe ritrovato a capo del (forse) più importante Ministero della Propaganda che sia mai esistito, secondo per influenza solo a Hitler stesso: Joseph Goebbels. E che le previsioni di Goebbels, seppur frutto di una mente traviata e malvagia, fossero spesso azzeccate e profetiche – si prenda questa affermazione con le pinze – è dimostrato dal fatto che uno dei suoi più acerrimi nemici, Winston Churchill, sia arrivato a citarlo nel 1946 quando dichiarò in un discorso rimasto famoso che “una cortina di ferro è calata da Trieste a Stettino“. Ma quella della cortina non era una teoria originale partorita dall’ex Primo Ministro inglese, quanto proprio dal Primo Ufficiale di Hitler, che già nel ’43 aveva affermato in un articolo persosi nella notte dei tempi che se la Germania avesse perso la Guerra, una cortina di ferro sarebbe calata sull’Europa per la spartizione e la successiva inimicizia che si sarebbe creata fra le potenze vincitrici, USA e URSS, strette secondo Hitler in una ‘innaturale alleanza’. Tuttavia, spaventa solo immaginare in cosa si sarebbe trasformata la macchina propagandistica di Goebbels – che questi aveva creato sul modello della lezione di Mussolini sull’importanza della comunicazione di massa nella costruzione dell’egemonia dittatoriale – se avesse avuto dalla sua mezzi di diffusione istantanei come i social network. Se è vero che i tedeschi perfezionarono solo ciò che gli italiani avevano già creato, fa tremare i polsi solo il pensiero di vedere questo processo di perfezionamento facilitato dai moderni mezzi di comunicazione. Ma Cohen, da comico satirico e forse anche da ebreo, la domanda se la pone comunque, giusto per lanciare un amo: “Provate soltanto a pensare che cosa avrebbe fatto Goebbels con Facebook”.

 

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