Sconfiggere l’ignavia dantesca grazie a Paperino e Harvey Dent

Leggendo la Divina Commedia, non è affatto raro imbattersi in una delle proverbiali invettive dantesche. Eppure, nel terzo canto dell’Inferno, salta all’occhio la dura reprimenda che Dante indirizza agli ignavi, ossia a coloro “che visser sanza infamia e sanza lodo”.

“La Voragine Infernale” di Sandro Botticelli; fonte: wikipedia.org

Dante li definisce come coloro “che mai non fur vivi“, e non cela il suo disprezzo. Nel Medioevo del resto sia l’attività politica, e quindi la scelta di una fazione, che la moralità religiosa, e quindi l’inevitabile scelta tra Bene o Male, erano due fattori d’importanza capitale. Essere ignavo voleva dire dunque sfuggire a questo dualismo netto, manicheo, e subordinarsi alle circostanze. Ma esemplificare la questione ad una mossa di convenienza può essere una scelta miope. Già, perché gli ignavi in fondo potevano, e possono, anche essere solo degli innocenti indecisi, spaventati o dubbiosi di fronte alle scelte della vita.

Kierkegaard: il filosofo dell’ignavia?

Søren Kierkegaard; fonte: medium.com

E se qualcuno si intende di indecisione, questo qualcuno è senza dubbio Søren Kierkegaard, filosofo danese della prima metà dell’Ottocento. Egli ha analizzato il problema nella prima parte della sua produzione filosofica ed è considerato, in toto, un precursore dell’esistenzialismo. Il suo proverbiale Aut-Aut (locuzione latina che significa, letteralmente, “o questo o quello”), titolo anche di uno dei suoi saggi, incarna alla perfezione la condizione umana di perenne scelta di fronte ad ogni situazione della vita. Ed ogni singola scelta può essere quella giusta o quella sbagliata, può portare al successo o può portare alla rovina. Ciò catapulta il soggetto, almeno nell’analisi di Kierkegaard, in uno stato di profonda angoscia, di fronte all’infinita moltitudine di possibili decisioni, con ogni decisione presa che implica una moltitudine di decisioni non prese. E il non scegliere non è comunque una soluzione risolutiva, in quanto anche in quel caso il soggetto sceglierebbe, consciamente, di non scegliere. Dunque, come sfuggirne?

Il Sommo Poeta ed il suo sdegno per l’ignavia

Illustrazione della Divina Commedia ad opera di Gustave Doré, incisore francese; fonte: commons.wikimedia.org

Tornando a Dante, chi non ha mai sentito l’espressione “non ti curar di lor, ma guarda e passa“? Ecco, pochi sanno che è un verso del terzo canto dell’Inferno, ad onor del vero con una lieve modifica (“non ragioniam di lor, ma guarda e passa”). Ancora meno sanno che queste parole, dalle quali traspaiono indifferenza e avversione, sono riferite alla schiera degli ignavi, che Dante incontra nell’Antinferno. Essi sono coloro che mai si schierarono in vita, e comprendono anche gli angeli che rimasero neutrali durante l’epico scontro tra Dio e Lucifero. Gli ignavi però non sono degni di essere nell’Inferno vero e proprio, ma piuttosto si trovano imprigionati nella sua anticamera. La pena che li colpisce non è tra le più dure, ma evidenzia di sicuro la fantasia di Dante nell’istituire la propria legge del contrappasso. Questa schiera di peccatori corre infatti nuda inseguendo un’insegna, che ruota e corre ad alta velocità, mentre viene punta da vespe e infastidita da vermi, che ne succhiano il sangue. Gli ignavi inoltre non fanno parte di nessun girone infernale poiché, in fondo, essi non hanno concretamente peccato: l’ignavia infatti è più un peccato al passivo, per quanto possa essere paradossale questa definizione, poiché il non avvicinarsi al Bene comporta conseguenze, perché, riprendendo Kierkegaard, anche non scegliere è una scelta.

Paperino ed il flippismo: soluzione o superstizione?

Evoluzione grafica di Paperino dal 1934; fonte: vanityfair.it

Ma cosa può mai c’entrare in questo discorso Paperino? Come può uno dei personaggi più amati dell’universo Disney mettere becco, letteralmente, in una questione di tale profondità? Ebbene, la fervida mente di Carl Barks, storico fumettista del papero, ha partorito una possibile soluzione, involontariamente, nel febbraio del 1953. “Paperino e la filosofia flippista”, questo il titolo della storia breve in questione. La vicenda a grandi linee è la seguente: Paperino entra per curiosità in uno strano tendone, nel quale, alla modica cifra di un dollaro, aderisce alla filosofia del flippismo. Secondo questa filosofia ogni decisione da prendere nella vita deve essere affidata al caso, al lancio di una semplice monetina. Paperino, incuriosito, inizia a vagare in macchina per Paperopoli e, dopo una serie di peripezie, si trova davanti ad un giudice per aver intralciato il traffico a causa della sua poco ortodossa guida, condizionata da un itinerario scelto dal caso. Il papero dunque, deluso dal flippismo, parte alla ricerca del capo dell’organizzazione: decide però di basare la sua ricerca ancora sul lancio della moneta. Finisce così in un androne di fronte a due appartamenti, di fronte quindi alla sua ultima “scelta”: testa per l’interno 1, croce per il 2. L’androne è però troppo buio, e Paperino decide di bussare a tutti e due gli appartamenti, prima all’1 e poi al 2. Nel primo appartamento abita però sorprendentemente Paperina, sua fidanzata, che lo costringe ad andare al cinema. Se Paperino avesse però visto l’esito dell’ultimo lancio della monetina avrebbe dovuto bussare al secondo interno, essendo uscita croce. E, per ironia della sorte, in quell’appartamento abita proprio il capo dei flippisti, che, avendo sentito le intenzioni di Paperino, decide di andarsene da Paperopoli. La vicenda, molto amata dai lettori Disney, vuole essere una critica di Barks nei confronti delle superstizioni e di chi se ne approfitta, proprio come il capo dei flippisti. La vicenda e la filosofia possono però essere analizzate con un respiro più ampio, alla luce della nostra questione. L’affidarsi completamente al caso può essere una soluzione reale per superare l’indecisione? La risposta è ovviamente no per la praticità del quotidiano. Un simile approccio può però essere qualcosa di più, almeno astrattamente, di una semplice invenzione per un fumetto. L’abbandonarsi al Fato, inteso per certi versi proprio come destino incontrastabile, può liberarci dall’angoscia kierkegaardiana della scelta, può aiutarci a fare un passo in una qualsiasi direzione piuttosto che a restare nel grigiore della neutralità. La de-responsabilizzazione è sicuramente un punto a favore per un ignavo, per un innocente indeciso, proprio perché annulla la componente personale nella scelta. L’applicazione concreta di un simile principio è sicuramente un’utopia, che, se applicata, potrebbe anzi proiettare il mondo verso un futuro distopico, ironicamente. Chissà però che per qualcuno un simile modo di agire possa diventare un’opzione, almeno nella banalità di alcune decisioni dalla poca importanza, o dalle possibili conseguenze sicuramente non irrimediabili. Non sapete se leggere anche il prossimo paragrafo? Lanciate una moneta.

Harvey Dent ed il caso, prima apparente e poi spietato

Immagine dal film “Il Cavaliere Oscuro” di Cristopher Nolan, del 2008; fonte: cinema.everyeye.it

Il Cavaliere Oscuro“, secondo capitolo della trilogia su Batman di Cristopher Nolan, è passato alla storia, cinematografica e non, per diversi motivi. Al di là della qualità, sotto ogni aspetto, del film, l’interpretazione di Joker del compianto Heath Ledger è stata memorabile, e premiata con l’Oscar al miglior attore non protagonista (postumo) nel 2009. L’antagonista canonico del film è infatti lo strambo criminale sogghignante, che ipnotizza il pubblico grazie alla sua unicità e pazzia. Nel marasma della trama però fa capolino anche un’altra figura, oltre a quella del superbo Batman interpretato da Christian Bale: Harvey Dent. Harvey, interpretato da Aaron Eckhart, è un giovane e brillante procuratore distrettuale, che ha come obbiettivo quello di sgominare la criminalità organizzata di Gotham. I suoi progressi sono impetuosi, anche grazie all’aiuto di Batman, e lo rendono un bersaglio per le ritorsioni della malavita. Dopo aver evitato un attentato, la situazione diviene drammatica, con il diretto coinvolgimento di Joker: Harvey e la sua amata, Rachel, vengono entrambi rapiti e collegati a dei barili di combustibile in due diversi magazzini, dall’ubicazione ignota. Quando Joker rivela a Batman e alla polizia le loro posizioni, appare chiaro che solo uno dei due si potrà salvare: i barili infatti sono collegati a due detonatori sincronizzati e solo l’ostaggio verso il quale si dirigerà Batman potrà essere salvato, grazie alla rapidità dei suoi mezzi. Batman decide di salvare Rachel, al quale è legato da una profonda amicizia e da un mai dichiarato amore, e così si fionda verso il suo magazzino. Una volta arrivato trova però Dent, condannando quindi Rachel a morte certa per colpa di Joker, che aveva scambiato gli indirizzi ben immaginando la reazione di Batman. Esplosi i barili Dent viene salvato per poco, e, rimanendo sfigurato dalle ustioni per l’intera metà sinistra del viso, inizia il proprio cammino verso la follia. Nel prosieguo della trama Dent diventa malvagio, trasformandosi nel suo alter ego Due Facce, e, concludendo la propria parabola, muore da criminale. Un oggetto è stato però sempre con Dent nel corso di tutta la vicenda: una moneta. Inizialmente essa era sono un apparente strumento decisionale: Dent infatti enunciava le due possibili scelte e lanciava la moneta, ben conscio di come questa avesse entrambe le facce identiche, non lasciando nulla, di fatto, al caso. Dopo il tragico epilogo del doppio rapimento però la situazione cambia radicalmente: così come il viso di Dent, un lato della moneta è incenerito dall’esplosione ed essa può così assolvere al suo compito di arbitro per tutte le decisioni di Due Facce. Tutta la questione si gioca sulla dualità, netta, che segna il corso degli eventi di Harvey. Il destino, infausto, che ha portato Rachel alla morte diviene assoluto demiurgo del percorso decisionale di Dent. E come il suo aspetto estetico diventa riflesso del suo scontro interiore tra Bene e Male, così ogni faccia della moneta rispecchia uno dei due aspetti, opposti, della nuova personalità di Due Facce. Se per il flippismo il caso diventa, a monte, arbitro in virtù della sua azione deresponsabilizzante, ora diviene giudice supremo come risultato di una travagliata vicenda, che proprio al “destino cinico e baro” deve il suo epilogo. Il Fato, anche in questa vicenda ineluttabile, si trasforma in un giustificatore apparente per le azioni di Due Facce, che, conservando un briciolo di senno, forse non è in grado di prendere decisioni così scellerate in modo totalmente autonomo e cosciente. La de-responsabilizzazione, quindi, permane nel ricorso alla sorte.

Raziocinio e dubbio come prerogative umane

Cogito Ergo Sum; fonte: trend-online.com

Ma, alla fin fine, è meglio prendere decisioni senza dubitare o l’opposto? Il dubbio è quanto di più umano possa esistere, ed è un attributo completamente legato al raziocinio. Ma è possibile anche eccedere in tale direzione, essere troppo cerebrali. E possiamo parlare, in alcuni casi, di una vera e propria paralisi decisionale. Essa può essere dovuta ad un eccesso di opzioni percorribili o ad un eccesso di azione critica nei confronti delle opzioni stesse. I dubbi possono letteralmente incatenarci. Ma di sicuro un sano dubitare ci può proteggere dall’ingenuità e dal facile errore. L’assumersi responsabilità, il compiere scelte, il bypassare la giusta dose di dubbio e diffidenza, sono quindi caratteristiche fondanti dell’essere umano. Ed il fuggire da ciò, l’essere immobili, è dunque una regressione delle facoltà umane. Se non decidi, se non compi scelte, ma piuttosto te ne sottrai continuamente, forse sei un po’ meno umano. Quindi Dante non aveva proprio tutti i torti.

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