Roman Polanski racconta dell’Affaire Dreyfus, prima avvisaglia del disastro novecentesco fra antisemitismo e nazionalismi

Il film ‘L’ufficiale e la spia’ anticipa le condotte del secolo dei totalitarismi, dalla Germania hitleriana alla Vichy collaborazionista

J’accuse!

Era il 13 Gennaio 1989, quando Émile Zola tuonò sulla prima pagina de L’Aurore con un editoriale che intendeva richiamare l’attenzione della Francia e del suo Presidente della Repubblica con una lettera aperta destinata a entrare nella Storia. Righe di una tale potenza, da meritarsi un’intera e intensa scena nell’ultimo film di Roman Polanski. A capeggiare quelle righe, un’intestazione talmente evocativa da trasformarsi in una locuzione lasciata sì non tradotta, ma resa sostantivo sovranazionale per indicare genericamente una denuncia pubblica nei confronti di soprusi e ingiustizie. Un titolo prevedibile a chiunque avesse storto il naso appena udite le prime indiscrezioni sull’ultima fatica del regista polacco, non prevedendo altrettanto chiaramente quanto un’uscita dal seminato potesse giovare a un percorso cinematografico fiaccato di recente da troppe sceneggiature già viste.

L’ufficiale…

Gennaio del 1895, pochi mesi prima che i fratelli Lumière diano vita a quello che convenzionalmente chiamiamo Cinema, nel cortile dell’École Militaire di Parigi, Georges Picquart, un ufficiale dell’esercito francese, presenzia alla pubblica condanna e all’umiliante degradazione inflitta ad Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi. Al disonore segue l’esilio e la sentenza condanna il traditore ad essere confinato sull’isola del Diavolo, nella Guyana francese. Un atollo sperduto dove Dreyfus lenisce angoscia e solitudine scrivendo delle lettere accorate alla moglie lontana. Il caso sembra archiviato. Picquart guadagna la promozione a capo della Sezione di statistica, la stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus. Ed è allora che si accorge che il passaggio di informazioni al nemico non si è ancora arrestato. E se Dreyfus fosse stato condannato ingiustamente? E se fosse la vittima di un piano ordito proprio da alcuni militari del controspionaggio? Questi interrogativi affollano la mente di Picquart, ormai determinato a scoprire la verità anche a costo di diventare un bersaglio o una figura scomoda per i suoi stessi superiori. L’ufficiale e la spia, adesso uniti e pronti ad ogni sacrificio pur di difendere il proprio onore.

… e la ‘spia’

Lungamente atteso, J’accuse arriva e ricorda che Roman Polanski di cinema è maestro. Non discutibile. Tornando sul caso, poggiandosi ancora sullo scrittore Robert Harris (già per L’uomo nell’ombra, qui prendendo da L’ufficiale e la spia), cura quadro, composizione, visi e atmosfera, e cesella un monito su quella e questa Francia, Europa, mondo: l’antisemitismo, certo, la friabilità della giustizia e la perniciosità del sistema, ovvio, ma anche la pena personale e la responsabilità individuale. Il suo approccio, rispetto al caso Dreyfus, è thriller: un altro uomo nell’ombra, almeno nel riconoscimento diffuso della Storia (parliamo di Piquart, più che Dreyfus), e altre trame da sventare, passo dopo passo, udienza e cella dopo l’altra, con estrema dedizione per la verità dei fatti, la verità storica. Del capitano di origine ebraica Alfred Dreyfus – incarnato da Louis Garrel – accusato nel 1894 di aver passato informazioni militari ai tedeschi e condannato all’ergastolo sull’isola del Diavolo, Polanski decritta la menzogna sistemica architettata ai suoi danni: prove inesistenti e artefatte, antisemitismo montante; illumina la “cura”, giacché sull’affaire prese posizione, con il celeberrimo J’accuse, una lettera pubblica al presidente della Repubblica, lo scrittore Èmile Zola, ma sulla scorta di Harris segue la storia dalla prospettiva dell’ufficiale George Piquart (Jean Dujardin), che da neo-capo del controspionaggio indaga sul flusso di informazioni ai tedeschi. No, dopo l’arresto di Dreyfus non s’è arrestato.

Paese che vai, antisemitismo che trovi

Dujardin ha calma, eleganza e probità, Garrel è perfetto, Polanski può contare anche sulla consorte Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric e Denis Podalydès, e il film grandemente ne beneficia: thriller per genere, commedia umana per guadagno, trattatello politico per analisi, grande cinema per immagini. Polanski non si dà arie, non si pavoneggia, solo ci fa vedere meglio. Mette in luce quanto nell’Affaire vi fossero già i germi di un virus nazionalista che se nel ’15 avrebbe messo a ferro e fuoco l’Europa prima e il Mondo poi, e di una finale soluzione antisemita che nel ’39 l’avrebbe marchiato a sangue. E per farlo, sceglie una scena in particolare in cui le vetrine ‘giudee’ si illuminano dei roghi delle opere di Zolà. Una notte che con quasi quarant’anni di anticipo sembra abbracciarne due in un sol colpo: dal ’33 del Rogo dei Libri al ’38 della Notte dei Cristalli. Per ricordare, con un brivido che corre lungo la schiena, che quelle derive non erano un’invenzione solo hitleriana, ma dell’Europa tutta.

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