Requiem for a Dream e la Scapigliatura: due mondi lontani con delle insolite affinità

Gusto per il particolare, disillusa concezione della malattia e crudo realismo: questi i tratti comuni di due esperienze che poco d’altro hanno da spartire, la Scapigliatura e l’allucinato “Requiem for a Dream” di Darren Aronofsky.

Charles Baudelaire; fonte: it.wikiquote.org

Un’avanguardia mancata e un terrificante affresco sulle dipendenze. Cosa mai li unisce? Accorre in nostro aiuto nientemeno che Charles Baudelaire. Come il maledettismo diventa una delle tante sfumature della Scapigliatura, così la sua amara riflessione sulle dipendenze ben si accompagna ad un’opera a tutto tondo come quella di Aronofsky. E il filo che unisce le due esperienze si nutre anche della marcata valorizzazione del dettaglio, quasi anticipando il Crepuscolarismo, oltre ad una pseudo-scientifica pretesa di oggettività, mutuata dal Naturalismo.

La complessa stagione dei bohémiens italiani

Romanticismo, Naturalismo e Decadentismo. Tra riprese e anticipazioni, la Scapigliatura si configura come la singolare prole di questo “ménage à trois” filosofico-letterario. Nata negli anni Sessanta dell’Ottocento, questa creatura altro non è che il frutto di un complesso intreccio di storia e cultura. Sviluppatasi non a caso durante gli anni dell’unificazione italiana, la Scapigliatura nasce come movimento artistico quasi eversivo, insofferente alla statica cultura italiana, molto tradizionalista e conservatrice. Il disprezzo per l’inquadrata borghesia del tempo e quello per la stasi intellettuale, almeno a loro avviso, confluiscono in una corrente parecchio eterogenea, tutto fuorché regolare. L’assenza di un manifesto teorico regolativo e di una sostanziale innovazione stilistico-contenutistica non fa rientrare il movimento nel novero delle avanguardie, ma è nel mix di tendenze e di esperienze che si realizza la Scapigliatura. Innanzitutto, è netto il rifiuto del Romanticismo italiano, quello manzoniano. Uno dei componimenti più famosi del movimento, “Il preludio” di Emilio Praga, è particolarmente esplicativo: “Casto poeta che l’Italia adora […] tu puoi morir!… Degli antecristi è l’ora!“. Emerge quindi un netto rifiuto dell’esperienza nostrana, giudicata come superficiale. Viene esaltato invece il Romanticismo europeo, quello tipicamente tedesco, con una particolare attenzione al rapporto artista-società. Non è infatti più il tempo, se non per un borghese come Manzoni, di poter vivere coi frutti della propria arte: emerge quindi la tematica del maledettismo, tipicamente baudelairiana. Spesso gli scapigliati, proprio come il loro ispiratore, si rifugeranno infatti in alcool e droghe, in cerca di quei “paradisi artificiali” che spesso li porteranno alla morte. Da qui le turbolente esperienze biografiche degne dei migliori, o peggiori, a seconda dei punti di vista, bohémiens. La malattia diviene infatti quasi una caratteristica intrinseca dell’artista, come se la salute fosse nemica dell’estro, e le varie dipendenze si collocano in questo discorso a pieno titolo. I mondi allucinati, che lo stesso Baudelaire descrive, sono sì porti sicuri nella notte di tempesta della vita, ma sono anche delle vere e proprie fucine di creatività. Questa particolare funzione viene sposata dagli scapigliati, ed è attuale anche nella nostra epoca, tra LSD degli anni ’60/’70 e alcuni tragici epiloghi contemporanei: minimo comun denominatore è l’assuefazione totale e, spesso, una precoce dipartita.

Alcuni scapigliati, tra cui Emilio Praga (sx); fonte: iltempo.it

Dal poeta francese viene mutuato anche il concetto di Spleen, la noia esistenziale, e l’avversione per il pubblico. Sempre ne “Il preludio”, infatti (nel verso “O nemico lettor, canto la Noia”), Praga esplicita questa evidente connessione. Questa commistione tra elementi romantici, nella versione europea, e baudelairiani, se non talvolta proprio simbolisti, costituisce una peculiare anticipazione delle tematiche del Decadentismo. L’elevata sensibilità per il particolareggiato, per il dettaglio, richiama poi l’esperienza primo-novecentesca del Crepuscolarismo. Il comune pessimismo di fondo infatti si traduce quasi in un rifiuto dell’esame diretto dell’universale, a favore della rappresentazione dell’insignificante. Quell’insignificante che è una caratteristica attribuita dal senso comune, ma che ben si accompagna con la concezione di quello stesso senso comune per l’attività di questi artisti, reietti ed emarginati. Qui si inserisce la ripresa del Naturalismo francese. Gli scapigliati infatti traggono dall’esperienza d’Oltralpe una visione pseudo-scientifica dell’arte, che si appoggia sulle basi del pensiero positivista. Pensiero positivista che, tra parentesi, il caro Baudelaire aveva rifiutato di sana pianta, a favore dell’analogia simbolista e dell’irrazionalità di derivazione romantica. Gli scapigliati, in modo anche contraddittorio, decidono quindi di tratteggiare il mondo con un crudo realismo, in nome della ricerca dell’oggettività, e di applicare, non sempre, il rigore scientifico alle loro opere. La loro attenzione si rivolge non di rado agli aspetti più decadenti, per restare in tema, della realtà, con particolare riferimento proprio alla tematica della malattia e della disturbante deformità. Sicuramente, oltre a questo straordinario crogiolo di influenze, la nostra avanguardia mancata permea il tutto con un disilluso pessimismo, quasi esistenzialista, che è il tratto comune anche del mondo cupo di “Requiem for a Dream”.

Quando i paradisi artificiali si trasformano in inferni

Requiem for a Dream“. Il titolo dell’opera diretta da Darren Aronofsky è tutto un programma. Uscita nel 2000 e tratta dall’omonimo romanzo di Hubert Selby, la pellicola illustra la terribile tematica della dipendenza. Non a caso l’anno di pubblicazione del film è proprio il 2000: l’ansia millenarista viene infatti incanalata in una disillusa rappresentazione del mondo della droga, e dell’assuefazione ad essa connaturata. Viene narrata la storia di quattro individui: Sara, Harry, Marion e Tyrone. Sara, interpretata da Ellen Burstyn, è un’annoiata casalinga vedova, mentre Harry, impersonato da Jared Leto, è il figlio tossicodipendente. Marion, a cui presta il volto Jennifer Connely, è l’aspirante stilista fidanzata di Harry, di cui invece Tyrone è il più fidato amico. Per diversi motivi tutti e quattro si trovano invischiati nel pericoloso terreno delle dipendenze. Harry e Tyrone decidono infatti di iniziare a trafficare eroina, per guadagnarci e per averne sempre a disposizione. Marion li aiuta sperando di poter realizzare il suo sogno di diventare stilista, utilizzando i proventi. Sara invece cade nel vortice delle anfetamine, prescrittele per perdere peso. Il film viene diviso da Aronofsky in tre sezioni: Estate, Autunno e Inverno. Nella prima tutto sembra andare per il meglio, con gli introiti dello spaccio che rendono bene, e con una Sara felice per il suo dimagrimento. Nella seconda, l’Autunno (in inglese “Fall”, traducibile anche in “caduta”), le rosee prospettive iniziali tramontano tragicamente. Tyrone finisce infatti in carcere, con Harry che per liberarlo spende tutti i soldi fin lì racimolati. Insoddisfatta e frustrata, Marion decide, con l’assenso di Harry, di prostituirsi, per guadagnare denaro e comprare l’eroina, mentre Sara inizia intanto ad essere sopraffatta dalle allucinazioni. La sezione invernale confeziona poi il triste declino dei personaggi. Harry e Tyrone finiscono entrambi in carcere, ed il primo inizia ad accusare una brutta infezione al braccio. Finirà con l’arto amputato, solo in ospedale, con un Tyrone lasciato ai lavori forzati. Marion, in astinenza, continua a prostituirsi, arrivando a compiere delle scabrose esibizioni lesbiche per ottenere nuovo denaro. Sara, definitivamente prevaricata dalla dipendenza, viene internata in un ospedale psichiatrico, dove viene sottoposta ad elettroshock. Le inquadrature finali, con tutti e quattro i personaggi distesi in posizione fetale, mostrano la tragica deriva delle speranze iniziali, la morte dei loro sogni.

Locandina di “Requiem for a Dream”, 2000; fonte: cinecaverna.it

Il film è una vera e propria opera a 360°, con un bilanciamento delle varie componenti cinematografiche che è difficile incontrare. Riprendendo una poetica di tipo kubrickiano, che anche il regista greco Yorgos Lanthimos ha declinato a modo suo in tempi recenti, Aronofsky crea un suggestivo equilibrio tra regia, montaggio, fotografia e colonna sonora. La gestione delle inquadrature è parecchio particolare, così come quella dello schermo, inteso quasi come una tela. Aronofsky sceglie infatti diverse soluzioni stilistiche inusuali, soprattutto per il 2000: non di rado vengono utilizzati primi piani strettissimi o addirittura deformati dal “fish-eye”. Il regista decide di sbatterci in faccia la cruda realtà, in modo quasi pseudo-scientifico, ma non esita però a manipolare la stessa realtà per caricare di significato ulteriore le singole inquadrature. Frequente è anche l’uso dello “split-screen”, che viene utilizzato per isolare anche spazialmente (nello spazio dello schermo) i singoli personaggi, rendendone ancora più evidenti i turbamenti. Altri particolari accorgimenti tecnici consistono nel ricorso a svariati “time-lapse”, così come nella realizzazione di determinate sequenze con la camera fissata sul corpo degli attori. Questi elementi, che evidenziano una certa propensione alla valorizzazione del particolare, proprio come nella Scapigliatura, concorrono nel donare un’aria sinistra alle vicende, viste con un occhio quasi alienante. Un occhio che tutto è tranne che documentaristico, od oggettivo, a dispetto del tagliente realismo che potrebbe ricondurre al Naturalismo. Permane però l’oggetto dell’indagine, ovvero il malato, che diventa, nella sua tragicità, rappresentante di un disagio più profondo, di uno scollamento esistenziale dal resto del mondo. E anche qui sia scapigliati che Baudelaire fanno scuola. Passando al comparto del montaggio, curato da Jay Rabinowitz, sorprende l’estrema brevità delle scene. I numerosissimi tagli (più del doppio della media), con un ripetuto uso del “jump-cut”, rendono la vicenda più frenetica di quello che è in realtà. L’angoscia assale anche lo spettatore, metaforicamente preso a pugni dalla violenza visiva alla quale è sottoposto. La fotografia contribuisce a fornire all’opera un’aria allucinata, quasi onirica, spesso volutamente innaturale. Corona l’opera l’ottima colonna sonora, realizzata da Clint Mansell, nella quale spicca la celebre “Lux Æterna”.

Aronofsky lo scapigliato?

Non sono dunque pochi, o irrilevanti, i tratti che accomunano Scapigliatura e “Requiem for a Dream”. Dal gusto per il particolare, espresso per la scabrosa attenzione per il deforme nel movimento e della gestione delle inquadrature nella pellicola, al crudo realismo. Realismo che è però motivo di possibile dibattito. Se gli scapigliati riprendono il Naturalismo e la sua pretesa di oggettività pseudo-scientifica, lo stesso forse non si può dire di Aronofsky. La crudezza infatti colpisce anche nel film, non abbandonando un buon grado di realismo, ma la scientificità è decisamente accantonata. Complice la fine del positivismo e lo sviluppo dell’epistemologia, sarebbe stato ingenuo, e forse anche anacronistico, il ricercare una (irraggiungibile) oggettività. Il filtro che Aronofsky appone alla pellicola spinge dunque nella sua direzione, nel veicolare il suo messaggio alla sua maniera, stroncando sul nascere ogni velleità pseudo-scientifica.

Darren Aronofsky; fonte: cinematographe.it

L’attenzione per la malattia è un’altra caratteristica condivisa, così come la disillusione nella sua rappresentazione. Sia nella Scapigliatura che in “Requiem for a Dream” aleggia un marcato pessimismo di fondo, che inevitabilmente intacca anche l’oggetto dell’attenzione, la malattia. È difficile descrivere le sensazioni che si provano alla visione della pellicola, che sicuramente è un medium più toccante e incisivo, almeno al giorno d’oggi, della poesia. Lo spettatore si muove infatti, in modo indefinito, tra partecipazione emotiva e pensieroso distacco, con uno spettro che non si spinge mai nel campo del positivo. Sia la pellicola che le particolari istanze della Scapigliatura lasciano tracce, sia in modo superficiale che profondo. Difficile è superarle senza interrogarsi, senza riflettere, senza provare ad immedesimarsi. E forse il decisivo punto di contatto tra le due esperienze risiede nella particolare declinazione della disillusione.

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