Quanto si somigliano i samurai e i cavalieri? Ce lo spiegano Gintoki e Re Artù

Nel Medioevo due realtà molto diverse coesistevano a Oriente e Occidente: i samurai e i cavalieri. Nonostante la distanza geografica molte sono le somiglianze fra i due mondi. 

Figura 1: da sinistra a destra; Katsura, Gintoki, Takasugi e Sakamoto intenti a correre in battaglia per difendere la libertà dei samurai. Anime: Gintama.

L’anime “Gintama” narra le avventure di Gintoki, un samurai senza più un padrone che combatte per la giustizia e la libertà accanto ai suoi compagni che condividono gli stessi valori. Nella serie viene così ben evidenziata la figura del guerriero giapponese: sempre pronto a salvare i deboli e le fanciulle in difficoltà, lotta con ogni forza per ciò in cui crede. Lo stesso viene raccontato ne Il Ciclo bretone, che tratta della storia di Re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda.

La fedeltà al proprio signore

La parola samurai significa letteralmente “servitore”; un samurai indica infatti un membro della casta militare del Giappone feudale. Questi guerrieri erano legati a un signore appartenente all’alta nobiltà. Facevano parte perciò alla classe colta: oltre al padroneggiare le arti marziali praticavano anche arti zen e l’arte della scrittura. Obbedivano agli ordini del proprio padrone, fungendo da braccio esecutivo. La loro fedeltà era indiscussa, tanto che quando cadevano in disgrazia e venivano ripudiati cessavano di essere samurai e divenivano ronin, ossia un soldato “libero da vincoli”, con accezione estremamente dispregiativa. Lo stesso avviene in Gintama: Gintoki e i suoi compagni sono estremamente fedeli al loro maestro, tanto da seguirlo in battaglia e portare avanti le sue volontà persino dopo la morte dello stesso.

Anche nell’Europa medievale la situazione era estremamente simile: come possiamo osservare a partire dall’opera sopracitata, i cavalieri rispondono direttamente al loro re. Sono colti, letterati, nobili ed estremamente fedeli. Eseguono lealmente gli ordini impartiti da Re Artù, loro punto di riferimento da cui tornano dopo ogni avventura.

Figura 2: incoronazione di Re Artù.

Il bushido e i codici cavallereschi

Così come i cavalieri della Tavola Rotonda seguivano un certo codice cavalleresco, lo stesso avveniva per i samurai. Questi si rifacevano al bushido, ossia la “via del guerriero”. Oltre alle norme riguardanti la disciplina militare, il bushido comprendeva anche quelle morali: i sette principali principi da seguire fedelmente (pena il suicidio conseguente al disonore di aver trasgredito tali direttive, ossia il seppuku) erano Onestà e Giustizia, Coraggio, Cortesia, Sincerità, Onore, Dovere e Lealtà. Anche nell’anime il protagonista persegue la via del bushido, senza mai esitare: questo lo porta man mano a stringere legami sempre più forti all’interno della città sino a divenire un eroe ammirato da tutti.

Lo stesso avviene nel Ciclo bretone: i cavalieri, seppur in un’ottica maggiormente religiosa, si affidano agli stessi identici valori. Se non costretti al suicidio, la punizione per chi non rispetta tali norme era comunque severa; basti pensare al conflitto creato dall’infedeltà di Lancillotto che finisce per causare la fine del regno di Artù.

La vera realtà

Nonostante la cultura europea e giapponese elogino queste categorie di guerrieri, avvalorate da opere che spaziano dalla letteratura alla cultura popolare contemporanea, la realtà è tuttavia differente. La storia, si sa, spesso è diversa da come viene raffigurata nelle opere d’arte o d’intrattenimento. Nell’ Europa feudale, difatti, fu proprio il continuo saccheggio di terre e donne da parte dei cavalieri a spingere il Papa Urbano II a dare inizio alle Crociate. I secondogeniti dei feudatari, difatti, si ritrovavano senza eredità a causa della legge vigente all’epoca, la quale prevedeva che i beni passassero interamente al figlio maggiore. I fratelli minori non avevano alternative: alcuni abbracciavano la vita clericale, gli altri divenivano cavalieri indipendenti. Questi si arricchivano così promuovendo guerre private, derubando e incendiando i restanti feudi. Solamente il sogno di nuove ricchezze in Oriente li fece unire in quello spaventoso incubo che divennero poi le otto Crociate. Una prospettiva ben diversa da quella idealizzata rappresentata dalle vicende di Re Artù, che tanto ha colpito il cuore dei lettori, antichi quanto moderni.

Una realtà non diversa è propria anche del Giappone medievale; spesso infatti i samurai non erano altro che soldati feroci, forze esecutive con l’ordine di sterminare i clan rivali al fine di far prosperare il proprio signore. Un corpo di soldati, quindi, spesso utilizzati esclusivamente per mire politiche. Quando poi un samurai cadeva in disgrazia divenendo un ronin, non era raro che si lanciasse in imprese per lo più identiche a quelle compiute dai cavalieri senza dote. Se alcuni venivano assoldati come mercenari, la maggior parte saccheggiava villaggi per poi insediarvisi. Un intreccio di violenza e morte, quindi, molto diverso dai nobili valori tramandanti sino ai giorni nostri.

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