Il Superuovo

Punire o perdonare? Il mostro di Terrazzo ci fa riflettere sulla funzione della pena

Punire o perdonare? Il mostro di Terrazzo ci fa riflettere sulla funzione della pena

Sei vittime violentate, uccise e seppellite nei terreni vicino casa. Il mostro, condannato all’ergastolo, chiede libertà. Quali sono i principi della pena e come andrebbero applicati?

Gianfranco Stevanin arrestato il 16 novembre 1994 sta scontando l’ergastolo per furto, tentata estorsione, rapimento, stupro, omicidio e infine soppressione di cadavere. Dopo 26 anni di carcere il mostro di Terrazzo dice di essere un altro uomo e chiede di essere rimesso in libertà perché non si riconosce in quei gesti.

Il giorno dell’arresto e le prime indagini

Il giorno dell’arresto, gli agenti della polizia fermi al casello di Vicenza ovest, vedono una donna scendere da una macchina per chiedere aiuto. Alla guida c’è Stevanin e la donna è una prostituta pagata da lui per avere rapporti sessuali e scattare delle fotografie. Dopo ore di giochi sessuali estremi la prostituta aveva tentato la fuga ma era stata raggiunta dal mostro con un coltello. Per salvarsi la vita la ragazza gli offre 25 milioni di lire e lui accetta. Nel tragitto che li separa da casa di lei l’uomo è costretto a fermarsi al casello e così la vittima trova la fuga. Gli inquirenti iniziano subito le indagini perquisendo casa di Stevanin e li vi trovano: materiale pornografico, libri di anatomia, scatole contenenti peli pubici e uno schedario contenente le informazioni su tutte le sue partner. ma cosa più importante vengono ritrovati oggetti appartenenti a una donna di nome Biljana Pavlovic, di cui non si avevano più notizie dall’agosto 1994, e di Claudia Pulejo. 

Il ritrovamento dei corpi di 4 ragazze

Il 3 luglio 1995 un agricoltore di Terrazzo trova in un terreno vicino alla casa di Stevanin un sacco contenente i resti di un cadavere. Stevanin viene sospettato di omicidio e il magistrato invia delle ruspe per cercare altri corpi. Il 12 novembre 1995 viene ritrovato il corpo di un’altra donna; anche stavolta il corpo era stato avvolto in un sacco, ma in questa occasione il ritrovamento avviene in un terreno di proprietà di Stevanin. Il test del DNA dimostrerà inequivocabilmente che il corpo era quello di Biljana Pavlovic, una 25enne di origine serba che lavorava come cameriera in un ristorante. Il 1º dicembre 1995 viene ritrovato il terzo corpo, quello di Claudia Pulejo, una tossicodipendente di Verona.  A Stevanin vengono attribuiti anche gli omicidi di una prostituta austriaca e di un’altra donna mai identificata, fotografata durante un atto sessuale mentre era apparentemente priva di vita.

La condanna definitiva e gli anni di Carcere

La sentenza definitiva arriva il 23 marzo 2001: la Corte d’appello di Venezia dichiara Gianfranco Stevanin in grado di intendere e volere, motivo per cui viene automaticamente confermata la condanna all’ergastolo. Anche la Corte di cassazione conferma l’ergastolo, respingendo le istanze della difesa.  Dopo 26 anni Stevanin dice di essere «un uomo diverso, profondamente cambiato dal carcere». Dice di «non essere più il mostro di Terrazzo» e, come ha già fatto nel recente passato, torna a chiedere «una possibilità per poterlo dimostrare». Mentre l’avvocato di Stevanin cerca giudici inclini al permesso premio e associazioni che possano ospitarlo (come quella di Don Mazzi), ci interroghiamo sulla giustizia, sia legale che morale, nella liberazione, anche vigilata, di un criminale di tale calibro. In ambito filosofico l’interrogatorio sulla pena detentiva e sulla funzione di essa corre tutta la storia della filosofia. Da Platone a Kant fino ad Hegel ed oltre arrivando ad oggi. Quali sono i principi cardine alla base della detenzione?

Le teorie sulla pena nell’era moderna e il loro corso nella storia del pensiero

Nel corso dell’evoluzione giurisprudenziale si sono avvicendate più teorie riguardo ad essa delle quali si riconoscono 3 teorie fondamentali. La teoria retributiva che appunto vede nella detenzione una retribuzione nei confronti della società da parte di chi commette il reato, alla base di questa concezione della pena vi è certamente l’impronta kantiana per cui appunto va negato l’uso strumentale del reo, sulla base di argomentazioni derivate da una concezione del contratto inteso come condizione logico-trascendentale della fondazione razionale della comunità. Il dovere di comminare la pena si struttura nella forma dell’imperativo categorico, caratterizzante l’ingiunzione morale. La teoria della prevenzione o intimidazione, di stampo utilitaristico ,che mira a distogliere i consociati dal compiere atti criminosi. Il concetto di prevenzione, principio cardine di questa teoria, è da intendersi in questo caso come sinonimo di intimidazione da rivolgere in primis nei confronti del reo, in secondo luogo nei confronti degli altri membri della società. La teoria della prevenzione speciale, delineata nell’ultimo secolo, che è indirizzata a far sì che il soggetto autore del reato non commetta nuovamente fatti criminosi. L’azione di prevenzione rivolta al singolo soggetto, che prende il nome di componente special-preventiva, ha due momenti fondamentali: da una parte la rieducazione in senso stretto che agisce sullo stile comportamentale del soggetto, ripristinando i dogmi etico-morali in vista di un suo reintegro nella società; dall’altra l’intimidazione-neutralizzazione della persona ritenuta pericolosa mediante la reclusione in carcere.
Per quanto concerne, invece, la funzione general-preventiva essa è da rivolgere nei confronti di tutti i membri della società. La pena viene vista come esempio per tutti i consociati e come avvertimento con l’intento di indurre tali soggetti ad astenersi dal commettere reati. Infine attualmente il nostro ordinamento  è senz’altro permeato dai principi derivanti dalla c.d. teoria rieducativa. Quest’ultima viene a stagliarsi come una species del genus delle teorie preventive. Più in particolare, essa affianca e specifica quanto introdotto dalla teoria special-preventiva. Lo scopo già teorizzato da quest’ultima si concretizza qui in un trattamento penitenziario individualizzato, rapportato alla personalità e alle esigenze del reo. Il principio della rieducazione, in tutte le sue forme, è chiaramente rinvenibile nell’art. 27, comma 3, Cost. secondo cui “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Alla luce di ciò viene spontaneo chiedersi: è possibile applicare una pena, che implichi quest’ultimo principio cardine,  anche nei casi simili a quello di Stevanin? La rieducazione è sempre possibile? Cosa pensi della possibilità di rimettere in libertà questo tipo di criminali?

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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