“Provo a incollare un castello di carte”: le nostre incertezze raccontate da Nietzsche e Anastasio

E se ci liberassimo delle nostre certezze?

Fonte: billboard.it

Ognuno di noi, ogni giorno, allestisce la propria “comfort zone”: un’isola nella quale potersi sentire al sicuro dagli imprevisti della vita, una bolla che renda controllabile ciò che succede. E se scoppiasse? 

Castelli di carte 

C’è sempre un di più, un qualcosa che va al di là della nostra immaginazione. Gli uomini tentano di frenare il flusso della vita con i loro piani, ma spesso questa trova il modo di sfuggirli, presentando loro il conto: perché la realtà è sempre qualcosa che eccede gli schemi dentro la quale tentiamo di ingabbiarla. Lo sa bene Anastasio, cantando come cerchiamo invano di incollare al suolo quelli che in realtà sono castelli fatti di carte, per natura fragili, sperando che esista un modo di fermarli per sempre. Lo sa bene uno scrittore come Luigi Pirandello, che afferma:

“Vogliono insomma estrarre la logica dal caso, come dire il sangue dalle pietre; e son sicurissimi che, oggi o domani, vi riusciranno”. (Da “Il fu Mattia Pascal”).

La luce che le grandi ideologie del passato portavano con loro, indicando agli uomini strade sicure da percorrere, senza dubbi, tentennamenti, pentimenti, si è spenta. Grandi lanternoni che hanno smesso di brillare, hanno lasciato agli uomini solamente la “lanternina” della propria coscienza individuale, a partire dalla quale essi credono di poter costruire tutte le loro certezze, così da evitare ogni dolore o delusione. Ma esiste un’altra strada?

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Un fragile equilibrio

Sì, direbbe il filosofo Friedrich Nietzsche. Ma richiede coraggio. Tanto coraggio. Si tratta, come dice Anastasio nella sua canzone, di cominciare ad apprezzare il fragile equilibrio “dei castelli di carte, delle tessere del domino, delle pietre sulla spiaggia bilanciate ad arte”. Nella visione di Nietzsche, i sistemi che costruiamo sono tentativi di dare stabilità a un’esistenza che ne ha poca, un furbo modo di aggirare alcune verità: che le cose non vanno sempre come vogliamo, che il dolore fa parte inevitabilmente della vita. Ma noi no, continuiamo a formarci illusioni, e a tranquillizzarci grazie a esse. Nietzsche ci chiede una grande prova: lasciare la tranquilla barchetta che abbiamo realizzato in mezzo al mare, abbandonare ogni consolazione che nasconde la verità, guardando in faccia la vita, precaria e instabile com’è, imparando a navigare fra le sue onde piuttosto che tentare di riparasi da esse. Canta Anastasio: 

“Provo a incollare un castello di carte

Diventa depresso, diventa grottesco.

Detesto notare che non è più speciale

Se non rischia di crollare da un momento all’altro”.

(Da “Castelli di carte”).

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“Imparate a ridere”

Non si tratta di cercare in maniera spasmodica un punto fermo, ma di accettare il carattere momentaneo della vita: “invidio l’equilibrio quando è effimero”, scrive ancora Anastasio. Per Nietzsche questa è la visione tragica della vita, che non è il lasciarsi andare all’angoscia e alle delusioni in maniera triste e passiva, semmai, è esattamente l’opposto: nel suo Così parlò Zarathustra l’uomo lotta strappando la testa al serpente che lo stritolava, che non lo lasciava vivere, ridendo, alla fine, come nessuno aveva mai fatto prima:

“Questa corona di colui che ride, questa corona intrecciata di rose: a voi, fratelli, getto questa corona! […] Imparate a ridere!”.

Significa affrontare il dolore non più chiudendoci nella nostra bolla, ma guardandolo negli occhi: imparando, un giorno, a ridere dei nostri mostri.

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