A Carnevale tutti ci travestiamo, convinti di essere qualcun altro, ma normalmente siamo davvero noi stessi? O portiamo ugualmente delle maschere?

È Carnevale, tutti noi stiamo pensando a quale costume indossare. Basterebbe parlare con qualcuno di questo, scoprire quale “personaggio” ha scelto di indossare, per capire importanti elementi della sua personalità. Come in tutte le cose, non è il semplice gusto a guidarci, ma magari un senso di libertà differente che si prova solo a Carnevale. La consapevolezza di poter essere qualcun altro, in libertà, ma davvero normalmente nella vita quotidiana noi possiamo essere sempre noi stessi e magari nessun altro?

Persona = maschera, un’etimologia particolare

La parola “maschera” deriva dal latino medievale “masca“, che significa “spettro”. Filosoficamente, questa etimologia genera non pochi dibattiti, ma non quanto un’altra origine di una parola importante:”persona“. Infatti, deriva dal latino “persona“, dall’etrusco “fersu”, che riprendeva il greco “prosopon” ovvero volto. La parola “persona” in latino si traduce proprio “maschera“. Il riferimento è al fatto che l’oggetto maschera si ponesse sul volto, quindi indica in senso lato l’individuo, il volto della persona.

Ci sono altre teorie etimologiche a riguardo, ad esempio connessa al verbo latino “personare”, che significa “parlare attraverso”, che potrebbe riferirsi al fatto che gli attori a teatro indossavano la maschera e dovevano arrivare lontano con la propria voce (non esistevano, come è ovvio, microfoni). Utilizziamo l’idea di maschera come metafora della persona continuamente nella nostra quotidianità. Basti pensare che la parola “ipocrita”, che tutti i giorni noi utilizziamo per indicare una persona che mostra un atteggiamento che cela il suo vero pensiero, deriva dal greco hypokrités (hypocrita in latino) che significa proprio attore.

Il mondo è un palcoscenico

C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando resti da solo, non rimane più niente.

– Luigi Pirandello

L’idea di sceneggiata o di spettacolo come metafora della vita è una teoria che Luigi Pirandello ha, come sappiamo, portato al massimo splendore, ma di cui parlarono prima anche William Shakespeare, Oscar Wilde e vari autori classici. Il primo autore latino a parlare di persona come maschera in senso filosofico fu lo stoico Panezio, che parla di varie “maschere” che costituiscono l’individuo. Sarà poi Cicerone a riprendere questo concetto parlando di diversi caratteri (in latino ancora una volta persona, che in questo caso Cicerone utilizza con il significato di carattere o personalità).

Bisogna riflettere che la natura ci ha come dotati di due caratteri: l’uno è comune a tutti, per ciò che tutti siamo partecipi della ragione, cioè di quella eccellenza onde noi superiamo le bestie: eccellenza da cui deriva ogni specie di onestà e di decoro, e da cui si desume il metodo che conduce alla scoperta del dovere; l’altro invece è quello che la natura ha assegnato in proprio alle singole persone.

– Cicerone, De Officiis

La maschera allora è metafora delle diverse caratteristiche dell’essere, ma anche della società. Shakespeare affermava “Il mondo è un palcoscenico”, mentre Wilde trasforma questo suo celebre motto in una riflessione sull’ipocrisia della società, che nelle sue opere ha sempre sbeffeggiato.

Gli attori sono esseri fortunati: possono scegliere tra tragedia e commedia, soffrire o gioire, ridere o piangere. Nella vita questo non accade: la maggior parte di noi è costretta a recitare una parte senza averne i requisiti adatti. Ai Guildenstern tocca la parte di Amleto e Amleto deve scherzare come se fosse il principe Hal. Il mondo è un palcoscenico, ma i ruoli sono mal distribuiti.

– Oscar Wilde, Il delitto di Lord Arthur Savile

Questo pensiero è talmente vivido che si arriva all’idea che il teatro sia perfino più vero della vita stessa, in quanto a differenza della vita ammette di essere una finzione e non ha pretesa di verità.

Nel teatro recitiamo bene quello che gli altri fingono male nella vita. 

– Eduardo De Filippo

Una mascherata per celare la realtà

Una delle feste in maschera più famose è quella che troviamo in Romeo e Giulietta di William Shakespeare. È durante questa festa che Romeo e Giulietta si conoscono, spogliati della loro vera identità di nemici, ma semplicemente come individui. Situazione in cui la maschera crea sicurezza, spoglia dalla parte negativa, nasconde ciò che siamo in realtà. Nel musical Il fantasma dell’opera così come nel libro è una maschera a celare il lato sfregiato del protagonista. Eppure, quella mezza maschera ormai divenuta iconica, non nasconde semplicemente la bruttezza esteriore del famoso protagonista, ma la psicologia complessa del personaggio che la indossa. Anche noi, come il Fantasma, decidiamo di celare la parte peggiore di noi con una maschera “figurata”. Allora questa si fa simbolo di fuga, alienazione, ma anche di mistero.

Anche nel famoso musical troviamo una grande festa in costume, apparentemente un evento mondano, ma che nasconde tutto il significato profondo anche del nostro Carnevale: essere qualcun altro ci dà una strana idea di libertà, perché per una volta abbiamo la consapevolezza di una finzione dichiarata, paradossalmente più vera della vita reale.

Masquerade! Paper faces on parade
Masquerade! Hide your face so the world will never find you
Masquerade! Every face a different shade
Masquerade! Look around, there’s another mask behind you.

– Masquerade, Il Fantasma dell’opera

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