fbpx

Chi ha incendiato Roma? Siete sicuri sia stato Nerone? Beh, gli storici non lo sono. Tra la letteratura e il film Quo Vadis, scopriamo tutto su questo periodo dell’Impero così oscuro. 

L’incendio di Roma è un evento storico ancora oggi nel dubbio. Nonostante la communis opinio sia certa della colpevolezza di Nerone, in realtà la causa esatta dell’incendio è ancora ignota. All’epoca di questo eccezionale evento, è ambientato un romanzo storico del premio nobel Henryk Sienkiewicz, dal titolo Quo Vadis. Da questo libro è stato tratto un famosissimo film colossal del 1951, dall’omonimo titolo. Oltre a dipingere il contesto storico del periodo in maniera molto puntuale, seppur con delle ovvie licenze, il film è una straordinaria prova di effetti speciali per l’epoca. In generale Quo Vadis riflette moltissimi aspetti importanti della cultura latina, ad esempio la concezione religiosa e filosofica.

L’incendio di Roma: è stato davvero Nerone?

64 d.C., Roma viene data alle fiamme. Un evento drammatico che ha riempito le pagine di moltissimi storici latini. Sia sul web che dalla voce di certi insegnanti sentiamo accusare Nerone di esserne sicuramente il responsabile. In realtà, la colpevolezza dell’Imperatore non è certa, così come non è certa la sua pazzia. Sappiamo che Nerone regnò sicuramente per i primi cinque anni in modo impeccabile (il così detto quinquennio felice), grazie anche alla presenza di Seneca. Alcuni storici asseriscono che dopo, complice il suo secondo matrimonio con Poppea e l’influenza del prefetto del pretorio Tigellino, egli cominciò a comportarsi come un tiranno. Altri, tuttavia, lo dipingono come un sovrano illuminato, attivo nell’ambito della cultura in quanto poeta egli stesso.

Secondo Tacito, l’incendio di Roma è da attribuire non a Nerone, bensì ai cristiani, descritti come una setta che odiava il genere umano. Invece, Svetonio accusa l’Imperatore di aver incendiato Roma così da poter costruire quella che poi sarà la Domus Aurea. Anche Cassio Dione accusa Nerone, aggiungendo come motivazione il fatto che egli volesse vedere un incendio come quella di Troia, per poter davvero cantare l’incendio di una città. Tuttavia, l’opinione degli storici che attribuiscono l’incendio a Nerone viene messa in dubbio dalla storiografia moderna, in quanto si tratta di senatori appartenenti alla nobiltà, che erano quindi ostili nei confronti dell’Imperatore, in quanto favoriva invece ceti popolari.

Lo stoicismo tra film e Seneca

Con il suo romanzo, Sienkiewicz ha fatto proprie le idee di Cassio Dione, mostrando come responsabile dell’incendio proprio Nerone, che viene dipinto come un folle e vigliacco poeta da strapazzo. Questo ritratto è proprio anche della versione cinematografica. Quo Vadis? riflette su moltissime tematiche fondamentali dell’epoca in cui è ambientato, seppur chiaramente la vicenda, al di là del riferimento all’incendio, sia frutto di fantasie dell’autore. Troviamo una mai confermata dagli storici compresenza di Seneca e Petronio al fianco dell’Imperatore, per cui effettivamente Petronio era elegantia arbitrer, secondo Tacito:

Venne accolto tra i pochi intimi di Nerone, come arbitro di eleganza, e Nerone non riteneva nulla divertente o voluttuoso, se non avesse prima ottenuto l’approvazione di Petronio.

– Tacito, Annales

Tuttavia Seneca viene totalmente messo da parte, seppur presente tra gli intimi dell’imperatore, viene mostrato solo come amico di Petronio, quando sappiamo essere stato, prima del cambiamento di Nerone, molto importante per quest’ultimo. Potremmo dire che nel romanzo quanto nel film queste due figure vengono in un certo senso assimilate, unendo alla saggezza del vero Seneca l’ironia e l’elegantia del vero Petronio, realizzando un personaggio dal grande fascino. Del resto Petronio stesso è un autore che gode ancora oggi di grande fortuna, considerato come il primo dandy ed accostato al Decadentismo.

Nerone: Petronio, sei un cristiano tu?

Petronio: Non lo sono. I Cristiani insegnano ad amare il prossimo. Vedendo cosa sono gli uomini, non posso in fede mia amare i miei simili.

– Dialogo fra Nerone e Petronio in una scena del film

Tuttavia, seppur non storicamente assimilabile in tutto e per tutto al reale Petronio (di cui peraltro sappiamo molto poco), questo personaggio è una figura di consigliere e confidente dell’Imperatore molto verosimile. Ne viene rappresentato anche il suicidio stoico, storicamente esatto in quanto Petronio muore di suicidio. Tuttavia nel film erroneamente rappresentato prima della morte di Nerone, mentre Petronio si uccide proprio perché accusato di aver preso parte alla congiura che portò l’imperatore alla morte. Comunque sia, questa scena ci offre uno specchio importante per comprendere come lo stoicismo fosse la filosofia più importante nell’Impero.

La letteratura del periodo di Nerone

Accanto alla letteratura celebrativa dell’Impero, infatti, all’epoca neroniana ci sono degli intellettuali di fronda che non subiscono passivamente l’autorità ma che vogliono contribuire direttamente ed, in alcuni casi, opporsi al potere. Gli stoici credono in un logos (che ordina il cosmo) a cui il sapiente deve tendere liberandosi dai beni materiali. In questo periodo, quindi, anche grazie al fervente dibattito filosofico, la letteratura latina fiorisce di nuovi generi o di innovazioni in generi già esistenti. Grazie a Seneca rinasce il dialogo filosofico, in cui l’autore espone modi di comportamento e massime di saggezza, a volte anche nei confronti dell’Imperatore stesso (è il caso del De Clementia). Seneca è anche autore dell’epistola filosofica (è il caso delle Epistolae ad Lucilium). In linea con il Petronio dipinto dal film, vi è anche spazio per l’ironia, usata come mezzo di ribellione e opposizione, grazie alla riscoperta della satira, reinventata da Persio e Giovenale. E ancora con il famosissimo Satyricon, attribuito a Petronio, anche se non sappiamo se il Petronio autore del Satyricon e il Petronio di cui parla Tacito arbitro d’eleganza siano davvero la stessa persona. I modelli encomiastici dell’epoca della gens giulio-claudia vengono poi rovesciati dall’anti-epica per eccellenza, ovvero quella di Lucano con la sua Farsalia. Egli decide di ambientare un poema epico non durante la conquista e creazione di Roma, ma durante una cruda guerra civile, quella fra Cesare e Pompeo. Accanto a tutto questo, un mondo parallelo di una letteratura pro-regime con trattati scientifici ed enciclopedici, i quali come è ovvio non riescono ad affascinarci quanto la produzione dell’opposizione.

Marco Vinicio e il monoteismo nel mondo romano

La vicenda principale di Quo Vadis, però, non riguarda né Petronio né Seneca, bensì una storia d’amore tra Marco Vinicio, legionario romano ed un ostaggio cristiano, Licia. In particolare, viene mostrato il profondo cambiamento, ovviamente in un’ottica filo-cattolica dell’autore, di Marco Vinicio che arriva a vedere e sentire Dio. L’atteggiamento iniziale di Vinicio nel film non è, tuttavia, di discriminazione nei confronti dei cristiani, pur essendo questi così lontani dal modo di pensare. Sarebbe pronto a sposare Licia e accogliere il suo Dio tra i suoi.

Ci sono tanti dei, uno in più non farà la differenza!

– Marco a Licia

Ciò è indicativo della cultura romana di inclusione delle altre religioni e culture. Era prassi presso i romani fare propri i costumi dei popoli conquistati, perciò da bravo romano Marco Vinicio non trova strana l’idea di accogliere nel suo panteon anche il Dio di Licia. L’incompatibilità della cultura cristiana con quella romana riguarda, prima ancora della tratta degli schiavi come molti asseriscono, l’idea che ci sia un unico Dio, cosa impensabile per la cultura latina. Testimonianza più tardiva di questo è il De reditu suo di Rutilio Namaziano.

Condanna un giorno ogni sei a un letargo infame

Quasi a molle ritratto del suo dio sfinito.

– Rutilio Namaziano, De reditu suo

All’interno di questo breve poemetto, Rutilio mostra il disprezzo romano per lo stesso motivo di incompatibilità verso gli Ebrei. Oltre ad essere monoteisti, vengono discriminati in quanto mutilavano il corpo con la circoncisione, cosa impensabile per un romano. Così come, asserisce Rutilio, è una cosa turpe abbandonare l’impegno civile per motivi religiosi, cosa che fanno i monaci cristiani, novità assoluta del Cristianesimo. Rutilio, come del resto i romani in generale, non reputa onorevole prendersi un giorno di riposo in virtù di un credo religioso, in quanto più che negli dei basano la propria vita sul diritto, sullo Stato, con cui al limite a volte può coincidere il logos ed il dio, ma non andrà mai a sostituirlo.

Una cultura, quella latina, sicuramente differente ma che si scaglia contro il diverso per motivi se non comprensibili, sicuramente ben documentati e rappresentati. Quo Vadis, pur celebrando la grandezza del martirio cristiano ha, involontariamente o volontariamente che sia, manifestato anche la magnificenza di una cultura che ad ogni modo ci ha resi quel che siamo adesso ed a cui dobbiamo tanto.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: