Morire migrando: la banalità dell’esclusione come male morale

Più di 680 morti dall’inizio del 2019, sulle rotte marine dal Nord Africa per l’Europa. Indubbiamente una diminuzione significativa rispetto ai 2023 annegati dell’anno precedente e ancor di più rispetto al 2017, in cui si raggiunse quota 3139.

Numeri, nient’altro che numeri. Dietro i quali si nasconde, però, la deresponsabilizzazione dello “spettatore” europeo, complice della soluzione eliminatrice che ha ridotto le partenze e artefice della banalizzazione del male morale. Arendt e Kant ci mostrano in che modo queste morti ci riguardano.

nave carica di migranti fotografata nel Mediterraneo

Mediterraneo. Un piccolo mare, percorribile dalla sponda Sud alla sponda Nord a bordo di un gommone alla deriva. Un mare grande abbastanza da nascondere i suoi naufraghi e da separare due diverse rive, due mondi distinti.

L’Africa, il Terzo Mondo piagato dalle guerre e dai soprusi, dalla miseria e dall’assenza di prospettive, dall’Europa, il Vecchio Continente, il continente dei vecchi che sorvegliano sulle bandiere dei diritti dell’individuo, sulla giustizia sociale e sul benessere diffuso.

Tra questi mondi, delle figure tentano la traversata da una spiaggia opposta all’altra: da Sud verso il Nord. Vedendosi il passaggio ostruito il più delle volte.

Individui che intraprendono rotte “illegali”, andando in contro alla morte tra le onde o alla fortuna di un’accoglienza “esclusiva”, o ancora alla permanenza sul suolo d’approdo in attesa del respingimento. Strategia, quest’ultima, ormai in prevalenza applicata in Libia, porto di slancio finale verso le coste europee: qui, i centri d’identificazione trattengono dietro alle sbarre le migliaia di persone pronte all’ultimo, difficile tappa della loro migrazione, riducendo drasticamente il numero degli arrivi in Europa.

Una soluzione “eliminatrice” che scopriremo, attraverso Arendt e Kant, essere il prodotto della deresponsabilizzazione dello “spettatore” che guarda dalle rive del Vecchio Mondo alle mani che chiedono aiuto, sommerse dal mare, e che coincide con il punto (forse) di non ritorno della banalizzazione del male morale dietro cui prende forma l’inumano.

Migranti detenuti in un campo di detenzione a Gheryan, nei dintorni di Tripoli

Rotte, accoglienza esclusiva, internamento

La prima ad essere chiusa è stata la cosiddetta rotta occidentale: quella che dal Marocco, attraverso Ceuta e Melilla, portava alla Spagna, cioè all’Europa. E proprio l’Europa, attraverso l’agenzia Frontex, ha sottoscritto lo sbarramento delle frontiere.

Seguì la rotta balcanica, cosparsa di filo spinato dalla Macedonia all’Ungheria, alla Serbia, alla Slovenia, alla Croazia: la rotta orientale sarà serrata nel marzo 2016, tramite un accordo tra Turchia ed UE che impedisce il filtraggio dei migranti in Grecia.

Per quanto riguarda la rotta centrale, l’assenza di un interlocutore statuale affidabile in Libia ha portato in molti, provenienti dall’Africa subsahariana, dal Sudan, dall’Eritrea, e dal Medio Oriente siriano e afghano, ad affidarsi alle maglie dell’economia dei traffici di esseri umani, stretta nelle mani di cartelli criminali d’accordo con le milizie locali. Dopo la breve parentesi (apparente) solidarietà europea, seguita alla decisione della Germania della Merkel di aprire le porte ai profughi siriani rifugiati soprattutto in Ungheria, che ha portato alla firma, il 20 settembre 2015 di un accordo di equa ripartizione dei migranti trattenuti in Italia e in Grecia tra tutti i Paesi dell’Unione, l’Europa ha optato per la politica del respingimento. Anche detta, strategia del “contenimento” dei flussi.

In Italia, Paese d’approdo in Europa, una simile strategia viene incarnata, nel giugno 2017, dall’allora Ministro degli Interni Minniti: il numero degli arrivi crolla vertiginosamente, da un giorno all’altro, nel luglio della stessa estate. Si era verificato un cambio di paradigma politico e al respingimento in Europa si era preferito il contenimento in Libia dei flussi: non è difficile ipotizzare un accordo, patrocinato e finanziato dall’Italia, tra le milizie del non-Stato nordafricano mirato all’adozione di una comune linea di contrasto ai traffici. O, meglio, di riconversione dell’economia basata sui traffici di migranti in una basata sul loro sfruttamento, una volta giunti in Libia e rinchiusi in vere e proprie prigioni, in condizioni disumane. Occasione, questa, per acquisire un’immagine di affidabilità agli occhi delle potenze europee e, magari, un’investitura di legittimità politica nella costruzione istituzionale del Paese lacerato.

Veniva inaugurata la strategia dell’internamento. Ne seguì una netta riduzione delle partenze, ed un riassorbimento della conclamata emergenza migratoria, cui, in tempi successivi, fecero da eco le politiche di criminalizzazione delle ONG e di smantellamento delle esperienze degli SPRAR operate dal Ministro Salvini e già preannunciate nelle campagne elettorali di vari partiti e movimenti.

La vita della mente, pubblicato per la prima volta nel 1977

Lo spettatore senza responsabilità

Eliminare. Tener fuori, espellere da un limes: un’azione unilaterale, per definizione, non condivisa, che marca una separazione ontologica sulla base di una distinta collocazione geografica. Chi è eliminato, dunque, è esterno al novero di chi vediamo con familiarità, di chi sappiamo che esiste e di cui ci curiamo.

Eliminare significa anzitutto cancellare dall’ambito della nostra responsabilità, che segna il primo limes umano, quello della persona. Sottrarre al giudizio.

Conviene recuperare un’opera postuma, lasciata incompleta dall’autrice Hannah Arendt, e leggerne in particolare la parte conclusiva appena abbozzata e ricostruibile mediante gli indizi contenuti in altre opere: si tratta de “La vita della mente”, e nello specifico della parte, mai scritta, dedicata al “giudicare”. Punto intermedio che lega il “pensare” e l’ “agire”, cioè il riflettere estraniandosi tipico del filosofo e l’occuparsi politico di chi si immerge nell’attualità: è un’assunzione di una prospettiva, sopraelevata, d’insieme, che consente di definire l’ambiente entro il quale inscrivere la propria attività. Ma due caratteri connotano questa operazione: la temporaneità e la condivisione.

La prima, da leggere in senso esistenziale, come tratto di un modo d’essere dell’umano che permette l’esistenza, e non la rifiuta o la rimanda. La seconda, da intendersi in senso kantiano, cioè come universalità presupposta nella razionalità della formulazione del giudizio.

Lo spettatore, anzi, gli spettatori sono “testimoni” di ciò che accade, ne colgono il destino e si impegnano affinché la loro azione possa essere efficace in direzione di un ampliamento sempre maggiore del senso del giudizio che motiva la loro azione: potremmo dire, se non fossimo ogni metafisica, che essi si protendono al miglioramento dell’umanità dell’uomo. Humus di ogni azione veramente politica, secondo una posizione aristotelica.

Dall’altro lato sta l’opzione del disconoscimento.

E’ sempre Arendt a parlarcene: la “banalizzazione” della rinuncia volontaria al giudizio, la “banalità del male” che è deresponsabilizzazione e fa da chiave di volta dello scritto su Eichmann e delle riflessioni sui campi nazisti ( e non solo nazisti).

L’idea del campo, che, secondo Primo Levi, non abbisogna di altro che di “un terreno e un filo spinato”, è il prodotto eminente della deresponsabilizzazione: elimina alla vista, perciò da qualsiasi riferimento e connessione, i suoi detenuti, della cui esistenza sospesa, invisibile e silenziosa non si sa più niente. E’ una concezione che ha diversi gradi di applicazione, ma che si regge su un comune interesse: l’autrice di Königsberg, detenuta nel campo di Gurs, riconosce tre tipi di campo, distinguendoli in base alla funzione esercitata dagli apparati interni, e individua, perciò, campi di internamento, campi di lavoro e campi di concentramento. Non fa in tempo a scoprire l’esistenza dei campi di sterminio.

Tuttavia, pur notando le differenze di funzione e amministrazione, differenze burocratiche, tiene ben ferma l’immagine che, all’orizzonte, collega i tre tipi di campo, nominati rispettivamente Ade, Purgatorio e Inferno, in un crescendo di gravità del trattamento nel solco di una medesima strategia politico-esistenziale: l’eliminazione, appunto, declinata in diversa maniera.

E’ ciò che fa del campo un istituto moderno, connaturato al mondo degli Stati-Nazione, perciò all’era delle democrazie tanto quanto a quella dei totalitarismi. Finché v’è un limes, v’è un eliminare.

 

La banalità del male morale

Banale è il male. Lo compie Eichmann, un uomo del tutto normale, noioso, morbosamente comune. Lo compiono gli impiegati del Reich tedesco, che firmano le carte per il viaggio verso Chelmno, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau, tanto quanto i soldati che si preoccupano dello svuotamento dei vagoni e le squadre speciali deputate a prelevare i corpi dalle camere a gas e bruciarli nei forni.

Non è un fatto straordinario, non è un’epifania del demonio: è l’occupazione del padre di famiglia, un lavoro come un altro. Ripetitivo, poco entusiasmante.

Ma la banalità non assolve il carattere malvagio del colpevole: il male, anche così, è una scelta. Direbbe Kant, un cedimento alla propensione naturale umana a disobbedire alla legge morale, ignorandone il contenuto formalmente universale in nome di interessi particolari, contingenti, ipotetici.

Disconoscere la legge universale della ragione, l’imperativo categorico, significa rinunciare all’unico sentimento che Kant ammette nel campo della morale: il rispetto, che si dà nell’attribuire all’altro la nostra stessa moralità, dunque la nostra libertà essenza dell’umano. Significa, perciò, negare in noi l’essere umani, perché la legge è morale se si applica all’umanità, e non ad una parte di essa, e il rispetto non è riferito ad un uomo, ma all’uomo in generale.

Nessuna benevolenza, dunque, è dovuta a chi chiede che gli venga riconosciuta eguaglianza in diritti, libertà e opportunità, ma il rispetto: non un atto super-erogatorio, ma eminentemente legale, formalmente necessario. Non farlo, è cedere al male. Cioè essere inumani, conservando un’apparenza nella banalità smunta della nostra dedizione quotidiana al nulla.

Lorenzo Ianiro

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