Lucha de pueblo: l’indipendentismo catalano letto con gli occhi dei filosofi

Barcellona in fiamme, e nessun pompiere all’orizzonte. Quale “pueblo” è in lotta? Hobbes, Habermas e Gramsci vanno in Catalogna.

Un momento delle manifestazioni per il referendum del 2017

Dal 14 ottobre la Catalogna è un teatro di guerra. O, meglio, da questa data il conflitto tra governo madrileno e indipendentisti si è fatto più visibile. E più incontrollato: qualcuno la chiama una “lucha de pueblo”.

Capire cos’è il “pueblo” in lotta è essenziale per comprendere il senso dello scontro, e per rintracciare delle vie d’uscita. A Barcellona si gioca una partita fondamentale.

Bandiere catalane sventolano durante una manifestazione

Dall’autonomìa alla independencia

L’aggettivo più utilizzato dagli osservatori internazionali che hanno tentato di ricostruire la genesi dell’ultimo caos catalano è “imprevisto”. Ben altra cosa da imprevedibile.

Ciò che più stupisce della situazione ingeneratasi, infatti, è come essa sia tracimata fuori dal controllo delle autorità istituzionali, oltre i confini della mediazione politica: l’uso spregiudicato della violenza concesso alla polizia e la liquidità della protesta ne sono i sintomi tangibili. Ma come sia stato possibile arrivare a tanto è chiaro a tutti.

All’origine sta la ricerca di una maggiore autonomia da parte delle regioni catalane, che indirizza l’interpretazione del sibillino preambolo della Costituzione spagnola del 1978: lì dove si parla unitamente, ma senza spiegazioni, di “nazione” spagnola e di “popoli di Spagna”. Lasciando aperto il dubbio se vi sia una sola nazione per tante nazionalità.

Un’ambiguità più o meno volontaria, che rende sospetta l’indecisione del governo spagnolo, tra una modifica costituzionale in senso federalista e una ricomposizione centralistica dell’amministrazione, agli agli occhi dei catalani e ostili i movimenti delle rappresentanze di Catalogna agli occhi degli spagnoli: sulla reciproca diffidenza si impernia il dialogo. In cui ciascuno fa dei tentativi per mettere allo scoperto l’avversario.

In tal senso, c’è chi ha letto il referendum del 1°ottobre 2017 come uno “strumento di pressione” attraverso il quale i leader catalani speravano di raccogliere una maggioranza di consensi a favore della scissione, tale da mettere l’allora Presidente spagnolo Rajoy con le spalle al muro. Costringendolo ad iniziare un processo di transizione legale verso una federazione garantita realmente ( con l’abrogazione dell’art.155 della Costituzione) o una confederazione di Stati legati alla Corona.

E, in effetti, un risultato plebiscitario è stato ottenuto. Ma su una percentuale di aventi diritto al voto minoritaria.

Da qui in poi, la strategia ha lentamente ceduto il posto alla tattica, già mirata allo scontro: falliti i flebili guardinghi tentativi di dialogo tra Puidgemont e Rajoy, la propaganda indipendentista che dal 2010, anno dell’espunsione di alcuni articoli dallo Statuto di autonomia catalano, guadagnava consensi a formazioni prima minoritarie divenne schiava delle idee da essa stessa ingrossate. Mentre il governo centrale preparava una repressione efficace.

Quasi per inerzia, il 27 ottobre il Parlamento catalano dichiarò la Repubblica, sancendo l’indipendenza e tentando disperatamente di internazionalizzare il caso. La risposta di Madrid, in virtù del già menzionato art.155, fu il commissariamento della regione.

Su queste posizioni, apparentemente congelate dai pallidi tentativi di distensione pre- e post- elettorali, si è mantenuto il rapporto tra le parti. Ed il prolungamento senza soluzione della tensione ha motivato non tanto la sentenza del 14 ottobre contro i leader fautori del referendum, quanto l’asprezza delle pene stabilite e la spregiudicatezza della repressione poliziesca.

Il caos è servito.

Una riproposizione a colori del frontespizio della 1 edizione del Leviatano di Hobbes

Sovranità e unanimità

Cercare di dare un significato alle significanti vicende catalane è un’impresa ardua, per la compromissione dei punti di vista. Una prova può essere fatta sulla base del pensiero di tre filosofi abbastanza europei da carpire la questione e sufficientemente lontani da essa per descriverne i tratti universali.

Hobbes è il primo. Per lui non ci sarebbero stati dubbi: quella de popoolo catalano è una “ribellione” contro il sovrano.

Alla chiarezza del giudizio, però, si aggiungono elementi che rendono più complesse le implicazioni: innanzitutto, il popolo catalano non solo è “autore” che ha trasferito il proprio potere indiscreto all'”attore” governativo, ma è esso stesso “sovrano”, nella stagione delle democrazie, cioè detentore originario del potere decisionale. Teoricamente, quindi, potrebbe disconoscere chi ha precedentemente autorizzato, se fosse la parte almeno maggioritaria di un popolo unico che univocamente ha legittimato il governo.

In secondo luogo, è lo stesso Hobbes a dire che lo Stato ha potere di diritto fintanto che ha il potere di fatto di farsi obbedire: questo spiegherebbe la violenza della repressione contro l’intensificarsi della protesta per dimostrare l’inconsistenza dello Stato di Madrid a Barcellona.

È una sfida per la “sovranità”. Cioè per il potere. Di cui è detentore il “popolo”: così in una demo-crazia.

Ma cos’è il “demos”, con cosa si identifica? Interverrebbe, a questo punto, Habermas: “demos”, nella logica nazionalista di cui tutti siamo, con la modernità, portatori, è identico ad “etnos”. Il popolo è la nazione,  la comunità dei nati in un determinato luogo.

Qui si apre un ulteriore quesito, relativo al caso catalano: è possibile, per un “popolo”, esercitare il potere su un territorio, cioè la “sovranità”, senza una unanimità decisionale della popolazione presente su quel territorio stesso?

È un esercizio di realismo dire che il più forte decide cosa fare all’interno dello spazio che riesce a controllare, ma quando la forza è la risultante di un equilibrio intestino, relativo e descritto dalla maggioranza, allo scontro diretto devono essere preferite altre soluzioni.

Quali siano può dirlo Gramsci: la lotta, oggi, non può servirsi della violenza, se vuole produrre conquiste durature. Nella società di massa, politicamente retta sul consenso, domina chi detiene l’egemonia, culturale quindi politica. Principio gramsciano molto più legato allo studio filologico che a quello politico: esso, infatti, presuppone un dialogo tra le parti, possibile solo lì dove vi sia traducibilità dei discorsi, ossia comprensibilità degli intenti.

Un discorso pronunciato per se stessi è un monologo, che se a teatro può commuovere, in una scena politica di attori scoraggia ogni interlocuzione. Anche la più teatrale.

Ada Colau, attuale sindaca di Barcellona, e il simbolo del suo movimento

Microcosmo Barcellona

La sintesi più entusiasmante del caos catalano l’ha raccolta un cronista delle proteste recenti, Michele Gambirasi, intervistando i manifestanti. Quella in atto “es una lucha de pueblo”.

Il politologo dovrebbe chiedersi se essa sia, non sia e quanto sia pilotata da forze politiche. Il filosofo, attenendosi all’affermazione, dovrebbe interrogarsi su chi decida quale sia il “pueblo” in lotta.

Un’ipotesi si può accennare osservando il fenomeno della principale città catalana.  Barcellona ha, ad oggi, una popolazione di circa 1,6 milioni di abitanti, di cui il 16,3% stranieri.

Questa percentuale, cresciuta soprattutto nel periodo dell’ultimo franchismo, è andata concentrandosi prevalentemente nelle periferie edificate senza precisi criteri urbanistici e nell’area industriale già popolata dalle classi lavoratrici provenienti per la gran parte dall’hinterland catalano. In questi luoghi, anche i nipoti dei primi immigrati oggi parlano in castigliano.

A livello di consensi, le periferie barcellonesi, storici baluardi delle sinistre, hanno da sempre offerto un terreno poco fertile al nazionalismo catalano. Così, ma in modo meno accentuato, pure i quartieri meno ricchi di Barcellona città, dove l’indipendentismo si attestava, al tempo del referendum, intorno al 30%, contro il 50% del centro.

Con le Olimpiadi del 1992, e le trasformazioni nel segno di un miglioramento della mobilità pedonale che si applicavano ad un impianto urbano già disponibile a tali modifiche, dunque di un miglioramento della qualità della vita, Barcellona attrae milioni di turisti e diventa, agli occhi di molti, meno catalana.

Sul piano politico, il Presidente della Generalitat catalana Pujol, preoccupato della crescente affermazione dei governatori di Barcellona sulla regione circostante, rafforzata dalla proiezione internazionale quasi connaturata alla città, riduce la portata politica dell’amministrazione cittadina dall'”area metropolitana” alla “municipalità”: così, l’influenza della città si riduce sul piano del “mediocosmo” catalano, costretta com’è in un microcosmo stringente anche dalla nuova legge elettorale che privilegia il voto delle aree rurali. Più spiccatamente nazionaliste.

La crisi che viene, scoppiata in Spagna nel 2010, è economica e politica, e favorisce il movimento di Barcelona en Comù alle elezioni comunali del 2015: Ada Colau, neosindaca, inaugura una strategia di decrescita economica della città che unisce programmi utili ad arginare la gentrificazione di spazi sempre più ampi del centro, comportando una espulsione delle famiglie di reddito medio-basso, a politiche volte a mantenere alti i lovelli del turismo.

Ma è spiccatamente il paradigma neomunicipalista a conquistare alla Barcellona di Colau l’interesse delle città europee e non solo, e a riportare il microcosmo locale sul piano del “megacosmo” globale, scavalcando il “mediocosmo” catalano e il macrocosmo spagnolo.

Una Barcellona internazionale, trasversale, proiettata verso la creazione di una interconnessione globale di megalopoli contrasta con i progetti nazionalisti dell’indipendentismo che, a ragione o a torto, propugna la creazione di un nuovo Stato nel panorama europeo. E che, per riuscire nei propri intenti, al momento può contare principalmente sul sostegno della popolazione dell’hinterland catalano, senza il controllo del vero motore della regione.

Le ultime vicende, tuttavia, potrebbero aver avvicinato fette più ampie di barcellonesi all’indipendentismo: percentuali al momento non rilevabili, come mostra la non esposizione palese della sindaca nella vicenda. A conferma che la scena, in assenza di una mediazione inaugurata da un attore credibile sul piano locale e su quello internazionale, segue il canovaccio imposto da secoli di banali nazionalismi.

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.