Il Superuovo

Lo scontro che cambiò le sorti di Roma: ricordiamo l’anniversario della battaglia di Farsalo

Lo scontro che cambiò le sorti di Roma: ricordiamo l’anniversario della battaglia di Farsalo

Il 9 agosto del 48 a.C.  Cesare sconfisse a Farsàlo il rivale Pompeo, diventando definitivamente padrone della politica romana.

Morto Crasso a Carre, i triumviri rimanenti  divennero i due protagonisti della politica romana. Da una parte Pompeo, padrone dell’Oriente , dall’altra Cesare, fresco vincitore della campagna gallica. Con Lucano, quindi,  ripercorriamo le tappe che portarono allo scontro tra i due.

Una situazione già compromessa

Prima di entrare nei particolari dello scontro tra Cesare e Pompeo è bene specificare un aspetto di fondo: la repubblica romana appariva ormai irreversibilmente compromessa nel suo funzionamento già molto tempo addietro. Lo Stato, teoricamente basato su un sistema di magistrature bilanciato dall’influenza del Senato, nell’arco del I secolo a.C. divenne inerme di fronte all’ascesa di figure forti e carismatiche, in grado di bypassare le regole repubblicane ed accentrare  nelle proprie mani più potere di quanto fosse possibile per un singolo uomo. In parole povere, di fronte alla necessità di governare territori  con problemi sempre più grandi, lo Stato romano accettò volontariamente di affidarsi a singoli individui: dapprima Mario, poi Silla, fino agli accordi tra triumviri. In questo quadro, dunque, nacque la rivalità tra Giulio Cesare e Gneo Pompeo, decisi ad eliminare l’avversario per dominare in modo incontrastato su tutte le terre di Roma.

Lo scontro raccontato da Lucano

A trattare di questo scontro e, in particolare, della battaglia di Farsalo, è Marco Anneo Lucano, autore nato a Cordova, in Spagna, nient’altro che nipote di Seneca. Più in particolare, l’opera in questione  è il Bellum civile, poema epico in dieci libri, dunque non completato, considerando l’intenzione di Lucano di arrivare ai dodici, in linea con lo schema alessandrino. A guastare i piani dello scrittore, infatti,  fu Nerone, che, avendo accusato anche Lucano di aver partecipato alla Congiura dei Pisoni a suo danno, lo indusse al suicidio: una sorte del tutto analoga a quella del più famoso zio Seneca, che di Nerone era anche stato il precettore. L’opera, conosciuta soprattutto come Pharsalia , si apre con l’atto iniziale della crisi tra i due condottieri: la discesa di Cesare in Italia dalle Gallie e il famoso attraversamento del Rubicone in armi. Fino a quel punto, infatti, Silla aveva allargato il pomoeriumil limite invalicabile entro il quale non era permesso presentarsi armati, pena l’essere considerati nemici agli occhi del Senato. All’arrivo di Cesare segue la fuga di Pompeo e dei suoi nel più sicuro Oriente, dove poi avviene lo scontro finale a Farsalo, in Tessaglia, il 9 agosto del 48 a.C. .

È necessaria, comunque, una puntualizzazione: essendo l’opera un poema epico, la vicenda risulta essere non solo romanzata ma anche arricchita di alcuni episodi della sfera sovrannaturale. Celebre, tra tutti, l’episodio di negromanzia raccontato nel VI libro, nel quale viene resuscitato un soldato che annuncia sventure alla fazione pompeiana. Gli aspetti fondamentali, comunque, rimangono tali e quali: la sconfitta in Oriente costringe nuovamente Pompeo alla fuga, questa volta, però, in Egitto, alla corte di Tolomeo XII. Quello che sembrava un alleato, però, si rivela in realtà un carnefice: il re egiziano uccide a tradimento Pompeo, la cui testa viene offerta a Cesare. Questi, però, incapace di accettare una fine tanto indegna per un valoroso uomo romano, ordina l’uccisione di Tolomeo, che viene poi sostituito dalla futura compagna di Cesare, Cleopatra.

L’anti-Eneide

La scelta di Lucano di scrivere un poema epico proprio sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo non è casuale. A differenza, ad esempio, di Virgilio, l’autore spagnolo decide volontariamente di prendere in esame uno dei periodi più bui della storia di Roma per esprimere il suo dissenso nei confronti della deriva autoritaria dello Stato romano, che proprio nell’ascesa di Cesare trova la sua prima realizzazione. Anzi, all’interno della storia Cesare ricopre il ruolo di antagonista, a differenza di Pompeo – ma soprattutto  Catone – che impersona la libertas repubblicana e il rispetto delle tradizioni.  L’autore mantovano, dal canto suo, aveva invece preferito  esaltare le lodi di Enea, col fine di dare una genesi gloriosa a Roma e, soprattutto, alla gens dell’allora princeps, Ottaviano Augusto. Per portare avanti questo suo disegno, dunque, Lucano decide di operare una serie di scelte volte ad opporre diametralmente il suo prodotto letterario con l’Eneide:

  • l’eliminazione della mitologia che lascia il posto al sovrannaturale, all’orrido, al fine di eliminare il mondo degli dei tanto caro all’epica classica;
  • trattare un argomento storico, piuttosto che un evento fantastico: si può quindi parlare di epica storica;
  • la sostituzione delle divinità che decidono delle sorti dell’uomo con il Caso, o la Fortuna.

Inoltre, come accennato in precedenza, è significativa la scelta di inserire nel libro VI il tema della negromanzia e, per giunta, di un’infausta previsione per Pompeo, difensore della istituzioni: proprio il VI libro dell’Eneide è infatti quello della catabasi di Enea, durante la quale incontra suo padre Anchise nei Campi Elisi e riceve la profezia sul glorioso avvenire di Roma.

La stoica morte di Lucano, fedele a se stesso e alla sua opera

Il dissenso verso la nuova forma di governo del principato si riflette ovviamente anche nelle scelte di Lucano per quel che riguarda la sua vita personale. Così come abbiamo accennato, infatti, incriminato da Nerone, fu indotto al suicidio, che, però, decise di affrontare stoicamente come lo zio Seneca: come riportato da Tacito, si racconta infatti di come accolse la morte declamando i versi di un soldato ucciso, quasi volesse cantare, invece, la sua stessa fine. E forse possiamo anche immaginare che abbia voluto morire con la stessa, stoica dignità dell’uomo che nella sua stessa opera aveva più ammirato, Catone Uticense, trafittosi con una spada al ventre piuttosto che chiedere la grazia a Cesare, che invano aveva provato a contrastare. Atto questo, celebrato da Dante nel Purgatorio con i famosi versi:

Libertà va cercando, ch’è sì cara

come sa chi per lei vita rifiuta  (Pg., I, vv. 70-72)

 

 

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