L’Italia raccontata: il doppio volto del nostro Paese fra musica e poesia

Nella poesia quanto nella musica, l’Italia è sempre un tema attuale. Ha molti volti da rappresentare, molte bellezze da raccontare e altrettanti orrori che cerca di nascondere. Davanti a questo quadro, come deve porsi l’arte? Una prima possibilità è quella di sollevarsi dai problemi reali per raccontare l’Italia “ideale”; tuttavia molto più spesso la scelta degli artisti è quella di intraprendere la via problematica e scomoda della protesta. Questa protesta può assumere caratteri satirici, ironici, seri, drammatici, ma molto spesso alla base si può infine cogliere una speranza insopprimibile di cambiare le cose, di salvare questo Paese e ciò che rappresenta.

L’Italia secondo la letteratura

Sono diversi gli autori che hanno cantato l’Italia, restituendone un’idea ambivalente e registrando così, già alcuni secoli fa, l’impressione che essa dà tutt’ora. L’Italia appare sempre caratterizzata da un doppio volto, a tratti bello, a tratti tragico. Tutti probabilmente conoscono i celebri versi danteschi (vv. 76-78) tratti dal Canto VI del Purgatorio“Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave sanza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!”. Sono i versi iniziali di una famosa invettiva che Dante pronuncia davanti a ciò che l’Italia è diventata, soprattutto in relazione alla grandezza che l’ha contraddistinta nei tempi antichi. ‘Il Bel Paese’, come lui stesso la definì, viene paragonata a una nave senza guida, persa in tempesta. Dante continua l’invettiva pronunciandosi contro governanti incapaci e divinità indifferenti e traditrici, cercando disperatamente una spiegazione al degrado che caratterizzava allora l’Italia, già attraversata da guerre civili e intrighi di potere. A ben vedere, queste sono le parole di un intellettuale molto lucido, ma anche di un cittadino che ama questo Paese, e che soffre profondamente per la situazione in cui si trova.

Anche Leopardi, nella canzone “All’Italia”, si rivolge al paese, con i seguenti versi: “O patria mia, vedo le mura e gli archi/E le colonne e i simulacri e l’erme/Torri degli avi nostri,/Ma la gloria non vedo,/Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi/I nostri padri antichi. Or fatta inerme,/Nuda la fronte e nudo il petto mostri./Oimè quante ferite,/Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,/Formosissima donna! Io chiedo al cielo/E al mondo: dite dite;/Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,/Che di catene ha carche ambe le braccia;/Sì che sparte le chiome e senza velo/Siede in terra negletta e sconsolata,/Nascondendo la faccia/Tra le ginocchia, e piange./Piangi, che ben hai donde, Italia mia,/Le genti a vincer nata/E nella fausta sorte e nella ria./”. Questi versi ci introducono un’immagine dell’Italia molto simile a quella ritratta da Dante. E’ infatti molto lontana dall’antica grandezza, e addirittura viene rappresentata da Leopardi in catene. La personificazione dell’Italia in una donna disperata e piena di vergogna è utile per misurare la drammaticità che l’Ottocento portò in Italia, la violenza e l’umiliazione che scaturì però nella lotta per l’Unità.

Numerosi altri autori affrontano la questione dell’Italia, alcuni di petto, come Ungaretti in relazione alla Prima Guerra Mondiale, o attraverso una prospettiva particolareggiata, come Verga in relazione alla questione meridionale. Il dato comune è sempre la percezione di una duplicità a cui è difficile dare un nome.

L’Italia nella musica

Anche i cantautori hanno scritto dell’Italia, l’hanno lodata e condannata e ne hanno così enfatizzato i tratti più evidenti. Un primo esempio è De Gregori, che nella canzone “Viva L’Italia” celebra e svela il doppio volto del paese: “Viva l’Italia, l’Italia liberata,/l’Italia del valzer e l’Italia del caffè./L’Italia derubata e colpita al cuore,/viva l’Italia, l’Italia che non muore./Viva l’Italia, presa a tradimento,/l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento,/ l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,/viva l’Italia, l’Italia che non ha paura.” Ancora una volta sono i versi iniziali a palesare il tema, appunto quello del doppio volto italiano. In questi versi vengono toccati tutti i grandi temi del paese, dalla lotta per l’Unità all’arte, passando per la tavola, la politica corrotta, il giornalismo servo dei poteri forti e la mafia. Viene enfatizzato però anche il suo coraggio nell’affrontare questa notte.

Oltre a De Gregori, anche un artista come J-AX si sofferma per ironizzare contro gli stereotipi di questo paese, stereotipi che troppo spesso le persone rappresentano davvero. Ecco dunque alcuni versi di L’italiano medio: “Comunque sono un bravo cittadino/ Ho aggiornato suonerie del telefonino/ E un bicchiere di vino con un panino/ Provo felicità se Costanzo fa il trenino/ Ho un santino in salotto”. E ancora: “Non togliermi il pallone e non ti disturbo più/ Sono l’italiano medio nel blu dipinto di blu”. J-AX si sofferma quindi sulla superficialità degli italiani, sul loro modo di considerare fondamentale qualcosa che non lo è affatto.

Un ulteriore esempio è Cristicchi, che nella canzone “L’Italia di Piero” ci disegna il tipico personaggio pubblico italiano, fatto di tante parole e niente fatti. E ancora Battiato, che in “Povera Patria” pronuncia una forte invettiva contro i governanti e la sporcizia della politica italiana. Gaber in “Io non mi sento italiano” prende le distanze dai luoghi comuni e dagli errori in cui l’Italia continua a cadere, trovandosi poi a ripartire ogni volta da capo. Oppure Ghali, che in “Cara Italia” denuncia l’ambiguità della politica del paese. Gli esempi sarebbero ancora numerosi, da Fabri Fibra a Sergio Endrigo, Caparezza, Rino Gaetano, Elio e le storie tese.

Il quadro rappresentato ci disegna un paese diviso, ambiguo e complicato. Tuttavia è ancora un paese che nutre speranza, e che davvero insiste e tiene duro. L’arte diventa allora uno strumento di cambiamento da non sottovalutare e a cui dare quantomeno fiducia.

Viviana Vighetti

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