Da soli siamo più protetti dalla società? È naturale desiderare di farne parte? Umberto Saba e Giorgio Gaber si dividono tra desiderio di solitudine e impegno sociale.

Due intellettuali sicuramente distanti come genere e cronologicamente, ma che condividono nel loro pensiero un dualismo particolare: Umberto Saba, come osservato ad esempio da Alessandro Cinquegrani, è sempre diviso tra una solitudine ed un desiderio di appartenenza, che caratterizza anche il cantautore Giorgio Gaber. Quest’ultimo ha dedicato al concetto di appartenenza due canzoni, trattando spesso anche la tematica dell’ambiente della città VS campagna, dell’impegno sociale, del ruolo dell’uomo. Scopriamo attraverso questi due grandi pensatori cosa significa appartenere e desiderare di non farlo.

Ernesto e L’intossicato

Secondo Saba la solitudine è la prima conquista di un uomo. Ci illumina a tal proposito, prima di tutto il romanzo Ernesto, che racconta una grande storia di solitudine, in cui un adolescente si ritrova in questa condizione esistenziale nuova, poiché fuori dall’abbraccio materno scopre il mondo che lo circonda. In questo mondo deve definire il proprio ruolo, la propria identità, totalmente da solo. L’aspetto più interessante di ciò non consiste nell’idea di una solitudine totale, ma di un dualismo di fondo. Il protagonista è diviso fra una voglia di appartenere al mondo e di partecipare alla società ed invece un istinto alla separazione ed all’individualità per cercare le proprie qualità uniche ed irripetibili. Tale osservazione mi è parsa simile al celebre monologo di Giorgio Gaber “L’intossicato”, in cui l’ideatore del Teatro Canzone afferma di avere una mania di solitudine e di mondo.

Io, mi intossico talmente a contatto col prossimo che ogni tanto sono costretto a ritirarmi in campagna, per disintossicarmi, se non che a quel punto, non avendo più gente intorno, mi prende la paura che il mio odio per l’umanità sia diminuito. Allora ritorno in città, e mi incazzo. Vado in campagna e mi ritiro, mi incazzo e mi ritiro, mi incazzo e mi ritiro. Insomma, non riesco a risolvere quella assurda contraddizione che si potrebbe chiamare, mania di solitudine e di mondo.

Vi sono in Ernesto due identità contrapposte, quindi: quella che è ancora ancorata alla madre ed alla società e quella che vuole emergere individualmente. Da qui nascono una serie di contraddizioni che appartengono in generale a tutta la letteratura, in quanto essa rappresenta una forma di vita precaria. Ed è come una forma di vita che Saba ha concepito il suo Canzoniere, poiché, come sappiamo, l’idea dell’autore è ripercorrere tutta la sua vita attraverso la poesia. Del resto, Ernesto e il Canzoniere sono due opere caratterizzate da grande continuità, della cui presenza Cinquegrani ci offre un esempio banale: l’amico pianista della poesia “Lettera ad un amico pianista” si chiama Elio, simile all’Ilio nel romanzo.

Appartenenza e non appartenenza

Il primo riferimento alla solitudine presente nella raccolta del Canzoniere si trova in Così passo i miei giorni, dalla sezione “Poesie dell’adolescenza e giovanili”:

Solo alle volte mi mescolo alle altere

Genti del mondo. E anch’io quei loro affanni

Provo: non cure tacite severe,

ma le lotte crudeli e l’onte e i danni.

Qui Saba mostra il dualismo cui mi riferivo prima, una contrapposizione fra separazione ed appartenenza: Saba non vorrebbe mescolarsi alla società (il cui rapporto è mediato dal contrasto con la madre) e desidera una solitudine nel suo comporre poesia. Concepisce il mondo come un insieme di persone omologate e indistinguibili, le chiama “genti”, una forma che dà l’idea di massa, senza l’individuo.

E immagino un futuro

senza alcun rimedio

una specie di massa

senza più un individuo.

– Giorgio Gaber, La razza in estinzione

“Genti”, come De Amicis in “Sull’oceano” chiama la massa di immigrati, ma anche come Dante chiama nel Canto V del Purgatorio le “genti d’anime” che gli appaiono.

D’altro canto Saba, pur desiderando questa individualità, non può fare a meno di provare anche lui gli affanni che prova il resto del mondo, perché anche lui è un uomo. Questo sentimento di umanità si può ritrovare in Nietzsche (non dimentichiamo che Saba fu “nietzschiano prima di Nietzsche”) che nella “Nascita della tragedia” afferma come l’eroe si volge all’immagine totale del mondo e vivendo i suoi drammi vive una sofferenza collettiva.

È curioso che l’appartenenza, sia ancora una volta un concetto molto caro al nostro Gaber, che nella sua “Canzone dell’appartenenza” non vuole accontentarsi della sua solitudine, ma vorrebbe appartenere al mondo:

Uomini del mio presente

non mi consola l’abitudine
a questa mia forzata solitudine
io non pretendo il mondo intero
vorrei soltanto un luogo un posto più sincero
dove magari un giorno molto presto
io finalmente possa dire questo è il mio posto.

Eppure, nella “Canzone della non appartenenza” l’amore per il mondo al signor G. sembra addirittura un paradosso:

Quando non c’è nessuna appartenenza
la mia normale la mia sola verità
è una gran dose di egoismo
magari un po’ attenuato
da un vago amore per l’umanità.

La mia anima è vuota
e non è abitata
se non da me stesso.

Non so bene da quando
l’amore per il mondo
mi sembra un paradosso.

Allora perché il desiderio di solitudine, se immergersi nella società comporta un rivoluzionario senso di appartenenza ed una meravigliosa empatia verso il mondo? Perché la società annulla le caratteristiche peculiari dell’individuo.

Ricerca di solitudine, ma di empatia

Saba stesso cerca spesso un’individualità che non riesce a far valere, poiché la società impone condizioni e convenzioni che né Gaber, né tantomeno Saba, sono inclini ad accettare. Saba mette in evidenza la sua difficoltà a far parte del “branco” già nei “Versi militari”, con le due liriche “La ginnastica del fucile” e “Dopo il silenzio”, in cui l’ambito militare viene paragonato al gregge, in cui si annulla la peculiarità dei singoli.

Se questo è il primo “luogo” che spinge alla solitudine, il secondo è sicuramente la casa. Nella lirica “La moglie” da “Trieste e una donna”, la moglie di Saba lo rimprovera di non rispettare il suo ruolo familiare e di non comportarsi come sarebbe giusto, allora Saba le ribatte che vuole vivere il proprio dolore in solitudine. Perciò in casa Saba soffre, vorrebbe vivere la propria individualità liberamente, ma non può. L’unico luogo scevro da questi condizionamenti è Trieste. Saba ama passeggiare a Trieste liberamente, magari a tarda notte e pensare da solo senza alcun ostacolo, come si evince in “Città vecchia”. Qui la passeggiata permette a Saba di osservare l’umiltà della gente, ma da lontano, senza farne parte può vedere l’autenticità dell’esistenza, distante dalle imposizioni della società che vuole che lui si comporti “come si conviene”.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

Saba non è affezionato ad un’immagine caotica della città, infatti la vive di notte e in luoghi affollati ma solo di gente umile. Sarebbe stato d’accordo con l’immagine ironica e tragi-comica fatta da Gaber in “Com’è bella la città”, in cui l’autore esprime tutta la sua frustrazione in mezzo al caos della città di Milano.

Anche se passeggia alla ricerca di solitudine, però, Saba si imbatte costantemente nel mondo. In “Preludio e fughe” troviamo nell’undicesima fuga la realizzazione di quel dualismo di cui parlavamo: vorrebbe stare solo, ma sempre la sofferenza collettiva crea un’appartenenza, il pensiero che siamo tutti a soffrire. Per quanto ci sforziamo, non possiamo fuggire alla realtà semplice e pura, che è anche quella che rende la poesia “onesta”: siamo tutti umani.

È bella

La nostra solitudine. Ma pure

Sento in essa echeggiar le altrui sventure

Più grandi.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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