Il Superuovo

Lisa Montgomery ci fa riflettere sulla pena di morte: scopriamo cosa ne pensano i filosofi

Lisa Montgomery ci fa riflettere sulla pena di morte: scopriamo cosa ne pensano i filosofi

La prima donna dopo 67 anni a cui viene inflitta la pena capitale.  Platone, Kant e Beccaria: a favore o contrari? 

La sentenza della Corte d’appello di Washington DC ci fa nuovamente riflettere sulla pena di morte, sulla sua applicabilità, sull’etica riguardo a una punizione oltremodo definitiva. Ripercorrendo le parole di alcuni tra i più importanti pensatori della storia analizziamo questo tipo di pena.

Il processo Montgomery

I capi di accusa della signora Montgomery sono tremendi e raccontano una storia atroce. Nel dicembre 2004 contattò Bobbie Jo Stinnett, 23enne incinta di otto mesi, con il pretesto di voler acquistare un cucciolo da una cucciolata che la signora Stinnett aveva pubblicizzato online. La donna si recò a casa della Stinnett, dove la strangolò a morte e le asportò dall’addome la sua bambina. La signora Montgomery è poi tornata a casa e ha tentato di far passare il bambino per suo. L’assassina ha evidenti problemi di salute mentale legati ad un passato e ad un infanzia tremendi, fatti di molestie, abusi e sfruttamento sessuale. Questi sono, per l’avvocatessa che la difende, i motivi per cui necessita un aiuto e non una punizione. Attualmente Lisa Montgomery è l’unica donna nel braccio della morte nel Paese a stelle e strisce: l’applicazione della condanna è prevista per il 12 gennaio.

Platone e Kant: a favore.

I due autori sono divisi da un lasso temporale incolmabile ma le loro conclusioni sono molto simili infatti Platone ne ” Le leggi”, ultima delle sue opere, affronta il tema della pena capitale affermando:” I responsabili di omicidi volontari devono necessariamente pagare la pena naturale cioè patire ciò che hanno fatto. La pena deve avere lo scopo di rendere migliore e se si dimostra che il delinquente è incurabile, la morte sarà per lui il minore dei mali”. (Platone, Le Leggi,). Come vediamo in questo estratto Platone risponde sia a coloro che pensano che la pena di morte sia inumana, sia a coloro che fissano la rieducazione del detenuto come unico motivo della punizione e carcerazione.
Immanuel Kant invece sposò la teoria retributiva, identificando nella pena la funzione di rendere giustizia, assicurando la perfetta corrispondenza tra reato e castigo, infatti afferma “Se egli ha ucciso, egli deve morire. Non vi è nessun surrogato, nessuna commutazione di pena che possa soddisfare la giustizia. Non c’è (…) nessun altro compenso tra il delitto e la punizione, fuorché nella morte giuridicamente inflitta al criminale”

Cesare Beccaria: contrario.

Come sappiamo Beccaria e Kant partecipano entrambi al dibattito illuministico e proprio riguardo alla grande opera di Beccaria, Kant si esprime così:” Il marchese Beccaria, per un affrettato sentimentalismo umanitario, sostiene che ogni pena di morte costituisce un’ingiustizia” Tale ragionamento viene considerato da Kant come un sofismo, uno snaturamento del diritto, poiché nel patto originario o contratto sociale, non è contenuta la promessa di lasciarsi punire e di disporre così di se stesso e della propria vita. Beccaria, nell’escludere la pena di morte, esprime un punto di vista contrattualistico della legge. Secondo questa, dal contratto sociale non deriva il diritto dello Stato di applicare la pena di morte, perché gli uomini non possono aver stabilito ciò, conferendo agli altri il potere di ucciderli. Beccaria però lascia degli spiragli riguardo la pena di morte affiancandosi al pensiero di Platone e infatti afferma:” La morte di un cittadino non può credersi necessaria, che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza, che interessi la sicurezza della nazione;(…) La morte di un cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, (Cesare Beccaria, Dei Delitti e delle pene, 1764).

 

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